08 giugno, 2012
"Proposte di Pace. Giustizia e Pace al tempo delle Crisi”. Forum della Provincia di Roma a Porta Futuro
PROMEMORIA 8 giugno 1976 – Francesco Coco, Procuratore della Repubblica di Genova, diventa la prima vittima intenzionale delle Brigate Rosse
05 giugno, 2012
Inaugurazione Parco giochi di Via Alessandro Vivenza
PROMEMORIA 5 giugno 1967 – Guerra dei sei giorni: L'aviazione Israeliana lancia attacchi simultanei contro le forze aeree di Egitto, Giordania, e Siria
04 giugno, 2012
PROMEMORIA 4 giugno 1989 La vittoria di Solidarnosc nelle prime elezioni parlamentari parzialmente libere della Polonia del dopoguerra, innescano una sequenza di pacifiche rivoluzioni anticomuniste nell'Europa Orientale
03 giugno, 2012
PROMEMORIA 3 giugno 1928 - Un radioamatore russo sente l'SOS lanciato dai superstiti del dirigibile Italia, in seguito all'incidente occorso durante la missione presso il Polo nord
Un radioamatore russo sente l'SOS lanciato dai superstiti del dirigibile Italia, in seguito all'incidente occorso durante la missione presso il Polo nord
L'Italia fu un dirigibile semirigido italiano progettato da Umberto Nobile e da lui utilizzato per una serie di voli artici successivi a quello compiuto con il dirigibile Norge. Dopo aver raggiunto il Polo Nord fu protagonista di un drammatico incidente: il dirigibile appesantito dai ghiacci urtò il pack, la gondola di comando rimase distrutta nell'impatto e 10 uomini furono sbalzati sui ghiacci, mentre i restanti 6 membri dell'equipaggio rimasero a bordo dell'involucro, di loro e del dirigibile non si seppe più nulla; probabilmente s'inabissò nel Mare di Barents o forse si schiantò poco dopo prendendo fuoco.
La Tenda Rossa e le operazioni di soccorso
I sopravvissuti sul pack furono, nel dramma, fortunati. Sulla tenda, progettata per 4 persone, e destinata alla eventuale discesa e breve permanenza sul pack, realizzata sulla base dell'esperienza delle precedenti esplorazioni polari, venne tracciato un reticolo di colore rosso con l'anilina destinata alle rilevazioni altimetriche. Infatti per misurare la quota del dirigibile, l'equipaggio utilizzava il tempo di caduta di fiale di fucsina, una anilina dall'intenso colore rosso: si lanciava la fiala e se ne cronometrava il tempo di caduta, il momento dell'impatto era ben visibile sul ghiaccio, proprio grazie al vivace colore; la luce continua dell'estate artica fece però svanire il colore in pochi giorni, ma l'appellativo di Tenda Rossa era ormai cristallizzato nelle memorie. Tra i materiali recuperati vi era anche la radio Ondina 33 che venne subito approntata da Biagi, anche se ci vollero giorni prima che l'SOS venisse intercettato. Tra i superstiti gli unici feriti furono Nobile con fratture ad una gamba ed un braccio, Cecioni con una gamba fratturata e Malmgren con una ferita alla spalla.
Per il salvataggio dei sopravvissuti si mobilitarono piloti ed esploratori provenienti da Francia, Finlandia, Norvegia, Svezia e URSS, ma gli sforzi internazionali, poco coordinanti tra loro, furono rallentati (se non ostacolati) dall'inerzia della nave appoggio della spedizione Città di Milano, e dalla scarsa premura del governo italiano nel ritrovare i possibili superstiti. A causa del mancato coordinamento ci vollero 49 giorni prima che tutti i superstiti dell'Italia e alcuni dei soccorritori che non erano riusciti a far ritorno alle loro basi venissero salvati. Nove soccorritori perirono nelle loro ricerche, tra questi, il più famoso, Roald Amundsen disperso con il suo idrovolante Latham nel corso delle operazioni.
02 giugno, 2012
PROMEMORIA 2 giugno 1928 – Arturo Ferrarin e Carlo Del Prete, a bordo di un Savoia-Marchetti S.64, conquistano il record di distanza in volo in circuito chiuso, percorrendo un totale 7.666 km ripetendo per 51 volte il tragitto fra Torre Flavia ed il faro di Anzio.
Arturo Ferrarin e Carlo Del Prete, a bordo di un Savoia-Marchetti S.64, conquistano il record di distanza in volo in circuito chiuso, percorrendo un totale 7.666 km ripetendo per 51 volte il tragitto fra Torre Flavia ed il faro di Anzio.
Il Savoia-Marchetti S.64 era un monoplano da primato monomotore ad ala bassa realizzato dall'azienda italiana Savoia-Marchetti nel 1928 e divenuto celebre a seguito del conseguimento di diversi primati mondiali.
Condotto da Arturo Ferrarin in coppia con Carlo Del Prete, divenne uno dei simboli dell'aeronautica e del progresso tecnologico italiano nei primi anni del regime fascista fino al tragico incidente di volo che costò la vita ad Umberto Maddalena, Fausto Cecconi e Giuseppe Da Monte.
Dopo un'interminabile serie di prove e controlli, la mattina del 31 maggio 1928, prendeva avvio la prima avventura: il record del mondo su circuito chiuso.
L'aereo, condotto da Ferrarin e Del Prete percorse per 51 volte il circuito compreso tra Torre Flavia ed il faro di Anzio, distanti poco più di 74 km, atterrando alle 15,30 del 2 giugno dopo aver percorso un totale di 7 666,616 km in un tempo di 58 h e 37 min[3]. Tale prestazione superava di quasi 5 ore il precedente primato di durata e di 3 000 km quello di distanza.
Questa prima impresa costituiva il banco di prova per il principale obiettivo del progetto: il volo dall'Italia al Brasile, per aggiudicarsi il record mondiale di volo in linea retta.
La macchina organizzativa si mise in moto fin dal giorno successivo, in quanto si voleva realizzare la trasvolata atlantica nei primi giorni di luglio, al fine di sfruttare la fase di luna piena prevista per quei giorni durante le ore notturne del volo.
La sera del 3 luglio 1928, alle ore 18 e 51, prese il via la delicata fase di decollo: appesantito dal carburante necessario per il tragitto, il S.64 aveva una velocità di salita di soli 0,25 metri al secondo, alla velocità di 180 km/h. In pratica erano necessari 3 km per raggiungere la quota di 15 metri!
L'orario di partenza venne scelto al fine di raggiungere sia Gibilterra che, il giorno successivo, il Brasile con le luci del giorno.
Il volo si presentò difficoltoso fin dalla prima notte quando, a causa di caldi venti africani, il rendimento del motore diminuì sensibilmente ed i due piloti decisero di modificare la rotta verso nord, alla ricerca di temperature meno elevate.
Attraversando condizioni di cielo mutevole e variando di quota alla ricerca di correnti di coda, Ferrarin e Del Prete si accinsero a trascorrere la seconda notte in volo entrando nella fascia dei temporali equatoriali, decidendo di salire fino a 4 000 m di quota nel, vano, tentativo di risparmiare, al velivolo ed a sé stessi, le sollecitazioni della burrasca.
Il sopraggiungere del mattino (è il 5 luglio) e l'avvistamento della costa brasiliana diedero conferma della precisione dei difficili calcoli notturni per il mantenimento della rotta e trasmisero nuovo vigore all'equipaggio che puntò deciso in direzione di Bahia.
Ancora il maltempo procurò l'ennesimo imprevisto e, stimando un residuo di carburante poco rassicurante, i due decisero di tornare sui propri passi per dirigersi verso Port Natal, dove contavano di atterrare sul campo di volo della Latécoère. Sempre più preoccupati della riserva di carburante ed ostacolati dalla scarsa visibilità, giunti a breve distanza dalla nuova meta, Ferrarin e Del Prete decisero di atterrare sulla spiaggia dove, dopo un breve rullaggio, le ruote del S.64 affondarono nella sabbia.
L'aereo riportò danni al carrello ed alla cabina di pilotaggio e nei serbatoi erano rimasti soltanto 15 litri di carburante, ma l'impresa era compiuta!
In pratica erano stati coperti 8 100 km, ma il record venne omologato in base alla distanza ortodromica tra Montecelio e Natal: 7 188 km.
L'aereo, recuperato con estrema difficoltà dopo l'atterraggio in spiaggia, non fu in grado di decollare da Natal a causa della pista non adeguata alle sue caratteristiche; venne trasportato a Rio de Janeiro via mare e donato al Brasile.
I festeggiamenti di quei giorni ebbero un tragico epilogo: durante un volo dimostrativo (effettuato a bordo di un idrovolante Savoia-Marchetti S.62), in seguito al cedimento dell'ala Ferrarin e Del Prete precipitarono nelle acque antistanti Rio. Carlo Del Prete riportò gravissime ferite alle gambe ed una dovette essergli amputata.
Il 16 agosto 1928, in seguito all'aggravarsi delle condizioni, 5 giorni prima del suo 31º compleanno, Carlo Del Prete morì.
La storia del S.64 proseguì: equipaggiato con una nuova elica a passo variabile e ad altre piccole modifiche secondarie, venne ribattezzato S.64bis: il 30 maggio 1930, al comando dei piloti Fausto Cecconi e Umberto Maddalena, superò nuovamente il record di durata in circuito chiuso, volando per 8 188 km per un totale di 67 h 13 min.
Quasi un anno dopo, il 19 marzo 1931, durante un volo di trasferimento l'aereo scomparve definitivamente in mare insieme ai piloti Cecconi e Maddalena ed al motorista Giuseppe Da Monte
01 giugno, 2012
PROMEMORIA 1 giugno 1942 – seconda guerra mondiale; il giornale di Varsavia Liberty Brigade pubblica le prime notizie riguardo l'esistenza dei campi di concentramento.
Seconda guerra mondiale; il giornale di Varsavia Liberty Brigade pubblica le prime notizie riguardo l'esistenza dei campi di concentramento.
Con l'invasione tedesca del 1939 anche Varsavia venne occupata dai Nazisti dopo un assedio che portò alla distruzione del 10-15% dei suoi edifici. Durante l'occupazione gli Ebrei furono rinchiusi nel Ghetto e in seguito massacrati nonostante una strenua resistenza durata oltre un mese. Tra il 1º agosto e il 2 ottobre 1944, quando le truppe sovietiche si avvicinavano alla città, questa si ribellò all'occupazione, resistendo per 63 giorni (Rivolta di Varsavia). Per rappresaglia i Nazisti deportarono l'intera popolazione di Varsavia e distrussero la città quasi completamente: quando le truppe sovietiche vi entrarono, nel gennaio del 1945, l'85% degli edifici era completamente distrutto.
31 maggio, 2012
Presentazione nuovo “Bando delle Idee per i piccoli Comuni della Provincia di Roma”
Presentazione nuovo “Bando delle Idee per i piccoli Comuni della Provincia di Roma”
Domani, giovedì 31 maggio, alle ore 12.30, il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti presenta il nuovo “Bando delle Idee per i piccoli Comuni della Provincia di Roma”, lo strumento messo a disposizione dalla Provincia di Roma e da Legambiente Lazio per la realizzazione di progetti di valorizzazione e promozione del territorio.
L’evento si svolge nella Sala Giunta di Palazzo Valentini.
Partecipano Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente e Cristiana Avenali, direttrice Legambiente Lazio.
PROMEMORIA 31 maggio 1962 A Voghera un treno merci proveniente da Milano non rispetta un semaforo rosso e piomba su un treno carico di passeggeri diretto in Liguria che sostava sul terzo binario. Fu il più grave disastro ferroviario italiano del dopoguerra: 63 le vittime
A Voghera un treno merci proveniente da Milano non rispetta un semaforo rosso e piomba su un treno carico di passeggeri diretto in Liguria che sostava sul terzo binario. Fu il più grave disastro ferroviario italiano del dopoguerra: 63 le vittime
L'incidente ferroviario di Voghera è considerato uno tra gli incidenti più gravi della storia delle ferrovie italiane. È avvenuto sul terzo binario della stazione di Voghera, la notte del 31 maggio 1962. Vi persero la vita 64 persone e 58 rimasero ferite gravemente.
Cronologia [modifica]
Alle ore 2,35 del 31 maggio 1962, il treno merci numero 8151, proveniente da Milano, trainato da un locomotore del tipo E626, entrò nella stazione di Voghera con i segnali di protezione a «via impedita», e investì in coda il treno viaggiatori 1391 che, in sosta sul terzo binario, stava per essere licenziato in partenza verso Genova. Il locomotore del treno 8151 si incuneò nell'ultima carrozza del treno 1391, provocando la morte di 60 persone nonché il ferimento di 40, quattro delle quali successivamente morirono in ospedale. Tutte le vittime si trovavano nella ultima carrozza; si trattava in gran parte di villeggianti diretti in Riviera Ligure.
Indagine sulle cause dell'incidente
Dall'esame della zona tachimetrica del treno 8151 risultò che per tutto il percorso da Milano Rogoredo, salvo un breve rallentamento in corrispondenza di Pavia, il treno aveva tenuto una velocità tra i 70 e i 75 chilometri orari. La velocità non fu diminuita neppure in arrivo a Voghera, salvo che nei nove secondi precedenti l'urto, in cui essa scese bruscamente da 72 chilometri a circa 60. Questa velocità non era in alcun modo ammissibile, indipendentemente dalle indicazioni del segnale rosso, dato che il treno avrebbe dovuto fermarsi alla stazione per il cambio di trazione, essendo all'epoca il tratto di linea Milano-Voghera a trazione elettrica a corrente continua, e quello Voghera-Genova a corrente alternata, imponendo ciò il cambio del locomotore. L'inizio della frenatura del treno può collocarsi a circa 170 metri dalla coda del treno 1391; quindi, tenuto conto delle caratteristiche del freno e del tempo di entrata in azione del medesimo, si può ritenere che esso venne azionato in seguito alle segnalazioni di arresto fatte a mano da parte degli agenti della stazione dal posto di servizio lato Milano, come, del resto, è stato ammesso dallo stesso macchinista.
30 maggio, 2012
PROMEMORIA 30 maggio 1994 - Muore suicida a San Marco di Castellabate l'ex calciatore Agostino Di Bartolomei
Muore suicida a San Marco di Castellabate l'ex calciatore Agostino Di Bartolomei
Morì suicida la mattina del 30 maggio 1994 a San Marco (frazione di Castellabate), dove viveva, sparandosi nel petto con la sua pistola Smith & Wesson calibro 38. Erano trascorsi dieci anni esatti dalla finale di Coppa dei Campioni 1983-1984 persa dalla Roma contro il Liverpool.
I motivi del suicidio (si parlò di alcuni investimenti andati male e di un prestito che gli era stato appena rifiutato) divennero abbastanza chiari quando fu trovato un biglietto in cui il calciatore spiegava il suo gesto, da ricollegarsi probabilmente alle porte chiuse che il calcio serrava di fronte a lui: «mi sento chiuso in un buco», scrisse.
Il Comune di Castellabate gli ha intitolato una strada nella frazione di San Marco dove egli viveva.
29 maggio, 2012
VALENTINA MOVIE. Mostra a Palazzo Incontro
VALENTINA MOVIE. Mostra a Palazzo Incontro
Per la prima volta a Roma una mostra dedicata a Valentina - il popolare personaggio di Guido Crepax - presso la prestigiosa sede di Palazzo Incontro, nel cuore della Capitale, in Via dei Prefetti 22.
L’esposizione sarà inaugurata martedì 29 maggio, alle ore 19, dal presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti.
VALENTINA MOVIE è una mostra curata da Archivio Crepax e Vincenzo Mollica.
Promossa dalla Provincia di Roma nell’ambito del Progetto ABC Arte Bellezza Cultura ed organizzata da Civita, apre al pubblico dal 30 maggio al 30 settembre, a Palazzo Incontro.
Nata nel 1965 dalla penna di Guido Crepax, Valentina, la donna più complessa e sensuale del fumetto italiano si presenta in un'esposizione "anarchica" ed emozionale, costituita da sale tematiche che avvolgono il pubblico in un'atmosfera sempre in bilico tra sogno e realtà.
Sagome di Valentina a grandezza naturale guidano gli spettatori lungo il percorso, raccontando il mondo di Crepax e fornendo spunti dal ricco bagaglio culturale che caratterizza le storie della saga. Il tutto, amplificato da ambientazioni e spettacolarizzazioni di grandi dimensioni tratte dai disegni, animato da installazioni e contributi video e valorizzato da 120 tavole originali scelte tra le circa 2.600 che quest'autore ha dedicato a Valentina.
La mostra è accompagnata dalla pubblicazione del libro “Valentina come Louise Brooks: il libro nascosto”, edito da Fandango Libri, a cura dell'Archivio Crepax e di Vincenzo Mollica.
28 maggio, 2012
PROMEMORIA 28 maggio 1980 – Milano, giovani terroristi delle BR assassinano Walter Tobagi, giornalista di punta del Corriere della Sera
Milano, giovani terroristi delle BR assassinano Walter Tobagi, giornalista di punta del Corriere della Sera
Walter Tobagi (San Brizio di Spoleto, 18 marzo 1947 – Milano, 28 maggio 1980) è stato un giornalista e scrittore italiano, che venne assassinato in un attentato terroristico perpetrato dalla Brigata XXVIII marzo, gruppo terrorista di estrema sinistra.
Tobagi venne ucciso alle 11 di mattina con cinque colpi di pistola da un "commando" di terroristi (Marco Barbone, Paolo Morandini, Mario Marano, Francesco Giordano, Daniele Laus e Manfredi De Stefano), buona parte dei quali figli di famiglie della borghesia milanese. Due membri del commando in particolare appartengono all'ambiente giornalistico: sono Marco Barbone, figlio di Donato Barbone, dirigente editoriale della casa editrice Sansoni (di proprietà del gruppo RCS), e Paolo Morandini, figlio del critico cinematografico del quotidiano Il Giorno Morando Morandini.
A sparare furono Mario Marano e Marco Barbone. È quest'ultimo a dargli quello che nelle sue intenzioni sarebbe il colpo di grazia: quando Tobagi era ormai accasciato a terra, il terrorista gli si avvicinò e gli esplose un colpo dietro l'orecchio sinistro. In realtà, da come risulta dall'autopsia, il colpo mortale fu il secondo esploso dai due assassini, che colpendo il cuore causò la morte del giornalista.
Il processo
Nel giro di pochi mesi dall'omicidio, le indagini di Carabinieri e magistratura portarono all’identificazione degli assassini, ed in particolare a quella del leader della neonata Brigata XXVIII marzo, lo stesso Marco Barbone. Subito dopo il suo arresto, il 25 settembre del 1980, Barbone decise di collaborare con gli inquirenti; grazie alle sue rivelazioni l'intera Brigata XXVIII marzo fu smantellata e furono incarcerati più di un centinaio di sospetti terroristi di sinistra, con cui Barbone venne in contatto nel corso della sua breve ma intensa "carriera" terroristica.
Le 102 udienze di quello che fu un maxi-processo all'area sovversiva di sinistra iniziarono il 1 marzo 1983 e terminarono 28 novembre dello stesso anno. La sentenza ha suscitò molte polemiche poiché il giudice Cusumano, interpretando la legge sui pentiti in modo difforme rispetto al Tribunale di Roma (dove furono comminate comunque pene a oltre vent'anni di carcere ai terroristi pentiti delle Unità comuniste combattenti), concesse a Marco Barbone, Mario Ferrandi, Umberto Mazzola, Paolo Morandini, Pio Pugliese e Rocco Ricciardi «il beneficio della libertà provvisoria ordinandone l'immediata scarcerazione se non detenuti per altra causa» [7], mentre agli altri membri della XXVIII marzo, De Stefano, Giordano e Laus, furono inflitti trent'anni di carcere[6].
Le indagini non hanno chiarito il ruolo svolto dalla fidanzata di Marco Barbone, Caterina Rosenzweig, appartenente ad una ricca famiglia milanese. Nel 1978, cioè ben due anni prima dell'omicidio, Caterina Rosenzweig aveva lungamente pedinato Tobagi, che era anche suo docente di storia moderna all'Università Statale di Milano. Anche se nel settembre 1980 viene arrestata insieme con gli altri, Caterina verrà assolta per insufficienza di prove, nonostante nel corso del processo venga accertato che il gruppo di terroristi si riuniva a casa sua in via Solferino, a poca distanza dagli uffici dove lavorava Tobagi. Dopo il processo si trasferirà in Brasile, dove si perdono le sue tracce.
Discussa fu la scelta da parte della magistratura di imbastire un processo con oltre 150 imputati e relativo non soltanto all'assassinio Tobagi ma a tutta l'area della sovversione di sinistra. Ciò, a detta di Ugo Finetti, segretario provinciale del PSI, ha fatto apparire il dibattimento come "un processo che sulla carta dovrebbe andare in scena perché si parli poco e male della vittima e con gli assassini più che altro messi sul banco non degli imputati, bensì degli accusatori, perché la sceneggiatura prevede che il centro dell'attenzione processuale riguardi altri fatti e altre persone". Fu infatti scelto come referente privilegiato Marco Barbone, il quale, pentitosi subito dopo l'arresto, cominciò a fornire una notevole mole d'informazioni sugli ambienti della "lotta armata". Tale scelta appare irrituale se si considera che il generale Carlo Alberto dalla Chiesa in un'intervista a Panorama rilasciata il 22 settembre 1980 (tre giorni prima dell'arresto del terrorista), fa cenno all'assassinio di Tobagi e alla Brigata XXVIII marzo e parla di aver «[...] usato la stessa tecnica adottata a Torino nel '74-75 per la cattura di Renato Curcio: massima riservatezza, conoscenza anche culturale dell'avversario, infiltrazione». Ossia, le forze dell'ordine e la magistratura potevano già disporre di una serie d'informazioni relative al gruppo terroristico e al delitto. Nonostante ciò, come già detto, durante il dibattimento ci si basò sulle dichiarazioni di Barbone, il quale quando questi fu arrestato i capi d'accusa furono: appartenenza alle Fcc, a Guerriglia rossa e aver partecipato alla rapina ai Vigili urbani di via Colletta e non come sospetto per l'omicidio. Nella stessa intervista il generale afferma che vi sono sostenitori della Brigata XVIII marzo tra i giornalisti.
Altra stranezza è la insolita uniformità di punti di vista tra pm e difesa di Barbone e la, altrettanto insolita, contrapposizione tra accusa e parte civile, la quale si è vista rifiutare ogni istanza tesa a chiarire le dinamiche del delitto e le circostanze che hanno portato Marco Barbone a pentirsi.
Nel documento di rivendicazione del delitto i terroristi sembrano essere a conoscenza dei fenomeni legati al mondo della carta stampata e a particolari relativi alla vita professionale di Walter Tobagi. Del giornalista scrissero «preso il volo dal Comitato di redazione CORSERA dal '74, si è subito posto come dirigente capace di ricomporre le grosse contraddizioni politiche esistenti fra le varie correnti», ma Gianluigi Da Rold si chiede: «Come fanno a sapere che Walter Tobagi fece parte del comitato di redazione del CORSERA (termine usato solo all'interno di via Solferino) quale rappresentante sindacale del «Corriere d'informazione» anche se per poco tempo [due mesi,ndr], nel 1974?». Il comitato di redazione del CORSERA non è da confondere con l'omologo del Corriere della sera, in esso si riunivano i rappresentanti delle redazioni di tutti i quotidiani e periodici allora collegati alla testata milanese. Nel testo, quindi, si cita un fatto molto particolare, ma Barbone, durante il dibattimento, afferma di essersi confuso: riprendendo un articolo di Ikon, ci si sarebbe sbagliati e scritto 1974 anziché 1977, l'anno in cui Tobagi entrò effettivamente a far parte del comitato di redazione del quotidiano. Ma, come detto, il cdr del Corriere della sera è cosa diversa da quello del CORSERA e appare strano che, laddove l'autore (o autori, stando alla versione fornita da Barone) del testo appare consapevole della differenza, nella sua dichiarazione al processo dimostra di non avercela ben presente, affermando di essersi semplicemente confuso sulla data di ingresso di Tobagi nel cdr del «Corriere della sera».
Altra incongruenza nelle dichiarazioni di Barbone è quella relativa al suo pedinamento del giornalista la notte del 27 maggio, il giorno prima del delitto. Nel mese di maggio del 1980, la vittima si assentò spesso da Milano per seguire la campagna elettorale per le amministrative, e tornava solo la domenica. Il 27, un mercoledì, eccezionalmente era presente al "Circolo della stampa" di Milano (dove fu oggetto, come riferiscono i testimoni, di attacchi verbali). Il terrorista, successivamente, affermò di aver girato con l'auto attorno alla sede dell'associazione «per rintracciare eventualmente quella del Tobagi e avere conferma che ci fosse, ma senza averla vista, me ne andai subito. La mattina successiva, quindi, agimmo». Se la presenza dell'auto presso il circolo era un fatto secondario rispetto alla messa in pratica del disegno criminoso, allora perché Barbone decise di pedinare Tobagi e soprattutto, come seppe della sua presenza a Milano?
27 maggio, 2012
PROMEMORIA 27 maggio 1993 – Attentato dinamitardo di origine mafiosa in via dei Georgofili a Firenze
Attentato dinamitardo di origine mafiosa in via dei Georgofili a Firenze
In via dei Georgofili a Firenze, un attentato dinamitardo di origine mafiosa provoca la morte di cinque persone. Una Fiat Fiorino imbottita di esplosivo viene fatta esplodere nei pressi della torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili. Anche gli Uffizi subiscono dei danni. L’attentato viene fatto risalire alla reazione dal parte del clan dei corleonesi di Totò Riina all’applicazione dell’articolo 41 bis che prevede carcere duro e isolamento per i mafiosi. La sede dei Georgofili sarà ricostruita nel 1996.
26 maggio, 2012
PROMEMORIA 26 maggio 1986 – La Comunità Europea adotta la Bandiera Europea
La Comunità Europea adotta la Bandiera Europea
La bandiera dell'Europa raffigura dodici stelle dorate disposte in cerchio su campo blu.
Anche se la bandiera viene comunemente associata all'Unione europea venne inizialmente adottata dal Consiglio d'Europa ed è pensata per rappresentare l'intera Europa geografica e non una particolare organizzazione come la stessa Unione europea o il Consiglio d'Europa.
La bandiera venne formalmente adottata dall'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, approvando la formale proposta dell'araldo capo irlandese Gerard Slevin, il 25 ottobre 1955 e dal Comitato dei Ministri a Parigi l'8 dicembre dello stesso anno.
I capi di Stato e di governo della Comunità europea nel giugno 1985 a Milano decisero, col beneplacito del Consiglio d'Europa, che la bandiera europea fosse emblema ufficiale anche della CE.
Infine l'Unione europea, istituita con il Trattato di Maastricht nel 1992 dai medesimi membri della Comunità europea, adottò contestualmente anch'essa la bandiera europea con le dodici stelle dorate su campo blu.
Da allora la bandiera rappresenta congiuntamente sia il Consiglio d'Europa, che l'Unione Europea.
25 maggio, 2012
La Challah di Valentina
La Challah di Valentina
La challah è il tipico pane dello shabbat, cioè il venerdì sera, che è un momento della settimana molto speciale per gli ebrei.
All’inizio di shabbat, subito dopo il tramonto del sole, gli ebrei recitano una preghiera, ilkiddush, in cui si rende grazie a Dio di aver creato il mondo e di essersi riposato nel settimo giorno; durante il kiddush si benedicono il vino e il pane, la challà appunto.
La challah è un pane molto simile al pain brioche, ma è un po’ meno dolce e più compatto.
Per fare due grandi trecce di pane (challot) servono:
• 1 kg di farina (tutta manitoba o 1/2 manitoba e 1/2 farina 00)
• 50 g di lievito di birra o 2 bustine di lievito secco per pane
• 500 ml di acqua
• 80 ml di olio extravergine d’oliva
• 2 uova grandi (volendo anche 1 sola)
• 5 cucchiai abbondanti di zucchero
• 1 cucchiaino di sale
• poco tuorlo d’uovo
• semi di sesamo o semi di papavero, se piacciono
Sciogliete in una ciotola capiente il lievito con l’acqua tiepida (non calda!) e quando è ben sciolto aggiungete a poco a poco la farina. Mettendo poca farina per volta, versate anche le uova, l’olio, il sale e lo zucchero.
Mescolate bene e impastate con forza per almeno un quarto d’ora: inutile dire che chi ha l’impastatrice, tipo il Kitchen Aid, in questi casi è molto avvantaggiato.
Quando l’impasto è uniforme e soprattutto non si attacca più alle mani (qualora succedesse, aggiungete un po’ di farina), formate una palla, copritela e lasciatela lievitare per 1 ora.
Trascorsa l’ora, dividete l’impasto in 6 parti per ottenere due challot a treccia, oppure in 10 parti per intrecci più complessi: la treccia semplice di tre rotoli è facilmente realizzabile e di sicuro effetto, mentre per le trecce complicate rimando all’efficacissimo tutorial di Belinda su YouTube, 5 strands challah bread.
Tirate le sei parti di impasto in sei rotoli, come dicevo, intrecciando i quali dobbiamo ottenere due trecce lunghe circa 30 cm.
Le trecce devono riposare coperte finchè non raddoppiano di misura, cioè per almeno 1 ora.
A lievitazione ultimata, spennellate le challot con tuorlo diluito in un po’ d’acqua, si cospargono di semi di sesamo (sempre che non si sia nevrotici come la sottoscritta, che non li sopporta: in tal caso provate il papavero) e si infornano le trecce a 200°.
Il tempo di cottura dipende dal forno (circa 25 minuti, di solito), ma si nota subito se la challah è cotta: essa acquista in superficie un bel colore, tra il marrone e il dorato, sprigionando un profumino che richiamerebbe anche la più sbadata delle cuoche…
Tradizionalmente, la challah si copre durante il kiddush e la benedizione con un panno finemente ricamato; quando la benedizione finisce, il capofamiglia spezza una delle challot in piccole parti, vi sparge sopra un po’ di sale e ne offre ai commensali. Tuttavia, la challah è un pane adatto a ogni occasione, sia ai pasti che per colazione e merenda.
PROMEMORIA 25 maggio 1940 - seconda guerra mondiale: Inizia la Battaglia di Dunkerque.
Seconda guerra mondiale: Inizia la Battaglia di Dunkerque.
La battaglia di Dunkerque si svolse tra il 26 maggio ed il 3 giugno 1940 nella prima fase della grande offensiva in Occidente sferrata dalle truppe tedesche della Wehrmacht a partire dal 10 maggio durante le prime fasi della seconda guerra mondiale. Dopo la cosiddetta strana guerra (drôle de guerre per i francesi, twilight war per gli inglesi, Sitzkrieg per i tedeschi), la campagna di Francia iniziò con la travolgente avanzata delle Panzer-Divisionen attraverso le Ardenne ed oltre la Mosa; dopo aver sbaragliato le deboli formazioni francesi schierate in questo settore del fronte, le forze corazzate tedesche avanzarono rapidamente verso ovest raggiungendo già il 20 maggio le coste della Manica, tagliando fuori in Belgio e nel nord della Francia l'intero Gruppo d'armate n.1 Alleato, costituito dalle migliori armate francesi e dal Corpo di spedizione britannico.
La disperata situazione delle forze alleate isolate a nord del cuneo tedesco, costrinse i comandi anglo-francesi, dopo alcuni fallimentari tentativi di contrattacco ad ordinare un ripiegamento verso le coste della Manica, dove le truppe alleate superstiti (oltre 400.000 soldati) vennero in gran parte miracolosamente evacuate via mare attraverso il porto di Dunkerque, perdendo tutto l'equipaggiamento e i materiali ma sfuggendo alla prigionia.
La riuscita evacuazione fu indubbiamente una delusione per il comando tedesco, che mostrò in questa fase qualche incertezza tattico-operativa, e venne salutata in Gran Bretagna come una miracolosa vittoria morale, tuttavia dopo la perdita delle migliori forze francesi e britanniche (completamente disorganizzate dopo la ritirata e non più in grado di partecipare ai combattimenti) la situazione globale era ormai gravemente compromessa per gli Alleati, e la successiva seconda fase dell'offensiva tedesca a ovest (iniziata già il 5 giugno) condusse inevitabilmente alla vittoria totale del Terzo Reich ed alla caduta della Francia.
24 maggio, 2012
PROMEMORIA 24 maggio 1943 – Olocausto: Josef Mengele diventa capo ufficiale medico del campo di concentramento di Auschwitz
Olocausto: Josef Mengele diventa capo ufficiale medico del campo di concentramento di Auschwitz
Josef Mengele (pronuncia tedesca: [ˈjoːzɛf ˈmɛŋɡələ] (Günzburg, 16 marzo 1911 – Bertioga, 7 febbraio 1979) è stato un medico nazista ed ufficiale delle SS tedesco.
Laureato in antropologia all'Università Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera e in medicina alla Johann Wolfgang Goethe-Universität di Francoforte, è tristemente noto per i crudeli esperimenti medici e di eugenetica che svolse, usando come cavie umane i deportati, anche bambini, del campo di concentramento di Auschwitz. Per la sua attività svolta nel campo di concentramento era stato soprannominato "Angelo della morte" (in tedesco Todesengel): il nome ha una duplice connotazione; infatti era sia negativo per la mancanza di pietà umana e ogni sorta di rimorso, sia positivo, perché alcuni prigionieri, presi sotto l'ala di Mengele, di fatto scamparono a morte certa. La sua figura assunse triste notorietà, soprattutto nel dopoguerra, quale esempio di negazione dei principi stessi della medicina.
Nel 1940, si arruolò come volontario nel servizio militare, dopo il quale servì la 5. SS-Panzer-Division "Wiking" nel fronte orientale. Nel 1942 fu ferito sul fronte russo e giudicato sanitariamente inadatto al combattimento; venne promosso al rango di "Capitano delle SS" per il salvataggio di due soldati tedeschi. Per questo ricevette anche delle croci di ferro. Il 30 maggio del 1943, all'età di 32 anni, iniziò a prestare servizio ad Auschwitz.
Sopravvisse alla caduta del regime nazista e, sfuggito al processo di Norimberga, dopo un periodo di vita in incognito in Germania, si rifugiò in Sud America, spostandosi successivamente in diversi paesi tra cui Paraguay e Brasile. Il falso documento di identità che gli permise di emigrare gli fu rilasciato dal Comune di Termeno (Tramin in Alto Adige), comune noto per avere rilasciato diversi falsi documenti di identità a vari criminali nazisti (tra i quali Adolf Eichmann). Nonostante fosse ricercato come criminale di guerra nazista, sfuggì alla cattura per il resto della sua vita. Riguardo alla sua morte, molte persone nel corso degli anni hanno dichiarato di averlo ucciso, ma in realtà è deceduto per cause naturali.
23 maggio, 2012
PROMEMORIA 23 maggio 1945 – seconda guerra mondiale: Heinrich Himmler, il capo della Gestapo, si suicida mentre è sotto custodia degli Alleati
seconda guerra mondiale: Heinrich Himmler, il capo della Gestapo, si suicida mentre è sotto custodia degli Alleati
Heinrich Luitpold Himmler (Monaco di Baviera, 7 ottobre 1900 – Luneburgo, 23 maggio 1945) Reichsführer delle Schutzstaffel dal 1929, comandante della polizia dal 1936 e delle forze di sicurezza del Terzo Reich (Reichssicherheitshauptamt o RSHA, Ufficio centrale della sicurezza del Reich) dal 1939; nel 1943 venne nominato ministro dell'Interno del Reich. Fu uno degli uomini più importanti della Germania nazista.
Con le sorti della guerra ormai compromesse, Himmler si presentò l'ultima volta presso il Führerbunker di Hitler a Berlino, il 20 aprile 1945 in occasione del compleanno del Führer. Nelle stesse ore nella tenuta di Felix Kersten, medico e massaggiatore personale di Himmler, lo stava aspettando Norbert Masur, un inviato del Congresso mondiale ebraico. All'incontro, avvenuto il 21 aprile, Masur chiese che fossero immediatamente liberati tutti gli ebrei detenuti nelle località da cui fosse possibile raggiungere i confini con la Svizzera e con la Svezia; oltre alla consegna, senza resistenza, dei campi di concentramento alle truppe alleate e la liberazione di una lista di detenuti svedesi, francesi e norvegesi, oltre a mille donne ebree recluse a Ravensbrück.
Himmler si dimostrò disposto a patteggiare: promise che gli ebrei olandesi rinchiusi a Theresienstadt e le mille donne ebree di Ravensbrück sarebbero stati liberati e che tutti i campi di concentramento sarebbero stati abbandonati, indenni, all'avvicinarsi delle truppe alleate. In realtà Himmler sapeva benissimo che in quegli stessi momenti erano in corso le "marce della morte" dai campi di Sachsenhausen, Dachau e Flossenbürg, e lui stesso aveva impartito ordini specifici perché nessun detenuto cadesse vivo nelle mani del nemico.
Pochi giorni dopo, il 23 aprile, Himmler incontrò nella cantina del consolato svedese di Lubecca il conte Folke Bernadotte, proponendogli la resa tedesca sul fronte occidentale, ma non su quello orientale. Gli Alleati occidentali si guardarono bene dal prendere in considerazione la proposta di pace di Himmler; tuttavia l'offerta fatta venne divulgata attraverso la stampa e il 28 aprile Radio Londra annunciò: "Il Reichsführer delle SS sostiene che Hitler è morto e di esserne il successore". A Berlino Hitler, in preda ad un attacco d'ira incontenibile, lo sollevò da tutti i suoi incarichi politici e militari e ne ordinò anche l'arresto e la fucilazione, solo che questi non furono eseguiti per via della difficile situazione di stallo in cui si trovavano tutti i reparti dell'esercito del Terzo Reich.
Tuttavia il 1º maggio Himmler si presentò ugualmente al nuovo Presidente del Reich, il Grandammiraglio Karl Dönitz, per tentare di avere un posto nel nuovo governo tedesco, ma nonostante ripetuti incontri, si risolse in un nulla di fatto. Himmler decise allora di nascondersi cercando di confondersi con i militari sbandati della Wehrmacht. Il 12 maggio Himmler e un piccolo drappello di uomini delle SS attraversarono l'Elba con l'obiettivo di raggiungere la Baviera; tra questi vi erano l'SS-Sturmbannführer Josef Kiermayer (sua guardia del corpo) l'SS-Standartenführer Rudolf Brandt (suo assistente personale), i due aiutanti maggiori l'SS-Obersturmbannführer Werner Grothmann e l'SS-Sturmbannführer Heinz Macher, oltre ad altri sette uomini delle SS e al professor Karl Gebhardt, medico di Ravensbrück.
Il 22 maggio alla periferia del villaggio di Barnstedt, fra Bremervörde e Amburgo, il piccolo drappello e Himmler (che aveva assunto l'identità di Heinrich Hitzinger) vennero fermati da una pattuglia militare inglese e tradotti nel campo di prigionia 031, presso Bramstedt. Himmler, rivelando la propria identità, chiese allora di avere un colloquio con il capitano T. Sylvester, comandante del campo, nel vano tentativo di assicurarsi un trattamento privilegiato.
Il giorno successivo, 23 maggio 1945, Himmler fu sottoposto ad un nuovo interrogatorio e ad un'ulteriore perquisizione per evitare che nascondesse del veleno: fu allora che spezzò la capsula di cianuro che aveva inserito in una fessura tra i denti. Gli inglesi gli somministrarono immediatamente un emetico e lo sottoposero ad una lavanda gastrica nel tentativo di salvargli la vita, ma dopo dieci minuti di agonia Himmler morì. Nei giorni successivi ufficiali statunitensi e sovietici ispezionarono la salma per accertarsi della vera identità.
Il 26 maggio il cadavere fu interrato da alcuni soldati inglesi in qualche punto di un bosco nei pressi di Luneburgo.
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