11 maggio, 2010

Manifestazione per nuova sede V Municipio


Manifestazione per nuova sede V Municipio
Il V Municipio informa che "per motivi tecnici la manifestazione prevista per il 7 maggio alle ore 11.00 per la nuova sede del municipio è stata posticipata a mercoledì 12 maggio, alle ore 11",
sempre in via del Forte Tiburtino.

"Nonostante il lavoro di questi anni e un accordo di programma sostanzialmente concluso – si legge in una nota del presidente del Municipio – la nuova sede del v municipio continua a rimanere chiusa, anche se è pronta da 18 mesi. Non vogliamo che siano buttati al vento anni di lavoro. I cittadini – continua la nota – meritano rispetto. Chiediamo quindi la consegna della sede, non riuscendo a comprendere come mai una procedura giunta alla fase conclusiva, non trovi ancora una giusta soluzione".

E ancora, si legge nella nota: "L'attuale sede di via Tiburtina ha raggiunto livelli di degrado e fatiscenza per i dipendenti e per gli utenti ormai eccessivi. La struttura è pericolante, le infiltrazioni d'acqua sono all'ordine del giorno, gli impianti elettrici inadeguati e il parcheggio, a causa dei lavori dell'allargamento della via Tiburtina, è ridotto ai minimi termini. Cosa devono pensare i lavoratori e i cittadini del v Municipio? Forse che Roma Est è un quadrante di serie b al quale non si vuole riconoscere pari dignità rispetto ad altre zone della città? Lo stabile di via dei Fiorentini è pronto, le risorse per le sedi di altri Municipi sono state trovate. È tempo – conclude la nota – che i cittadini del v Municipio abbiano risposte che finora non hanno avuto".

Al via la quarta edizione di “Teatri di Vetro”


Al via la quarta edizione di “Teatri di Vetro”

Andrà in scena dal 14 al 23 maggio prossimi la quarta edizione di ‘Teatri di Vetro’ con la direzione artistica e organizzativa della compagnia Triangolo scaleno.

A presentare il cartellone del Festival teatrale questa mattina l’assessore alle Politiche culturali della Provincia di Roma, Cecilia D’Elia e il presidente della Fondazione RomaEuropa, Fabrizio Grifasi.

Il festival, realizzato a partire dal 2007 vede il contributo dell’Assessorato alle politiche culturali della Provincia di Roma (110mila euro) in collaborazione con la Fondazione Romaeuropa.

La manifestazione si pone come fotografia di un territorio in fermento e conferma la sua vocazione urbana e territoriale ampliando la sua attenzione all’intero panorama nazionale.

“Teatri di Vetro – ha affermato l’assessore D’Elia – ha per protagonista la scena teatrale contemporanea ed è una rassegna che interagisce con la comunità cittadina. Il festival parte da un bando pubblico a cui tutte le compagnie possono partecipare. Dai 180 progetti presentati nella prima edizione del 2007 siamo arrivati agli attuali 285. Segno di quanto il festival sia cresciuto e rappresenti un punto di riferimento per tutta la scena indipendente nazionale”.

“La quarta edizione – ha aggiunto la D’Elia – si apre in un momento in cui il teatro soffre per una tremenda crisi. Ma non è una crisi di idee bensì di investimenti, di politiche e di spazi. La crisi economica non può essere usata per giustificare minori investimenti per la cultura. Parliamo di una leva strategica per lo sviluppo umano e civile e di un settore che coinvolge tanti lavoratori e tanta economia del nostro territorio”.

La quarta edizione, costruita, come le precedenti, attraverso lo strumento del monitoraggio, mantiene ampio il suo sguardo programmando compagnie emergenti e giovani formazioni.

Città di Ebla, Compagnia Franca Battaglia, Caterina Moroni, Muna Mussie, Macellerie Pasolini, Gruppo Nanou, Zeitgeist, Dionisi, Lotte Rudhart, Fibre Parallele Compagnia Andrea Saggiomo, Sineglossa, Andrea Cosentino, Imargini, Gaspare Balsamo sono solo alcune delle 35 compagnie che negli otto giorni di programmazione si alterneranno sul palco del Palladium, negli spazi urbani della Garbatella.

Per maggiori informazioni: http://www.teatridivetro.it

PROMEMORIA 11 maggio 1960 - A Buenos Aires quattro agenti del Mossad rapiscono il gerarca nazista fuggitivo Adolf Eichmann.


A Buenos Aires quattro agenti del Mossad rapiscono il gerarca nazista fuggitivo Adolf Eichmann, che usava il falso nome di "Ricardo Klement".
Adolf Eichmann, dopo aver ottenuto un passaporto falso a nome Riccardo Klement nel giugno del 1950, salpò alla volta del Sud America con la speranza di lasciarsi il passato alle spalle, ma con il sogno di potere fare un giorno ritorno in Germania. Le cose non andarono però come previsto da Eichmann e quello che sarebbe successo 10 anni dopo la sua fuga in Argentina era in qualche modo imprevedibile.
Il figlio di Eichmann frequentava una ragazza tedesca, a cui si era presentato col suo vero cognome e con cui si lasciò andare ad affermazioni compromettenti sul "mancato genocidio"; la ragazza informò la famiglia, e nel 1957 il padre, Lothar Hermannun, ebreo ceco sfuggito all'olocausto, collegato il cognome Eichmann al criminale nazista ricercato in tutto il mondo, informò il procuratore tedesco Fritz Bauer che passò l'informazione al Mossad. Si scoprì dunque che Adolf Eichmann si nascondeva a Buenos Aires. Dopo un lungo periodo di preparazione, il servizio segreto israeliano organizzò, nel 1960, un'operazione che portò al rapimento e al segreto trasferimento (nel sistema giuridico argentino l'estradizione non era prevista) di Eichmann in Israele affinché venisse sottoposto a processo per i crimini di cui si era reso responsabile durante la guerra. Al momento del rapimento (a pochi metri dalla sua residenza), un gruppo di operazione dei servizi segreti israeliani lo stava aspettando con la scusa di un problema meccanico della loro auto. Al sentire "un momento, signore", Eichmann capì che si trovava nei guai, dato che era consapevole del fatto che era ricercato. Nonostante la sua resistenza, fu caricato sull'auto "guasta" e portato in un luogo segreto per il seguente passo dell'operazione (processarlo in Israele). Per ovviare poi al problema dell'estradizione fu avvolto in un tappeto e caricato sull'aereo del Mossad.
Recentemente è stato ritrovato, tra i documenti coperti dal segreto di stato in Argentina, il passaporto falso con il quale Eichmann lasciò l'Italia nel 1950: era intestato a Riccardo Klement, altoatesino, e rilasciato dalla Croce Rossa di Ginevra in base alla testimonianza del padre francescano Edoardo Domoter.

Il processo
Il processo Eichmann, celebrato nel 1960, a quattordici anni da quello di Norimberga fu il primo processo ad un criminale nazista tenutosi in Israele.
L'arrivo di Eichmann in Israele fu accolto da una fortissima ondata di esultanza mista ad odio verso quello che si era impresso nell'immaginario dei sopravvissuti ai lager come uno dei maggiori responsabili della sorte degli Ebrei. Tuttavia Eichmann offrì di sé stesso un'immagine poco appariscente, quasi sottomessa, ben diversa da quella di inflessibile esecutore degli ordini del Fuhrer; negò di odiare gli ebrei e riconobbe soltanto "la responsabilità di aver eseguito ordini come qualunque soldato avrebbe dovuto fare durante una guerra". Hannah Arendt lo descrisse, con una frase poi passata alla storia, come l'incarnazione dell'assoluta banalità del male.
La linea difensiva fu impostata nel dipingere l'imputato Eichmann come un impotente burocrate, mero esecutore di ordini inappellabili, negando quindi ogni diretta responsabilità; egli stesso d'altro canto non mostrò nessun segno di sincero rimorso e di critica verso l'ideologia razzista del terzo Reich e le sue concrete e criminali applicazioni. La sua colpevolezza, provata in maniera esaustiva dalle testimonianze di numerosi sopravvissuti chiamati a deporre contro di lui, condusse il giudice militare a pronunciare la definitiva sentenza di morte.
Prima che il condannato fosse giustiziato furono presentate diverse richieste di grazia (in prima persona da Eichmann, dalla moglie e da alcuni parenti di Linz), tutte respinte dall'allora presidente d'Israele, Yitzhak Ben-Zvi. Adolf Eichmann fu condannato a morte e impiccato nel carcere di Ramla il 31 maggio 1962. Come da verdetto il cadavere fu cremato e le sue ceneri vennero caricate su una motovedetta della marina israeliana e disperse nel Mar Mediterraneo al di fuori delle acque territoriali israeliane.

10 maggio, 2010

PROMEMORIA 10 maggio 2006 - Giorgio Napolitano viene eletto Presidente della Repubblica Italiana, è il primo Presidente già esponente del PCI


Giorgio Napolitano viene eletto Presidente della Repubblica Italiana, è il primo Presidente già esponente del Partito Comunista Italiano.
Giorgio Napolitano (Napoli, 29 giugno 1925) è un politico italiano, undicesimo presidente della Repubblica, in carica dal 15 maggio 2006.
In precedenza era stato Presidente della Camera dei deputati nell'XI Legislatura (subentrando nel 1992 a Oscar Luigi Scalfaro, salito al Quirinale) e Ministro dell'Interno nel Governo Prodi I, nonché deputato dal 1953 al 1996 e Senatore a vita dal 2005 (nominato da Carlo Azeglio Ciampi) fino alla sua elezione alla prima carica della Repubblica.
È il primo Capo dello Stato che abbia fatto parte del Partito Comunista Italiano.
È il terzo presidente ad essere eletto alla quarta chiamata (dopo Einaudi e Gronchi), il sesto ex Presidente della Camera eletto Capo dello Stato (dopo Enrico De Nicola, Gronchi, Leone, Pertini e Scalfaro), il secondo ad essere eletto da senatore a vita (prima di lui Leone), e il terzo presidente napoletano (dopo De Nicola e Leone).
Il 10 maggio 2006 è eletto undicesimo Presidente della Repubblica Italiana alla quarta votazione con 543 voti su 990 votanti dei 1009 aventi diritto. Giura ed entra ufficialmente in carica il giorno 15 maggio.
È il primo esponente proveniente dal PCI a divenire Presidente della Repubblica ed è il primo Presidente della Repubblica proveniente da un gruppo parlamentare (in questo caso L'Ulivo), dopo la caduta della "prima repubblica". Tra i suoi primi atti, la concessione della grazia a Ovidio Bompressi, in continuità con le determinazioni assunte dal predecessore Carlo Azeglio Ciampi.
Il 9 luglio 2006 è stato presente, insieme al ministro Giovanna Melandri all'Olympiastadion di Berlino durante la partita finale dei Mondiali di calcio 2006, dove la Nazionale di calcio italiana ha conquistato il loro quarto titolo mondiale: prima di allora l'onore era spettato solo a Sandro Pertini. I Presidenti Saragat e Scalfaro (in occasione delle finali dei mondiali 1970 e 1994) scelsero invece di non assistere alla partita, entrambe le partite poi furono perse.
Nella veste di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Napolitano ha assunto una serie di iniziative verso l'ordine giudiziario: nella primavera del 2007 ha chiesto al CSM stesso notizie relative al fascicolo personale di Henry John Woodcock, il pm che indagava su Vittorio Emanuele di Savoia mentre nell'autunno del 2008 ha più volte auspicato la risoluzione della "guerra tra le Procure" di Salerno e Catanzaro sulle indagini attinenti l'avocazione delle inchieste del pm Luigi De Magistris.
Nel 2008, nel pieno delle polemiche per le forti contestazioni, da parte di esponenti dei centri sociali e della sinistra, alla presenza dello stato di Israele alla Fiera Internazionale del Libro di Torino (nazione invitata per il sessantennale della sua creazione, ma, al contrario del Salon du Livre di Parigi che aveva fatto una scelta analoga, senza dare spazio anche agli scrittori palestinesi) l'annunciata visita di Napolitano alla manifestazione viene criticata dallo scrittore svizzero Tariq Ramadan. Secondo Ramadan la presenza di Napolitano avrebbe dato una valenza politica all'invito di Israele e lo stesso Napolitano avrebbe equiparato le critiche ad Israele all'antisemitismo. In risposta alle critiche è stata emessa una nota del Quirinale.
Il 14 novembre 2009 gli è stata conferita una laurea Honoris Causa in Politiche e Istituzioni dell'Europa dall'Università degli studi di Napoli "L'Orientale".
Il 6 maggio 2010 Napolitano ha dato avvio alle celebrazioni per i centocinquant'anni dell'unità d'Italia.

09 maggio, 2010

PROMEMORIA 9 maggio 1978 Cinisi - Viene ritrovato il cadavere di Peppino Impastato


Cinisi - Viene ritrovato il cadavere di Peppino Impastato.
Giuseppe Impastato, meglio noto come Peppino (Cinisi, 5 gennaio 1948 – Cinisi, 9 maggio 1978), è stato un politico, attivista e conduttore radiofonico italiano, famoso per le denunce delle attività della mafia in Sicilia, che gli costarono la vita.
Biografia
La vita

Peppino Impastato nacque a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa (il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso nel 1963 in un agguato nella sua Giulietta imbottita di tritolo).
Ancora ragazzo rompe con il padre, che lo caccia di casa, ed avvia un'attività politico-culturale antimafiosa. Nel 1965 fonda il giornalino L'idea socialista e aderisce al PSIUP. Dal 1968 in poi, partecipa, con ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell'aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati.
Nel 1976 costituisce il gruppo Musica e cultura, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti, ecc.); nel 1977 fonda Radio Aut, radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell'aeroporto. Il programma più seguito era Onda pazza, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.
Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l'8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Pochi giorni dopo, gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo, simbolicamente, al Consiglio comunale.[1]
Stampa, forze dell'ordine e magistratura parlano di atto terroristico in cui l'attentatore sarebbe rimasto vittima e di suicidio dopo la scoperta di una lettera scritta in realtà molti mesi prima. L'uccisione, avvenuta in piena notte, riuscì a passare la mattina seguente quasi inosservata poiché proprio in quelle ore veniva "restituito" il corpo del presidente della DC Aldo Moro in via Caetani a Roma.

Le accuse e le scoperte
Grazie all'attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato (1916 - 2004), che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione[2] di Palermo, nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato proprio a Giuseppe Impastato, viene individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l'inchiesta giudiziaria.
Il 9 maggio del 1979, il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d'Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il paese.
Nel maggio del 1984 l'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti.
Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Giuseppe Impastato, nel volume La mafia in casa mia, e il dossier Notissimi ignoti, indicando come mandante del delitto il boss Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla Pizza connection.
Nel gennaio 1988, il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 lo stesso tribunale decide l'archiviazione del caso Impastato, ribadendo la matrice mafiosa del delitto, ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei corleonesi.
Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un'istanza per la riapertura dell'inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto.
Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell'omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l'inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l'udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata.
I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l'Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia all'udienza preliminare e chiede il giudizio immediato.
Nell'udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell'Ordine dei giornalisti.
Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. Nella commissione si rendono note le posizioni favorevoli all'ipotesi dell'attentato terroristico poste in essere dai seguenti militari dell'arma: il Maggiore Tito Baldo Honorati; il maggiore Antonio Subranni; il maresciallo Alfonso Travali.[3]
Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a trent'anni di reclusione. L'11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all'ergastolo

08 maggio, 2010

IL CONCETTO DI LEGALITA ESISTE NELLA SOCIETÀ'ITALIANA? L'intervento del consigliere del Municipio Roma V del Partito Democratico Roberto Chiappini


IL CONCETTO DI LEGALITA ESISTE NELLA SOCIETÀ'ITALIANA?
L'intervento del consigliere del Municipio Roma V del Partito Democratico Roberto Chiappini

Il concetto di legalità può essere visto sotto due aspetti: il primo, è quello di agire nella legalità, cioè nel rispetto delle leggi vigenti, il secondo è quello di agire nel rispetto del principio di legalità secondo cui nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente previsto dalla legge come reato. Se teniamo presente che il corpo delle leggi esistenti è l’emanazione della volontà popolare dato che il potere legislativo è una prerogativa del parlamento eletto dal popolo, si presume che le leggi emanate debbano rappresentare la volontà dei cittadini e quindi omologare di fatto quello che dovrebbe essere il normale comportamento della maggioranza del popolo italiano. Da questa premessa è del tutto ragionevole che la maggior parte dei cittadini italiani rispetta le leggi, come di fatto è. Allora rimane da spiegare perché nella quotidianità ciascuno di noi sia bombardato dai mass-media dal tema dell’illegalità quasi come se tutta la nazione si fosse ridotta ad un “verminaio”. In realtà soffiata via la “cortina di fumo” si scopre che il comportamento illegale è circoscritto ad aree geografiche ben definite, nelle quali il fenomeno dell’omertà impedisce spesso di poter ripristinare la legalità. Un’altra tabù che deteriora l’immagine della nazione italiana e che ne deteriora l’immagine all’esterno è la corruzione, che purtroppo alberga prevalentemente nelle classi di potere : politica imprenditoriale e statale. L’elenco non è casuale in termini di importanza. Anche il vento di “Mani Pulite “ che avrebbe dovuto spazzare via almeno in buona parte la corruzione dilagante è finito senza mutare la situazione. Al contrario stiamo assistendo al tentativo di processare i giudici, e i corrotti si presentano nelle vesti dei perseguitati come in un mondo alla rovescia. L’omertà che è una forma di disinteresse per la giustizia e di vigliaccheria, causata dalla paura dei potenti, è ormai una caratteristica della società italiana e non solo meridionale. I misfatti dei potenti vengono sorvolati o giustificati da un giornalismo asservito fatto spesso di “replicanti” o da tirapiedi che si comportano da banderuole. In questo quadro desolante, parlare di legalità diventa un puro esercizio retorico. Invece sono convinto che noi dobbiamo essere come dei salmoni che risalgono la corrente per deporre le uova della nuova legalità. Tutto questo è complicato e faticoso ma questo esercizio è l’unico che ci può portare dentro la legalità soggettiva è di tutto il paese lasciando alle nuove generazione un campo arato e non inquinato dove possono mettera a dimora le piantine di un nuovo paese rispettoso dei dettami costituzionali e delle leggi che ne derivano.

07 maggio, 2010

Arriva il Wi-Fi della Provincia al Policlinico Umberto I


Arriva il Wi-Fi della Provincia al Policlinico Umberto I

Il Policlinico Umberto I viene raggiunto dalla copertura Wi-Fi garantita dalla Provincia di Roma. Anche lo storico nosocomio capitolino può vantare ora 14 “hot spot”, con punti di accesso a Internet senza fili gratis che estendono la rete all’interno di tutti gli edifici dell’ospedale e su tutti i viali e le aree pubbliche all’aperto della struttura.

Al 'taglio del nastro', con il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, erano presenti anche la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, il direttore generale del Policlinico, Ubaldo Montaguti, e il rettore dell’Università La Sapienza, Luigi Frati.
Salgono così a 254 i punti di accesso a Internet gratis senza fili installati finora dall’Amministrazione provinciale: 158 hot spot nella Capitale, 96 nel resto della provincia. Entro la fine del 2010 i punti di accesso saliranno a 500.

Il Wi-Fi permetterà ai tanti degenti del Policlinico Umberto I di connettersi senza problemi anche dalla stanza dove sono ricoverati, o di agevolare le connessioni in un ospedale che accoglie, ogni giorno, 20 mila persone tra pazienti, familiari, operatori e medici.

'Provincia Wi-Fi' è il progetto più importante in Italia per la diffusione del Wi-Fi, per numero di abitanti coinvolti con circa 4 milioni di persone, superficie del territorio con 5 mila chilometri quadri, e Comuni interessati: ben 121.

“Il progetto – ha affermato Zingaretti – entra per la prima volta in una struttura pubblica del Lazio. Tra dieci giorni saremo anche al Regina Elena, quindi al Parco dell’Appia Antica. E implementeremo il Wi-Fi anche in piazza del Pantheon. Tutto comincia a concretizzarsi – ha aggiunto – e questo avviene a due anni dall’inizio della nostra amministrazione. 'Provincia Wi-Fi' sta finalmente diventando realtà”.

Al momento è in corso, inoltre, l’installazione di altri 250 hot spot a Roma, seguendo le indicazioni effettuate dai Municipi, sulle localizzazioni più opportune, tra cui: piazza Vittorio, piazza San Cosimato nel Municipio I, Parco degli acquedotti e piazza San Giovanni Bosco nel Municipio X, Villa Laiss e Villa Lazzaroni nel IX municipio, piazza Anco Marzio e Ostia Antica nel Municipio XIII, Piazzale di Ponte Milvio e Parco dell’isola Farnese nel XX municipio, Giardini di piazza Mazzini, e Borgo Pio nel Municipio XVII, ed inoltre il Parco dell’Appia Antica, che insiste su ben 3 municipi.

PROMEMORIA 7 maggio 1942 Le leggi razziali vietano agli ebrei di prestare servizio militare


Seconda guerra mondiale:Italia, tutti gli ebrei tra i 18 e i 55 anni sono precettati per il servizio civile, in quanto le leggi razziali impedivano loro il servizio militare.
Nella storia d'Italia le leggi razziali sono un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi (leggi, ordinanze, circolari, ecc) che vennero varati dal 1938 al primo quinquennio degli anni quaranta, inizialmente dal regime fascista e poi dalla Repubblica di Salò, rivolti prevalentemente – ma non solo – contro le persone di religione ebraica.
Per la legislazione fascista era ebreo chi era nato da genitori entrambi ebrei oppure da un ebreo e da uno straniero oppure da una madre ebrea in condizioni di paternità ignota oppure chi, pur avendo un genitore ariano, professasse la religione ebraica. Sugli ebrei venne emanata una serie di leggi discriminatorie. La legislazione fascista ammise tuttavia la discussa figura dell'ebreo "arianizzato", (allora fu usato il tremine improprio "discriminato") ovvero dell'ebreo che avesse particolari meriti: militari, civili o politici. Agli ebrei arianizzati le leggi razziali furono applicate con alcune deroghe e limitazioni.[1]
La legislazione antisemita comprendeva: il divieto di matrimonio tra italiani ed ebrei, il divieto per gli ebrei di avere alle proprie dipendenze domestici di razza ariana, il divieto per tutte le pubbliche amministrazioni e per le società private di carattere pubblicistico – come banche e assicurazioni – di avere alle proprie dipendenze ebrei, il divieto di trasferirsi in Italia ad ebrei stranieri, la revoca della cittadinanza italiana concessa a ebrei stranieri in data posteriore al 1919, il divieto di svolgere la professione di notaio e di giornalista e forti limitazioni per tutte le cosiddette professioni intellettuali, il divieto di iscrizione dei ragazzi ebrei – che non fossero convertiti al cattolicesimo e che non vivessero in zone in cui i ragazzi ebrei erano troppo pochi per istituire scuole ebraiche – nelle scuole pubbliche, il divieto per le scuole medie di assumere come libri di testo opere alla cui redazione avesse partecipato in qualche modo un ebreo. Fu inoltre disposta la creazione di scuole – a cura delle comunità ebraiche – specifiche per ragazzi ebrei. Gli insegnanti ebrei avrebbero potuto lavorare solo in quelle scuole.[2]
Infine vi furono una serie di limitazioni da cui erano esclusi i cosiddetti arianizzati: il divieto di svolgere il servizio militare, esercitare il ruolo di tutore di minori, essere titolari di aziende dichiarate di interesse per la difesa nazionale, essere proprietari di terreni o di fabbricati urbani al di sopra di un certo valore. Per tutti fu disposta l'annotazione dello stato di razza ebraica nei registri dello stato civile.

06 maggio, 2010

“Così vicine, così lontane”: mostra itinerante sul mondo di colf e badanti


“Così vicine, così lontane”: mostra itinerante sul mondo di colf e badanti

Dar voce a colf e badanti, protagoniste indiscusse del sistema familiare italiano con un milione di donne straniere impiegate nelle nostre case. E' questo lo scopo della mostra itinerante "Così vicine, così lontane", presentata questa mattina a Palazzo Valentini dal presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti.

Nelle case degli italiani presta attività lavorativa di questo tipo circa 1 milione di donne straniere, il 23% di loro opera nel Lazio.

Partirà oggi nella biblioteca civica di Tivoli la mostra itinerante dal titolo ' Cosi' vicine, cosi' lontane', dedicata proprio alla narrazione del mondo delle colf e delle badanti.

Oltre 130 documenti ripartiti tra romanzi, biografie, riviste e materiale fotografico relativi al lavoro svolto dalle collaboratrici domestiche straniere in Italia costituiscono il corpo centrale della mostra, ideata e curata da Vinicio Ongini, esperto di intercultura.

Fino al 23 maggio la mostra rimarrà a Tivoli, dopo la pausa estiva girerà in tutto il circuito delle otto ' Biblioteche del mondo' della Provincia di Roma, che sostiene l' iniziativa.

Le altre tappe previste sono: Anzio, Bracciano, Fiumicino, Ladispoli, Lanuvio, Mazzano Romano e Zagarolo.
"Questa mostra itinerante, fatta di libri ed immagini, vuole ribadire che noi siamo quelli che non hanno paura di ciò che e' diverso da noi e che non cavalcheremo mai le paure" ha spiegato il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti nel presentare la rassegna presso la Sala della Pace di Palazzo Valentini.

"Siamo impegnati attraverso politiche attive per il lavoro e l' integrazione - ha proseguito - a fare in modo che il flusso di immigrati che arriva in Italia sia un' opportunità di crescita sociale per tutto il Paese".

In concomitanza con l'itinerario della mostra verrà realizzata una ricerca qualitativa, in collaborazione con le associazioni di donne immigrate Lipa e NoDi, sui consumi e i bisogni di tate, colf e badanti straniere che lavorano in Italia.

Alla presentazione della mostra erano presenti anche l' assessore provinciale alle politiche Culturali Cecilia D' Elia e quello alle politiche Sociali Claudio Cecchini.

05 maggio, 2010

V Municipio, il Presidente Caradonna vuole la nuova sede


V Municipio, il Presidente Caradonna vuole la nuova sede
Venerdì 7 maggio, il Presidente si recherà di fronte la nuova sede del municipio per sollecitare il trasferimento.
Venerdì 7 maggio 2010, dalle ore 11 alle ore 14, il Presidente del V Municipio Ivano Caradonna, di concerto con i sindacati CGIL e UIL, dà appuntamento ai dipendenti del municipio e ai cittadini del territorio, in via del Forte Tiburtino, di fronte la nuova sede del municipio "per gridare insieme: adesso basta. Sindaco Alemanno vogliamo la nuova sede". Lo comunica in una nota il Presidente del V Municipio Ivano Caradonna.

"Nonostante il lavoro di questi anni e un accordo di programma sostanzialmente concluso – si legge nella nota – la nuova sede del v municipio continua a rimanere chiusa, anche se è pronta da 18 mesi. Non vogliamo che siano buttati al vento anni di lavoro. I cittadini – continua la nota – meritano rispetto. Chiediamo quindi la consegna della sede, non riuscendo a comprendere come mai una procedura giunta alla fase conclusiva, non trovi ancora una giusta soluzione".

E ancora, si legge nella nota: "L'attuale sede di via Tiburtina ha raggiunto livelli di degrado e fatiscenza per i dipendenti e per gli utenti ormai eccessivi. La struttura è pericolante, le infiltrazioni d'acqua sono all'ordine del giorno, gli impianti elettrici inadeguati e il parcheggio, a causa dei lavori dell'allargamento della via Tiburtina, è ridotto ai minimi termini. Cosa devono pensare i lavoratori e i cittadini del V Municipio? Forse che Roma Est è un quadrante di serie b al quale non si vuole riconoscere pari dignità rispetto ad altre zone della città? Lo stabile di via dei Fiorentini è pronto, le risorse per le sedi di altri Municipi sono state trovate. È tempo – conclude la nota – che i cittadini del v Municipio abbiano risposte che finora non hanno avuto"

Upside Down': sino al 25 maggio in mostra i mappamondi di Maurizio Savini a Palazzo Valentini


Upside Down': sino al 25 maggio in mostra i mappamondi di Maurizio Savini a Palazzo Valentini

Fino a martedì 25 maggio, presso la Sala Stampa di Palazzo Valentini, si tiene la mostra ‘Upside Down’ di Maurizio Savini. L’esposizione, con ingresso libero, rimane aperta dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 19; il sabato dalle 10 alle 13. Chiuso domenica e festivi.

Promossa dal Progetto ABC Arte Bellezza Cultura – in collaborazione con il CIAC di Genazzano – l’esposizione rappresenta il primo evento all’interno di un più ampio progetto, che comprende quattro installazioni d’artista, della durata di un mese ciascuna, a cura di Claudio Libero Pisano.

Il Progetto ABC - fortemente voluto dal presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti - è nato per sostenere le eccellenze culturali e territoriali al fine di avvicinare i cittadini, specie i più giovani, al “bello” e ai suoi luoghi fisici.

In ‘Upside Down’ è la storia stessa di Palazzo Valentini, in quanto luogo fisico, ad esser messa in risalto, attraverso la creazione di un ideale ”ponte” tra la sua storia e gli esiti della ricerca contemporanea, grazie anche alle opere di quattro artisti di chiara fama: Paolo Canevari; Marina Paris; Maurizio Savini; Donatella Spaziani.

Per la mostra di Maurizio Salvini - inaugurata giovedì 15 aprile - è stato allestito uno spazio apposito al piano terra di Palazzo Valentini: un grande plastico dell’edificio, sede dell’Amministrazione provinciale, dal quale escono una serie di mappamondi che vengono gonfiati a ritmo alterno, cosicché il modellino dello stabile non fa che mimare il grande respiro del mondo.

Il Palazzo stesso diventa l'emblema del pianeta nel quale viviamo e siamo quotidianamente immersi.

I numerosi mappamondi, che stanno accanto e che respirano in modo alterno, null'altro sono che un invito a guardare le cose sempre da un punto di vista ''altro'', che non è necessariamente il più rassicurante. Upside down appunto, ovvero guardare le cose ''sottosopra'', può essere l'inizio di una rinnovata regolarità piuttosto che il disordine.

Progetto Upside down: “Suffer”, di Maurizio Savini
dal 15 aprile al 25 maggio 2010

Inaugurazione: giovedì 15 aprile, ore 18
Curatore progetto:
Claudio Libero Pisano
Palazzo Valentini
Roma, Via IV Novembre 119

Orario di apertura:
lun-ven, ore 10-19; sab, ore 10-13.00; domenica e festivi chiuso
Biglietti:
Ingresso libero
Info:
Progetto ABC
Tel. (+39) 380 3156599 (Alberto Ferrigolo)
alberto.ferrigolo@gmail.com

PROMEMORIA 5 maggio 1860 - Risorgimento Italiano: partenza della Spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi da Quarto di Genova su due piroscafi.


Risorgimento Italiano: partenza della Spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi da Quarto di Genova su due piroscafi, il "Piemonte" ed il "Lombardo".
La spedizione dei Mille è un celebre episodio del periodo risorgimentale italiano, avvenuto nel 1860 allorquando un corpo di volontari, protetto dal Piemonte, al comando di Giuseppe Garibaldi, partendo dalla spiaggia di Quarto (oggi Quarto dei Mille, a Genova) sbarcò in Sicilia occidentale, e conquistò l'intero Regno delle Due Sicilie, patrimonio della casa reale dei Borbone.

Il 4 maggio 1860 veniva stipulato in Torino, dal notaio Gioachino Vincenzo Baldioli, il contratto col quale Garibaldi, rappresentato dal Medici, acquistava dall'armatore Rubattino i due vapori Piemonte e Lombardo. Per il pagamento veniva contratto un debito che in forma segreta era garantito dal Regno di Sardegna.
La sera del 5 maggio la spedizione si imbarcava dallo scoglio di Quarto (oggi un quartiere di Genova). I circa 1162 volontari erano armati di vecchi fucili e privi di munizioni e di polvere da sparo. Queste ultime vennero recuperate (insieme a tre vecchi cannoni ed un centinaio di buone carabine) il 7 maggio presso la guarnigione dell'Esercito del Regno di Sardegna di stanza nel forte di Talamone. Una seconda sosta fu effettuata il 9 maggio a Porto Santo Stefano, per rifornimento di carbone. Formalmente Garibaldi ottenne le une e l'altro poiché le aveva pretese nella sua qualità di maggiore generale del Regio Esercito. Ma è evidente che non avrebbe potuto nemmeno partire senza il consenso di Cavour. Un episodio è in questo senso rilevatore: a Talamone, proprio sotto gli occhi della guarnigione, vennero staccati 64 volontari a preparare un'azione verso l'Umbria e le Marche. In capo a pochi giorni vennero intercettati dal Regio Esercito e reimbarcati per la Sicilia: Pio IX non doveva essere ancora provocato e Garibaldi doveva essere pur sempre ben controllato.
Oltre ai 64 volontari staccatisi dal viaggio, 9 mazziniani abbandonarono la spedizione, mentre i restanti 1089 proseguirono nel viaggio. All'alba dell'11 maggio i due vapori passavano fra Favignana e Marettimo e, grazie alle informazioni ricevute da un pescatore locale sulla temporanea assenza della marina borbonica che da Marsala si era spostata a sud-est in direzione di Sciacca alla ricerca dei due vapori di rivoltosi, puntarono verso il porto di Marsala.

04 maggio, 2010

'Spazio Insieme', l'alternativa al nido nel V municipio Un servizio gratuito per i bambini da zero a 36 mesi


'Spazio Insieme', l'alternativa al nido nel V municipio
Un servizio gratuito per i bambini da zero a 36 mesi.
Si chiama “Spazio Insieme” il servizio gratuito attivato nel V Municipio per i bambini da zero a 36 mesi accompagnati da mamma, papà, nonni o babysitter.

Lo spazio offre un’alternativa a chi non usufruisce del nido, un modo per stare insieme con il proprio bambino, con altri genitori, educatrici ed esperti in un ambiente pensato su misura per loro. Un luogo dove confrontarsi e condividere l’esperienza della crescita di un bambino e della fatica di essere genitori oggi.

Per saperne di più, basta partecipare agli incontri intitolati “Mamme, papà, nonni…Relazioni ed emozioni a confronto”, dove saranno presenti la dott.ssa Cinzia Coratti, formatrice dello “Spazio Insieme” e le educatrici del servizio.

Di seguito il calendario degli incontri:

Mercoledì 5 maggio 2010 dalle ore 16,45 alle ore 18,45 presso il nido “La Girandola” in via del Podere Rosa, 116. Tel. 06/8277483. Coordinatore Paola Sabatini.
Martedì 11 maggio 2010 dalle ore 16,45 alle ore 18,45 presso il Nido “Lo Scarabocchio Blu” in via Nino Tamassia, 33/35. Tel 06/41229312. Coordinatore Paola Sabatini.
Lunedì 17 maggio 2010 dalle ore 16.45 alle ore 18.45 presso il nido “Il Nostro Girotondo” in via Ernesto Rossi 29. Tel. 06/4067725. Coordinatore Tina Sivo.

PROMEMORIA 4 maggio 1949 Torino, sulla collina di Superga si schianta l'aereo che trasportava la squadra del Grande Torino


Torino, sulla collina di Superga si schianta l'aereo che trasportava la squadra del Grande Torino: nessun superstite. L'incidente è comunemente noto come Tragedia di Superga. A seguito dell'immane tragedia il 4 maggio viene ufficialmente considerato dalla FIFA giornata mondiale del giuoco del calcio. Prova ne è l'incisione scolpita sulla lapide di Superga.

La tragedia di Superga fu un incidente aereo avvenuto il 4 maggio 1949. Alle ore 17:03 il Fiat G.212 della compagnia aerea ALI siglato I-ELCE con a bordo l'intera squadra del "Grande Torino" si schiantò contro il muraglione del terrapieno posteriore della basilica di Superga, che sorge sulla collina torinese. Furono trentuno le vittime.

L'aereo stava riportando a casa la squadra da Lisbona, dove aveva disputato un incontro amichevole con il Benfica per festeggiare l'addio al calcio del capitano della squadra lusitana José Ferreira. Nell'incidente perse la vita l'intera squadra del Torino. La formazione del Torino aveva vinto cinque scudetti consecutivi, dalla stagione 1942-'43 alla stagione 1948-'49 (i campionati '43-'44 e '44-'45 non vennero disputati a causa della seconda guerra mondiale) e costituiva i 10/11 della nazionale. Insieme a Fausto Coppi e Gino Bartali, il Grande Torino aveva contribuito con le sue imprese a dare lustro a una nazione che cercava di risollevarsi dopo i terribili anni di guerra, di fascismo e di occupazione tedesca. Nell'incidente perirono anche i dirigenti della squadra e gli accompagnatori, l'equipaggio e tre dei migliori giornalisti sportivi italiani: Renato Casalbore (fondatore di Tuttosport); Renato Tosatti (della Gazzetta del Popolo, padre di Giorgio Tosatti) e Luigi Cavallero (La Stampa). Il triste compito di identificare le salme fu chiesto all'ex Commissario Tecnico della Nazionale Vittorio Pozzo, che aveva trapiantato quasi tutto il Torino in Nazionale. Lo spezzino Sauro Tomà, infortunato al menisco, non prese parte alla trasferta portoghese. Non presero quel volo neanche il portiere di riserva Renato Gandolfi (gli fu preferito il terzo portiere Dino Ballarin, fratello del terzino Aldo, che intercesse per lui), il radiocronista Nicolò Carosio (bloccato dalla cresima del figlio) e l'ex C.T. della Nazionale nonché giornalista Vittorio Pozzo (il Torino preferì assegnare il posto a Cavallero).
L'impatto che la tragedia ebbe in Italia fu fortissimo. Il Torino fu proclamato vincitore del campionato e gli avversari di turno, così come lo stesso Torino, schierarono le formazioni giovanili nelle restanti quattro partite, eccetto il Genoa che schierò i titolari e, nonostante tutto, perse 4-0. Il giorno dei funerali quasi un milione di persone scese in piazza a Torino per dare l'ultimo saluto ai campioni. Lo shock fu tale che l'anno seguente la nazionale si recò ai Mondiali in Brasile viaggiando in nave.

03 maggio, 2010

A Palazzo Valentini l'incontro "Città plurali. Spazi per vivere la propria religione"


A Palazzo Valentini l'incontro "Città plurali. Spazi per vivere la propria religione"

Martedì 4 maggio alle 15,30 nella Sala di Liegro di Palazzo Valentini si tiene l’incontro pubblico “Città plurali. Spazi per vivere la propria religione”, promosso dal Tavolo Interreligioso e dall’Assessorato alle Politiche culturali della Provincia di Roma.

L’incontro rappresenta un primo momento di discussione sugli aspetti politici e pratici connessi al buon governo di un territorio dove si incrociano, sempre più intensamente, i destini di comunità umane legate a tradizioni religiose e culturali diverse.

All’appuntamento interverranno: Cecilia D’Elia, Assessore alle politiche culturali della Provincia di Roma;
Claudio Cecchini, Assessore alle politiche sociali della Provincia di Roma; Paola Gabbrielli, Coordinatrice del Tavolo Interreligioso; Aldo Morrone, Direttore Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà; Paolo Mazzol, Presidente Associazione Scuole Autonome del Lazio.

Saranno presenti per il Tavolo Interreligioso:

Franco Di Maria, Presidente dell’Unione Induista Italiana; Maria Angela Falà, Vicepresidente dell’Unione Buddhista Italiana;
Anna Coen, Rappresentante del Centro di Cultura Ebraica di Roma; Abdellah Redouane, Segretario del Centro Culturale Islamico–Grande Moschea; P. Augustin Gheorghiu, Consigliere diocesano–Diocesi Ortodossa Romena d’Italia;
Gianna Urizio, Presidente del Centro Evangelico di Cultura di Roma.

“Questo incontro pubblico – afferma l’assessore alle Politiche culturali, Cecilia D’Elia - vuole offrire l’occasione per fare un passo ulteriore sulla complessa strada del dialogo tra le fedi, coinvolgendo associazioni, istituzioni locali, intellettuali e semplici cittadini a condividere il confronto sulla domanda di nuova qualità del governo del territorio. Una qualità che sappia riconoscere e gestire anche il pluralismo delle fedi e dei comportamenti religiosi.

Il Tavolo Interreligioso di Roma si è costituito nel 1998 con la partecipazione di esponenti delle aree religiose Induista, Buddhista, Ebraica, Islamica, Ortodossa e Protestante, che hanno concordato sulla necessità di contribuire, in una dimensione interculturale e di autorappresentazione, al riconoscimento culturale, sociale, giuridico e politico delle diverse culture e tradizioni religiose che sono presenti nella realtà italiana.

PROMEMORIA 3 maggio 1808 Spagna: rivolta a Madrid contro l'occupazione di Napoleone Bonaparte


Spagna: rivolta a Madrid contro l'occupazione di Napoleone Bonaparte, i massacri del popolo da parte dei francesi ispireranno i quadri di Francisco Goya, tra cui la tela Il 3 maggio 1808.
Il 3 maggio 1808 (conosciuto anche come El tres de mayo de 1808 en Madrid, o Los fusilamientos de la montaña del Príncipe Pío, e Los fusilamientos del tres de mayo) è un dipinto di Francisco Goya ad olio su tela, quest'opera fu realizzata nel 1814. Oggi è conservata al Museo del Prado di Madrid.
L'altro dipinto collegato è 2 maggio 1808 sempre di Goya. Questo dipinto inoltre ha ispirato Manet e Picasso per l'esecuzione di due opere: L'esecuzione di Massimiliano e Massacro in Corea.

Il quadro

Il 3 maggio 1808 è uno dei quadri storici più drammatici che mai siano stati realizzati. Il sentimento che emana l'opera è l'amore per la libertà e la patria; un sentimento che diviene storicamente una rivolta contro la crudeltà delle esecuzioni in massa del popolo ad opera dei soldati francesi. Goya quindi rappresenta la ribellione delle passioni popolari che vengono immortalate nei gesti di sofferenza dipinti dall'artista. Ma la sua espressione visiva va al di là della rappresentazione dell'evento, assumendo una dimensione umana universale, il simbolo cioè della rivolta dei popoli contro le oppressioni di altri popoli.
Ciò che si nota subito è la drammaticità dell'evento fissato dal contrasto tra le vittime e i carnefici nell'atto di premere il grilletto dei fucili. Sebbene venga subito notata la figura bianca e la vittima ai suoi piedi illuminata dalla luce bianca di una grande lanterna ai piedi dei soldati, subito dopo ci si rende conto che essa è solo una delle molte vittime. Ma c'è anche il muro scuro di soldati rappresentati di schiena e protesi le gambe e i fucili verso le vittime[1].

In questo quadro si potrebbero anche vedere delle analogie a Il giuramento degli Orazi di Jacques-Louis David. Sul parallelismo fra i due dipinti due storici dell'arte inglesi, Hugh Honour e John Fleming, affermano: «I soldati francesi di Goya echeggiano le posizioni degli Orazi, ma stanno fucilando un gruppo di civili indifesi arrestati a Madrid dopo la rivolta del giorno prima contro l'esercito di occupazione. Ma l'accento è posto sulle vittime, e su di esse viene attirata la simpatia dello spettatore, specialmente sull'uomo in camicia bianca che si contrappone a braccia tese all'anonimo plotone di esecuzione»[2] I due autori sottolineano ancora che il dipinto trova il suo autentico e profondo significato: «come martirio laico, un martirio senza il minimo raggio di speranza nella possibilità che gli evidenti mali di questo mondo siano riparati nell'altro. La sola fonte di luce è la gigantesca lanterna ai piedi dei soldati, forse un simbolo della logica rigorosa dell'illuminismo nella quale gli intellettuali spagnoli, Goya compreso, avevano posto le proprie speranze di salvezza. Tutto sembra essere fallito, l'illuminismo come la Chiesa, rappresentata dai campanili sullo sfondo e dal monaco tonsurato che figura tra i condannati. A dar significato a un mondo caotico restano soltanto l'artista e la sua visione - e quella di Goya era già troppo amareggiata e violenta per concedere sollievo o distrazione dall'orrore del soggetto con la delicatezza delle pennellate o l'armonia dei colori, che già avevano “neutralizzato” altri temi feroci nell'arte precedente»[3].
Ne Il 3 maggio 1808 si mostra una sorta di sequenza cinematografica di figure che guidano ciascun gruppo:
la vittima centrale, che sembra, agonizzare ancor prima che sia raggiunta dalla pallottola;
la figura bianca che alza le braccia in attesa del colpo mortale.
il corpo caduto ai piedi, con la testa ridotta ad una poltiglia sanguinosa, le braccia aperte che fanno riscontro a quelle della figura complementare: la vittima centrale ancora in vita.
Ma emergono anche altri comportamenti tra i condannati:
un uomo che inveisce con il pugno;
un altro che s'inchina verso terra, con gesto di sconforto;
un altro ancora che si copre il volto con le mani;
ed infine colui che guarda con orgoglioso disprezzo i carnefici in uniforme.
Ancor più che nel dipinto sul “2 maggio”, Goya qui esalta la scena rendendo il terrore con dita di colore e volti di uomini appena abbozzati. Egli così capovolge in questo dipinto la tradizione occidentale dell'eroismo, facendo emergere una nuova visione della storia in cui le strutture ideali, morali e politiche dell'Occidente sono destrutturate a favore del conflitto anonimo tra uomini. Nel 1814, anno in cui fu dipinto Il 3 maggio 1808, la visione di Goya di un'umanità disumanizzata appare come una profezia lucida e drammatica che inaugura una nuova ed inquietante epoca storica.

02 maggio, 2010

Il V municipio si unisce alla protesta per lo scempio a Ponte Mammolo


Il V municipio si unisce alla protesta per lo scempio a Ponte Mammolo
Il Municipio Roma V fa proprie le forti perplessità espresse dai cittadini, in merito ai lavori realizzati di recente sull’antico Ponte Mammolo romano, che hanno deturpato un sito tutelato dalla Soprintendenza ai beni archeologici, ricadente nell’area della Riserva della Valle dell’Aniene. Né agli uffici municipali, né alla Soprintendenza, è giunta comunicazione preventiva di tali opere, presumibilmente realizzate da ACEA, e perciò abbiamo richiesto al V Gruppo della Polizia Municipale di effettuare gli accertamenti del caso.

Certo è paradossale che, mentre il Municipio e l’Ente responsabile della Riserva, Roma Natura, si adoperano per riqualificare l’area e restituire l’antico Ponte Mammolo romano alla dignità e alla fruibilità che meritano, dall’altra parte ACEA, che pure si è tentato di coinvolgere nel progetto di riqualificazione, ha ritenuto opportuno effettuare lavori in cemento sul ponte, senza nessun rispetto per il pregio archeologico dell’area e il vincolo di tutela cui è sottoposto. E’ bene ricordare, infatti, che si tratta di un ponte costruito probabilmente in epoca repubblicana per il passaggio della via Tiburtina (il cui tracciato fu rinvenuto due anni fa in seguito a scavi effettuati nell’area adiacente), con due torri fortificate aggiunte nel XIII secolo. Oggi vi passa sopra una condotta dell’ACEA!"

PROMEMORIA 2 maggio 1945 Caduta di Berlino - l'Unione Sovietica annuncia la cattura di Berlino


Seconda guerra mondiale: Caduta di Berlino - l'Unione Sovietica annuncia la cattura di Berlino e i soldati sovietici issano la bandiera rossa sul Reichstag. Le forze tedesche si arrendono in Italia.
La battaglia di Berlino fu la battaglia finale del teatro europeo della seconda guerra mondiale. Fu un massiccio attacco sovietico da est. La battaglia durò dal 16 aprile al 2 maggio 1945. Il 30 aprile Adolf Hitler, vista persa la guerra, si suicidò e la Germania si arrese l'8 maggio, 6 giorni dopo la fine della battaglia.
La battaglia di Berlino [modifica]
Subito dopo essere stato nominato da Hitler generale della Wehrmacht e aver ricevuto il compito di difendere Berlino, il Reichminister dottor. Joseph Goebbels ordinò la mobilizzazione di ogni divisione dell'esercito e delle SS che si trovassero nei dintorni di Berlino. I reparti chiamati furono: la XX Divisione Motorizzata, la IX Divizione Aviotrasportata, la Divisione Panzer Müncheberg, la Divisione Panzergrenadieren Nordland, la XVIII Divisione Panzer, la Divisioni Waffen SS Charlemagne e la Wiking.
Per dare supporto a quei reparti, Goebbels, confidando ancora in una impossibile vittoria finale, chiamò a raccolta il Volkssturm composto da uomini anziani, molti dei quali erano stati da giovani nell'esercito e di cui alcuni erano veterani della prima guerra mondiale, i ragazzi della Gioventù Hitleriana, ed anche i piccoli Kampfgruppe. Inoltre ordinò anche ad ogni civile tedesco di difendere la città con ogni mezzo.
Il destino di Berlino era segnato ma la resistenza continuò. L'avanzata sovietica verso il centro della città si svolse lungo alcuni assi principali: da sud-est lungo la Frankfurter Allee (terminata ad Alexanderplatz); da sud lungo la Sonnenallee con termine a nord di Belle Alliance Platz, da sud con arrivo nei pressi di Potsdamer Platz e da nord per arrestarsi vicino al Reichstag. Il Reichstag con il ponte Moltke, Alexanderplatz e i ponti sul Havel a Spandau, furono i luoghi dove i combattimenti furono più pesanti, con scontri casa per casa e corpo a corpo. I contingenti stranieri delle SS combatterono con particolare vigore perché erano ideologicamente motivati e credevano che non sarebbero sopravissuti alla cattura.
Il 28 aprile Heinrici rifiutò l'ordine di Hitler di tenere Berlino a qualsiasi costo, e venne quindi sollevato dall'incarico e sostituito dal Generale Kurt Student il giorno seguente.
Il 30 aprile, mentre le forze sovietiche si aprivano combattendo la strada verso il centro di Berlino, Adolf Hitler sposò Eva Braun e si suicidò assumendo cianuro e sparandosi. Il Generale Weidling, comandante della difesa di Berlino, arrese la città ai sovietici il 2 maggio.

01 maggio, 2010

Oggi inaugurata la biblioteca della Cervelletta


Questa mattina, primo maggio 2010, alle presenza del Presidente del Municipio Roma V Ivano Caradonna e del consigliere municipale Roberto Chiappini è stata inaugurata la biblioteca interna alla Cervelletta sita nella Casa del Parco della Riserva Naturale della Valle dell'Aniene in Via Vicovaro snc 00156 Roma (zona Casal de Pazzi altezza mercato rionale). Meritoria l’iniziativa dell’associazione Insieme per L’Aniene onlus che coniuga in maniera ottimale la cultura per la natura alla cultura che ritroviamo sui libri.

PROMEMORIA 1 maggio Festa dei lavoratori - La Storia


La Festa del lavoro o Festa dei lavoratori è una festività celebrata il 1º maggio di ogni anno che intende ricordare l'impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori. La festa del lavoro è riconosciuta in molte nazioni del mondo ma non in tutte.

Origini internazionali
Più precisamente, con essa si intendono ricordare le battaglie operaie volte alla conquista di un diritto ben preciso: l'orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore. Tali battaglie portarono alla promulgazione di una legge che fu approvata nel 1866 nell'Illinois (USA)[senza fonte]. La Prima Internazionale richiese poi che legislazioni simili fossero approvate anche in Europa.
L'origine della festa risale ad una manifestazione organizzata negli Stati Uniti dai Cavalieri del lavoro (Knights of Labor, associazione fondata nel 1869) a New York il 5 settembre 1882. Due anni dopo, nel 1884, in un'analoga manifestazione i Cavalieri del lavoro approvarono una risoluzione affinché l'evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate all' Internazionale dei lavoratori - vicine ai movimenti socialisti ed anarchici - suggerirono come data della festività il primo maggio.
Ma a far cadere definitivamente la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago (USA) e conosciuti come rivolta di Haymarket. Questi fatti ebbero il loro culmine il 4 maggio quando la polizia sparò sui manifestanti provocando numerose vittime.
L'allora presidente Grover Cleveland ritenne che la festa del primo maggio avrebbe potuto costituire un'opportunità per commemorare questo episodio. Successivamente, temendo che la commemorazione potesse risultare troppo a favore del nascente socialismo, stornò l'oggetto della festività sull'antica organizzazione dei Cavalieri del lavoro.
La data del primo maggio fu adottata in Canada nel 1894 sebbene il concetto di festa del lavoro sia in questo caso riferito a precedenti marce di lavoratori tenute a Toronto e Ottawa nel 1872.
In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia due anni dopo.

La Festa dei Lavoratori in Italia

In Italia la festività fu soppressa durante il ventennio fascista - che preferì festeggiare una autarchica Festa del lavoro italiano il 21 aprile in coincidenza con il Natale di Roma - ma fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945.
Nel 1947 la ricorrenza venne funestata a Portella della Ginestra (PA) quando la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina.
I sindacati italiani CGIL, CISL e UIL organizzano annualmente a Roma un concerto per celebrare il primo maggio dall'anno 1990 (vedi Concerto del Primo Maggio a Roma a cui partecipano annualmente centinaia di migliaia di persone).

Le prime vittime della storia operaia in Italia


Le prime vittime della storia operaia furono napoletane. Nell’estate del 1863, accade un triste episodio a Portici, nel cortile delle officine di Pietrarsa. Una vicenda storica poco conosciuta data la copertura poliziesca della monarchia sabauda, subentrante a quella borbonica, che da poco aveva invaso il Regno delle Due Sicilie dando vita all’Italia unita di stampo piemontese. I documenti del “Fondo Questura” dell’Archivio di Stato di Napoli riportano ciò che accadde quel giorno. Dopo l’Unità d’Italia, il Real Opificio Borbonico di Pietrarsa, il più grande e importante della penisola, passa alla proprietà di Jacopo Bozza, un uomo con la fama dello sfruttatore. Costui, artificiosamente, prima dilata l’orario di lavoro abbassando nello stesso tempo gli stipendi, poi taglia in maniera progressiva il personale mettendo in ginocchio la produzione. Il 23 Giugno 1863, a seguito delle proteste del personale, promette di reimpiegare centinai di operai licenziati tra i 1050 impiegati al 1860. Sui muri dello stabilimento compar questa scritta: "muovetevi artefici, che questa società di ingannatori e di ladri con la sua astuzia vi porterà alla miseria". Sulle pareti prossime ai bagni vengono segnate col carbone queste parole: “Morte a Vittorio Emanuele II, il suo Regno è infame, la dinastia Savoja muoja per ora e per sempre”. La promessa di Bozza è uno dei tanti bluff che l’impresario nasconde continuando a rassicurare i lavoratori e rallentando la loro ira elargendo metà della paga concessa dal nuovo Governo, una prima forma di cassa-integrazione sulla quale si è retta la distruzione dell’economia meridionale nel corso degli anni a venire. il 31 Luglio 1863 gli operai scendono ad appena 458 mentre a salire è la tensione. Bozza da una parte promette pagamenti che non rispetterà, dall’altra minaccia nuovi licenziamenti che decreterà. La provocazione supera il limite della pazienza e al primo pomeriggio del 6 Agosto 1863, il Capo Contabile dell’opificio di Pietrarsa, Sig. Zimmermann, chiede alla pubblica sicurezza sei uomini con immediatezza perché gli operai che hanno chiesto un aumento di stipendio incassano invece il licenziamento di altri 60 unità. Poi implora addirittura l’intervento di un Battaglione di truppa regolare dopo che gli operai si sono portati compatti nello spiazzo dell’opificio in atteggiamento minaccioso. Convergono la Guardia Nazionale Italiana, i Bersaglieri e i Carabinieri, forze armate italiane da poco ma piemontesi da sempre, che circondano il nucleo industriale. Al cancello d’ingresso trovano l’opposizione dei lavoratori e calano le baionette. Al segnale di trombe al fuoco, sparano sulla folla, sui tanti feriti e sulle vittime. La copertura del regime poliziesco parla di sole due vittime e sei feriti trasportati all’Ospedale. Ma i morti sono almeno quattro: Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Domenico Del Grosso e Aniello Olivieri. Sono questi i nomi accertati dei primi martiri della storia operaia italiana.