18 settembre, 2009

Rosh haShana o capodanno ebraico inizia oggi. Auguri di buon anno nuovo.


Rosh haShana (in ebraico ראש השנה, letteralmente principio dell'anno) è il capodanno religioso previsto nel calendario ebraico.
Rosh haShana è il capodanno cui fanno riferimento i contratti legali, per la cura degli animali e per il popolo ebraico. La Mishnah indica in questo capodanno quello in base al quale calcolare la progressione degli anni e quindi anche per il calcolo dell'anno sabbatico e del giubileo.
Nella Torah vi si fa riferimento definendolo "il giorno del suono dello Shofar" (Yom Terua, Levitico 23:24). La letteratura rabbinica e la liturgia descrivono Rosh haShana come il "Giorno del giudizio" (Yom ha-Din) ed il "Giorno del ricordo" (Yom ha-Zikkaron).
Nei midrashim si racconta di Dio che si siede sul trono, di fronte a lui i libri che raccolgono la storia dell'umanità (non solo del popolo ebraico). Ogni singola persona viene presa in esame per decidere se meriti il perdono o meno.
La decisione, però, verrà ratificata solo in occasione di Yom Kippur. È per questo che i 10 giorni che separano queste due festività sono chiamate i 10 giorni penitenziali. In questi 10 giorni è dovere di ogni ebreo compiere un'analisi del proprio anno ed individuare tutte le trasgressioni compiute nei confronti dei precetti ebraici. Ma l'uomo è rispettoso anche verso il proprio prossimo. Ancora più importante, allora, è l'analisi dei torti che si sono fatti nei confronti dei propri conoscenti. Una volta riconosciuto con se stessi di aver agito in maniera scorretta, occorre chiedere il perdono del danneggiato. Quest'ultimo ha il dovere di offrire il proprio perdono. Solo in casi particolari ha la facoltà di negarlo. È con l'anima del penitente che si affronta lo Yom Kippur.
La festa dura 2 giorni sia in Israele che in diaspora, ma è una tradizione recente. Esistono infatti testimonianze di come a Gerusalemme si festeggiasse solo il primo giorno ancora nel XIII secolo. Le scritture recano il precetto dell'osservanza di un solo giorno. È per questo che alcune correnti dell'ebraismo, tra le quali i Karaiti, festeggiano solo il primo. L'ebraismo ortodosso e quello conservativo, invece, li festeggiano entrambi.

La tradizione
Una delle caratteristiche peculiari di Rosh haShana è il suono dello shofar. In alcune comunità viene suonato tutte le mattine del mese di Elul, l'ultimo prima del nuovo anno. Il significato di questa usanza è quello di risvegliare il popolo ebraico dal torpore e ricordare loro che sta per avvicinarsi i giorno in cui verrà giudicato (Maimonide, Yad, Leggi della penitenza 3:4).
Nei giorni precedenti, vengono recitate le selichot (preghiere penitenziali). A seconda della tradizione delle varie correnti, la recitazione delle selichot inizia in momenti diversi, dai 30 ai 10 giorni prima della festività di Rosh haShana.
Queste composizioni poetiche sono talmente importanti che nel giorno stesso della festività, alcune di queste, chiamate piutim, sono inserite all'interno della normale liturgia.
Nel pomeriggio che precede l'inizio della festività si usa fare il tashlich, un lancio di oggetti presso uno specchio d'acqua (anche una fontana va bene) per liberarsi di ogni residuo di peccato.

Il Seder
La cena della prima sera di Rosh haShana è detta Seder di Rosh haShanà, nel quale si usa consumare, assieme alla recitazione di piccole formule di preghiera, sia cose dolci (tipica la mela intinta nel miele), sia cibi che diano l'idea di molteplicità, come il melograno, per augurarsi un anno dolce e prospero. Tra i vari piatti che si servono durante questa cena, differenti nelle varie tradizioni, è una costante la presenza di qualche parte di animale che faccia parte della testa, a simboleggiare il capo dell'anno. Solitamente viene portata in tavola anche una forma di pane (challa) tonda, a simboleggiare la circolarità dell'anno.
Nel pasto della seconda sera, vengono servite più varietà possibili di frutta, perché vengano incluse nella benedizione di shehekheyanu (la benedizione che si recita la prima volta che si assaggia qualcosa nell'anno).

Nella Bibbia ebraica
Nell'antichità, l'anno ebraico aveva inizio in autunno seguendo il ciclo dei campi: semina-crescita-raccolto. Seguendo questo stesso ordine, si presentano le principali festività ebraiche. La festa del pane azimo; la festa del raccolto, sette settimane più tardi, e la festa del immagazzinamento al termine dell'anno (Esodo 23:14-17, Deuteronomio 16:1-16).
È probabile che la festa sia stata celebrata nell'antichità in modi particolari. Il primo riferimento agli usi della festa è, probabilmente, di Ezechiele (Ezechiele, XL 1). Nel levitico (23:9) si dice che il giubileo, che inizia nello stesso giorni di Rosh haShana, venne accolto con il suono di trombe. Secondo la traduzione dei settanta del libro di Ezechiele, sacrifici specifici venivano offerti sia il primo giorno del settimo mese, sia nel primo giorno del primo mese. Il primo giorno del settimo mese viene indicato come "giorno del suono delle trombe". Si teneva una convocazione sacra. Nessun lavoro doveva essere eseguito e speciali sacrifici dovevano essere offerti (Levitico, 23:23-25; Numeri 29:1-6). Non viene chiamato espressamente capodanno, ma veniva osservato come tale dagli ebrei del tempo.

Nominati i nuovi assessori della Giunta regionale


Nominati i nuovi assessori della Giunta regionale

Il Presidente Piero Marrazzo ha designato i nuovi assessori della Giunta regionale in sostituzione di Silvia Costa e Francesco De Angelis, eletti al parlamento europeo, e di Bruno Astorre eletto alla presidenza del Consiglio regionale.

Questi i nuovi incarichi: Marco Di Stefano assessore all'Istruzione, diritto allo studio e formazione professionale; Luigina Di Liegro assessore alla politica delle Sicurezze (che comprende le competenze sulle politiche sociali, assistenza e sicurezza); Giuseppe Parroncini assessore con delega ad energia, rifiuti, enti locali, porti e aeroporti.

Il presidente Marrazzo ha inoltre definito le nuove deleghe per tre assessori già presenti in Giunta: Anna Salome Coppotelli Tutela dei consumatori, semplificazione amministrativa; Vincenzo Maruccio Lavori Pubblici e Daniele Fichera Piccola e media impresa, commercio e artigianato, Conferenza stato regioni e Conferenza regioni e Unificata.

PROMEMORIA 18 settembre 1943 - Gli Ebrei di Minsk vengono massacrati a Sobibor


Gli Ebrei di Minsk vengono massacrati a Sobibor.
Sobibór (pronuncia [sɔbi'bu:r]) fu uno dei tre campi di sterminio nazisti costruiti nell'ambito dell'Operazione Reinhard (gli altri furono quelli di Treblinka e Bełżec).
Il campo prende il nome del villaggio presso il quale il campo venne costruito, ora parte del Voivodato di Lublino in Polonia. Gli internati, trasportati via treno, erano in gran parte ebrei, prigionieri di guerra sovietici e zingari; all'arrivo al campo, i prigionieri venivano immediatamente separati: alcuni erano destinati al lavoro forzato mentre la maggior parte alle camere a gas: circa 300.000 persone vennero uccise a Sobibór: 207.000 provenienti dalla Polonia, 31.000 dalla Cecoslovacchia, 10.000 dalla Germania e dall'Austria, 4.000 dalla Francia, 14.000 dalla Lituania e 34.313 dall'Olanda.
Sobibór tuttavia è conosciuta come l'unico tentativo riuscito di una ribellione da parte di prigionieri ebrei in un campo di concentramento nazista. Il 14 ottobre 1943, alcuni membri di un'organizzazione interna segreta, riuscirono ad uccidere 11 guardie delle SS e un certo numero di guardie ucraine: sebbene il loro piano consistesse nell'uccidere tutto il personale delle SS e fuggire in massa dal campo, tali uccisioni vennero scoperte anticipatamente rispetto ai piani, e gli internati iniziarono a fuggire sotto i colpi di fucile delle altre guardie. Circa metà dei 600 internati a Sobibór riuscirono a fuggire dal campo; tuttavia la gran parte venne ripresa e fucilata nei giorni successivi, ma circa 50 riuscirono a sopravvivere alla guerra. I nazisti decisero perciò di chiudere e smantellare il campo, e cercarono di occultare il luogo, piantando centinaia di alberi.
Fra le vittime di Sobibór vi è anche Helga Deen, autrice del diario Kamp Vught in cui racconta la sua esperienza nel campo di concentramento di Herzogenbusch.

17 settembre, 2009

Afghanistan: Marrazzo, profondo cordoglio per le vittime


Afghanistan: Marrazzo, profondo cordoglio per le vittime

"Una ferita che sarà difficile rimarginare. Voglio esprimere il cordoglio mio e di tutti i cittadini del Lazio per la morte dei militari italiani in Afghanistan. I nostri soldati sono impegnati da anni in un'operazione di grande importanza, mettendo ogni giorno a rischio la propria vita" - ha dichiarato il Presidente della Regione Piero Marrazzo a proposito dell'attentato subito dai militari italiani a Kabul.

"La comunità dei cittadini del Lazio - ha continuato - è al loro fianco e al fianco delle famiglie che hanno perso i loro cari nelle diverse operazioni internazionali nelle quali è impegnato il nostro Paese".

PROMEMORIA 17 settembre 1978 - Accordi di pace di Camp David tra Israele ed Egitto


Accordi di pace di Camp David tra Israele ed Egitto.
Gli accordi di Camp David sono stati firmati dal presidente egiziano Anwar al-Sadat e dal Primo Ministro israeliano Menachem Begin il 17 settembre 1978, dopo dodici giorni di negoziati segreti a Camp David. I due accordi sono stati firmati alla Casa Bianca sotto l'auspicio del Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter. Gli accordi hanno portato direttamente al Trattato di pace israelo-egiziano del 1979.

Gli accordi
Ci sono stati due accordi di Camp David nel 1978: Un quadro per Pace in Medio Oriente e un quadro per la Conclusione di un Trattato di pace tra Egitto e Israele.
Il primo accordo aveva tre parti. La prima parte è stata un quadro per i negoziati di istituire una autonoma autorità auto-disciplinante in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, ed attuare pienamente la Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza ONU. E 'stato meno chiaro accordi relativi al Sinai, e più tardi è stato interpretato diversamente da Israele, Egitto, e gli Stati Uniti. Il destino di Gerusalemme è stato deliberatamente escluso dal presente accordo.
La seconda parte, affrontava le relazioni israelo-egiziane. La terza parte dei "Principi associati" dichiarava i principi che devono applicarsi alle relazioni tra Israele e tutti i suoi vicini arabi.
Il secondo accordo delineava una base per il trattato di pace sei mesi più tardi, in particolare, di decidere il futuro della penisola del Sinai. Israele aveva accettato di ritirare le sue forze armate dal Sinai, evacuare i suoi 4.500 abitanti civili, e il ripristino di Egitto in cambio di una normale relazioni diplomatiche con l'Egitto, la garanzia della libertà di passaggio attraverso il Canale di Suez e di altri corsi d'acqua nelle vicinanze (come lo Stretto di Tiran), e una restrizione sulle forze Egitto potrebbe posto sulla penisola del Sinai, in particolare all'interno di 20-40 km da Israele. Israele ha altresì convenuto di limitare le proprie forze una piccola distanza (3 km) dal confine egiziano, e di garantire il libero passaggio tra l'Egitto e la Giordania. Con il ritiro, Israele ha perso la Abu-Rudeis campi petroliferi nella parte occidentale del Sinai.
L'accordo ha portato anche negli Stati Uniti l'impegno a diversi miliardi di dollari di sovvenzioni annuali per i governi di Israele e l'Egitto, i contributi che continuano tutt'oggi, e sono indicati come un miscuglio di sovvenzioni e aiuti pacchetti impegnata a Stati Uniti d'acquisto di materiale.
Dal 1979 (anno di accordo di pace) al 1997, l'Egitto ha ricevuto 1,3 miliardi di $ l'anno, che ha anche contribuito a modernizzare il militare egiziano. In confronto, Israele ha ricevuto $ 3 miliardi all'anno dal 1985 in sovvenzioni e aiuti militari pacchetti.

16 settembre, 2009

Apertura del nuovo anno scolastico alla Balabanoff


Apertura del nuovo anno scolastico alla Balabanoff
Alla presenza del presidente del V municipio Ivano Caradonna

Apertura del nuovo anno scolastico alla scuola media Angelica Balabanoff, alla presenza del Presidente del V municipio Caradonna che oltre a dare il benvenuto agli studenti, ha salutato anche il nuovo dirigente scolastico Paolo De Paolis, stimato soprattutto oltre che per la sua grande esperienza, anche perché ha bene in mente il ruolo della scuola pubblica.

Caradonna, ha affermato che ogni anno vengono stanziati dal Comune fondi per un milione e mezzo di euro che vengono divisi per soddisfare le esigenze di 130 scuole del Municipio. Nel lodare l'iniziativa dei corsi di educazione musicale della Balabanoff, ha colto l'occasione per parlare della recente iniziativa della scuola Lagrange che ha attivato una scuola provinciale di musica, fiore all'occhiello della V.

Dal 16 al 22 settembre la “Settimana europea della mobilità”.


Dal 16 al 22 settembre la “Settimana europea della mobilità”.

La Provincia di Roma ha presentato le iniziative in programma per 'l'European Mobility Week', la Settimana Europea della Mobilità che si svolgerà dal 16 al 22 settembre. L’Amministrazione provinciale aderisce per il secondo anno consecutivo all’evento promosso dalla Commissione Europea e organizzato dal Consorzio di Associazioni Eurocities, Energie-Cités e Climate Alliance che ha come obiettivo la programmazione di eventi dedicati alla promozione della mobilità sostenibile.

“Con la nostra adesione – dichiara l’assessore alle politiche della Mobilità e Trasporti, Amalia Colaceci – abbiamo voluto ribadire il forte impegno della giunta Zingaretti sul tema della mobilità sostenibile. Un’occasione importante per proseguire nell’opera di sensibilizzazione verso i cittadini con iniziative e soluzioni concrete”.

Nell’ambito della 'Settimana' la Provincia, attraverso diverse proposte, promuoverà interventi per l’utilizzo dei mezzi di trasporto pubblico, per migliorare la qualità della vita nei centri storici e per l’utilizzo della bicicletta, iniziativa, quest’ultima, accompagnata anche dalla promozione delle riserve naturali provinciali.

“Mettere a disposizione i percorsi delle riserve naturali – dichiara l’assessore alle Politiche dell’Agricoltura, Aurelio Lo Fazio – ha tra gli obiettivi quello di incentivare la sensibilizzazione della cittadinanza in ottica di una mobilità ecosostenibile. Per il secondo anno consecutivo l’assessorato all’Agricoltura partecipa con entusiasmo alle iniziative nell’ambito della settimana della mobilità e si impegna in una collaborazione attiva anche per future manifestazioni a tema”.

La Settimana Europea della Mobilità si inserisce in un più ampio quadro di ridefinizione dell’offerta da parte della Provincia per migliorare il sistema di mobilità sul territorio, attraverso iniziative concrete. “Il principale obiettivo – conclude l’assessore Colaceci - è quello di puntare alla mobilità sostenibile attraverso la diffusione di buone pratiche, la sensibilizzazione della cittadinanza e l’impegno costante della Provincia nella promozione e nella realizzazione del programma”.

A conclusione della Settimana Europea della Mobilità si apriranno poi i lavori di ‘Provincia Mobile’, convegno nel corso del quale emergeranno proposte e si aprirà il confronto per giungere ad un contributo pratico per la mobilità sostenibile nella provincia di Roma.

PROMEMORIA 16 settembre 1982 - Massacro di Sabra e Shatila


Massacro di Sabra e Shatila.
Sabra e Shatila (talora trascritto come Chatila, in arabo: صبرا وشاتيلا, Ṣabrā e Shātīlā) sono due campi di rifugiati palestinesi alla periferia di Beirut. Vengono ricordati per il massacro di un numero di arabi palestinesi stimato tra diverse centinaia e 3500[1], perpetrato da milizie cristiane libanesi in un'area direttamente controllata dall'esercito israeliano, tra il 16 e 18 settembre del 1982. Sono anche ricordati per successivi fatti di sangue avvenuti nel 1985–1987 e noti come guerra dei campi.

La guerra civile libanese
La guerra civile libanese (1975-1990) influì anche sul conflitto palestinese: infatti Israele sostenne militarmente con armi e addestramenti speciali la comunità cristiana dei maroniti e l'Esercito del Sud-Libano (cristiano-maronita) di Sa'd Haddad contro l'OLP e le forze armate siriane.

Le trattative
Alla metà di giugno del 1982 gli israeliani iniziarono l'assedio di Beirut e accerchiarono i 15.000 combattenti dell'OLP e dei suoi alleati libanesi e siriani all'interno della città. All'inizio di luglio, il presidente degli USA Ronald Reagan inviò Philip Habib - fiancheggiato da Morris Draper - con l'incarico di risolvere la crisi. Cominciarono lunghe ed estenuanti trattative rese assai difficili dal fatto che gli Israeliani e gli Statunitensi non vollero discutere direttamente con i Palestinesi, e i Palestinesi asserragliati nella città non vollero abbandonarla perché temevano ritorsioni dei soldati israeliani e dei loro alleati falangisti. Habib ottenne faticosamente dal Primo Ministro israeliano l'assicurazione che i suoi soldati non sarebbero entrati a Beirut Ovest e non avrebbero attaccato i Palestinesi nei campi profughi; ottenne l'assicurazione del futuro presidente libanese, Bashir Gemayel (Giumayyil, figlio di Pierre Gemayel uno dei fondatori delle Falangi), che i falangisti non si sarebbero mossi, e infine ottenne l'assicurazione da parte del ministero della difesa degli USA che ci sarebbe stato un contingente militare USA a garantire gli impegni presi.
L'accordo fu firmato il 19 agosto, ma la situazione stava di nuovo per cambiare: il 23 agosto del 1982 venne eletto Presidente del Libano Bashir Gemayel, che godeva del favore dei maroniti e di Israele.
Il 20 agosto, alla vigilia dell'imbarco dei primi miliziani palestinesi, che cominciano ad evacuare la città, venne pubblicata negli USA la quarta clausola dell'accordo per la partenza dell'OLP, che così recita:
« I Palestinesi non combattenti, rispettosi della legge, che siano rimasti a Beirut, ivi comprese le famiglie di coloro che hanno abbandonato la città, saranno sottoposti alle leggi e alle norme libanesi. Il governo del Libano e gli Stati Uniti forniranno adeguate garanzie di sicurezza ... Gli USA forniranno le loro garanzie in base alle assicurazioni ricevute dai gruppi libanesi con cui sono stati in contatto »
(American Foreign Policy, Current documents, 1982, Dipartimento di Stato, Washington D.C.)
Yasser Arafat preoccupandosi lo stesso per la sorte dei profughi palestinesi insisté sull'invio di una forza multinazionale che garantisse l'ordine. La richiesta ufficiale di intervento di una forza multinazionale di interposizione venne consegnata il 19 agosto 1982 dal ministro degli esteri libanese Fu'ad Butros agli ambasciatori di Stati Uniti, Italia e Francia. Il piano, fatto accettare dal mediatore USA Philip Habib a Libanesi, Palestinesi e Israeliani prevedeva l'intervento di 800 soldati statunitensi, 800 Francesi e 400 Italiani per garantire l'ordine durante il ritiro delle forze dell'OLP da Beirut. Il mandato della forza multinazionale era di un mese, dal 21 agosto al 21 settembre, e avrebbe potuto essere rinnovato su richiesta dei libanesi in caso di necessità. Tutti i combattenti palestinesi sarebbero dovuti partire entro il 4 settembre, e in seguito la forza multinazionale avrebbe collaborato con l'esercito libanese per portare una sicurezza durevole in tutta la zona delle operazioni.
Il 21 agosto arrivò a Beirut il primo contingente internazionale mandato dai Francesi e nel giro dei due giorni successivi anche i soldati italiani e americani presero posizione nella città. A questo punto Arafat acconsentì di abbandonare Beirut insieme ai suoi 15.000 guerriglieri.

La situazione precipita
Il primo giorno di settembre, l'evacuazione dell'OLP dal Libano era terminata. Due giorni dopo, le armate israeliane avanzarono e assediarono i campi-profughi palestinesi, venendo meno al patto siglato con gli eserciti cosiddetti "supervisori", che però non fecero nulla per fermarle.
Caspar Weinberger, segretario alla difesa americana, ordinò ai marines di abbandonare Beirut il 3 settembre. Esattamente lo stesso giorno le milizie cristiano-falangiste, alleate degli Israeliani, presero posizione nel quartiere di Bir Hassan, ai margini dei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila. La partenza degli Statunitensi comportò automaticamente quella dei Francesi e degli Italiani. Il 10 settembre gli ultimi soldati partirono da Beirut, 11 giorni prima di quanto sarebbe dovuto accadere, lasciando di fatto campo libero a Israele. Il giorno dopo, l'allora Ministro della Difesa Ariel Sharon contestò la presenza di 2000 guerriglieri dell'OLP rimasti in territorio libanese; i Palestinesi negarono il fatto.
Il premier israeliano Menachem Begin convocò il neo-presidente Gemayel a Nahariya per fargli firmare un trattato di pace con Israele, anche se alcune fonti[2] sostengono che Begin chiese a Gemayel di permettere la presenza delle truppe israeliane nel sud Libano, con a capo Sa'd Haddad, ex capo dell'Esercito del Sud-Libano; a Gemayel fu anche chiesto di dare la caccia ai 2000 guerriglieri palestinesi la cui presenza era stata denunciata da Sharon. Gemayel, anche a causa dei crescenti rapporti di alleanza con la Siria, dovette rifiutare di schierarsi dalla parte di una sola fazione, e non firmò il trattato.
Il 14 settembre 1982, Gemayel fu ucciso in un attentato organizzato dai servizi segreti siriani. Il 15 settembre 1982, le truppe israeliane invasero Beirut Ovest. Con quest'azione, Israele ruppe l'accordo con gli USA che prevedeva il divieto di entrare in Beirut Ovest, gli accordi di pace con le forze musulmane intervenute a Beirut e quelli con la Siria. Nei giorni successivi il premier Begin giustificò l'accaduto come una contromisura per "proteggere i rifugiati palestinesi da eventuali ritorsioni da parte dei gruppi cristiani"; tuttavia pochi giorni dopo Sharon affermò al parlamento che "l'attacco aveva lo scopo di distruggere l'infrastruttura stabilita in Libano dai terroristi".

Il massacro
In cerca di vendetta per l'assassinio di Gemayel e sotto lo svogliato controllo delle forze israeliane dislocate a Beirut ovest, le milizie cristiano-falangiste di Elie Hobeika alle 18,00 circa del 16 settembre 1982, entrano nei campi profughi di Sabra e Shatila. Il giorno prima, l'esercito israeliano aveva chiuso ermeticamente i campi profughi e messo posti di osservazione sui tetti degli edifici vicini. Le milizie cristiane lasciarono i campi profughi solo il 18 settembre. Il numero esatto dei morti non è ancora chiaro. Il procuratore capo dell'esercito libanese in un'indagine condotta sul massacro, parlò di 460 morti, la stima dei servizi segreti israeliani parlava invece di circa 700-800 morti. [1].
David Lamb scrive sul quotidiano Los Angeles Times del 23 settembre 1982:
« Alle 16 di venerdì il massacro durava ormai da 19 ore. Gli Israeliani, che stazionavano a meno di 100 metri di distanza, non avevano risposto al crepitìo costante degli spari né alla vista dei camion carichi di corpi che venivano portati via dai campi. »
Elaine Carey scrive sul quotidiano Daily Mail del 20 settembre 1982:
« Nella mattinata di sabato 18 settembre, tra i giornalisti esteri si sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai il gruppo verso il campo di Sabra. Nessun segno di vita, di movimento. Molto strano, dal momento che il campo, quattro giorni prima, era brulicante di persone. Quindi scoprimmo il motivo. L'odore traumatizzante della morte era dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l'uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore »
Loren Jankins scrive sul quotidiano Washington Post del 20 settembre 1982:
« La scena nel campo di Shatila, quando gli osservatori stranieri vi entrarono il sabato mattina, era come un incubo. In un giardino, i corpi di due donne giacevano su delle macerie dalle quali spuntava la testa di un bambino. Accanto ad esse giaceva il corpo senza testa di un bambino. Oltre l'angolo, in un'altra strada, due ragazze, forse di 10 o 12 anni, giacevano sul dorso, con la testa forata e le gambe lanciate lontano. Pochi metri più avanti, otto uomini erano stati mitragliati contro una casa. Ogni viuzza sporca attraverso gli edifici vuoti - dove i palestinesi avevano vissuto dalla fuga dalla Palestina alla creazione dello Stato di Israele nel 1948 - raccontava la propria storia di orrori. In una di esse sedici uomini erano sovrapposti uno sull'altro, mummificati in posizioni contorte e grottesche. »
Testimonianza di Ellen Siegel, cittadina americana, infermiera volontaria, ebrea:
« In cima all'edificio soldati israeliani guardavano verso i campi con i binocoli. Miliziani libanesi arrivarono in una jeep e volevano portare via un'assistente sanitaria norvegese. Ci rivolgemmo ad un soldato israeliano che disse ai miliziani di andare via. Infatti partirono. Alle 11.30 circa gli israeliani ci condussero a Beirut Ovest. Sedetti sul sedile anteriore di una jeep della IDF. L'autista mi disse: «Oggi è il mio Natale (intendendo la festività ebraica del Rosh haShana). Vorrei essere a casa con la mia famiglia. Credete che mi piaccia andare porta a porta e vedere donne e bambini?» Gli chiesi quante persone avesse ucciso. Rispose che non era affar mio. Disse anche che l'armata libanese era impotente, erano stati a Beirut per anni e non avevano fatto nulla, che Israele era dovuta arrivare per fare tutto il lavoro. »

Dopo la strage

(EN)
« The General Assembly, (...)
Condemns in the strongest terms the large-scale massacre of Palestinian civilians in the Sabra and Shatila refugee camps;
Resolves that the massacre was an act of genocide. »
(IT)
« L'Assemblea generale, (...)
Condanna nel modo più assoluto il massacro di larga scala di civili palestinesi nei campi profughi di Sabra e Shatila;
Conclude che il massacro è stato un atto di genocidio. »
(United Nations, General Assembly, 16 December 1982)
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato il massacro con la risoluzione 37/123[3] del 16 dicembre 1982.
L'8-2-1983, la Commissione Kahan chiamata a indagare sui fatti dalle autorità israeliane e presieduta da Itzhak Kahan[4] e composta da un altro magistrato, Aharon Barak, e dal generale di divisione della riserva Yona Ephrat, giunge alla conclusione che i diretti responsabili dei massacri erano stati Elie Hobeika e Frem, nemico giurato dei palestinesi sin dall’inizio della guerra civile in Libano (1975-1990). La stessa Commissione però ammette indirettamente la responsabilità nel massacro, per non averlo saputo prevenire né stroncare mentre era ancora in corso, dell'allora ministro della Difesa israeliana, Ariel Sharon, sostituito da Moshe Arens. Viene ammessa anche la responsabilità dei comandi militari della forza d'invasione in Libano e, in special modo, del gen. Rafael Eitan, capo di Stato Maggiore, e del gen. Amos Yaron, comandante delle forze israeliane nella regione di Beirut (trasferito all'Ufficio degli effettivi presso lo Stato Maggiore). A tutt'oggi questa è l'unica inchiesta ufficiale aperta sulla strage.
Elie Hobeika, dopo la fine della guerra, nel 1990, è stato nominato ministro senza portafoglio nel governo di Omar Karami. Il 6 giugno 1991, è uno dei 40 deputati di nomina governativa che sono entrati a far parte del Parlamento Libanese.
Nel 1992, Elie Hobeika è stato eletto deputato e lo stesso anno è stato nominato ministro per gli affari sociali nel primo governo del premier Rafiq Hariri. Fu poi rieletto nel 1996, e nominato ministro per le risorse idriche ed elettriche (comparto strategico in quell'area), carica che ha ricoperto sino alla fine del 1999.
Nel giugno del 2001 la Corte di Cassazione belga[5], apre il processo su Sabra e Shatila in base alla legge del 1993, che assegna competenza universale ai tribunali belgi per i crimini di guerra e contro l'umanità. È chiamato a testimoniare sui rapporti che intercorrevano fra i falangisti e gli israeliani Elie Hobeika ritenuto il responsabile materiale dell'eccidio.
Il 24 gennaio 2002 Elie Hobeika muore a Beirut in un attentato. Meno di 36 ore prima di saltare in aria col suo SUV Range Rover blindato, Hobeika avrebbe avuto secondo alcuni un incontro "confidenziale" con due senatori belgi - il verde Josy Dubiè, presidente della Commissione Giustizia del Senato, e il regionalista Vincent Van Quickeborne - e si sarebbe detto pronto a fare "rivelazioni" sui massacri di Sabra e Shatila e sui rapporti che avrebbe avuto durante quei giorni con i generali israeliani che dipendevano dal ministro israeliano della difesa[6] [7].
Israele si oppone al tentativo belga di incriminare Ariel Sharon per il massacro[8], come altri paesi si oppongono all'incriminazione dei loro leader. A causa di queste pressioni internazionali il parlamento belga rivede la legge riducendo di fatto l'universalità della competenza. La Corte di Cassazione del Belgio archivia così le posizioni di Sharon e di altri politici mondiali[9].

15 settembre, 2009

"NO ALL'INFORMAZIONE AL GUINZAGLIO"


ROMA, SABATO 19 SETTEMBRE MANIFESTAZIONE A PIAZZA DEL POPOLO PER LA LIBERTÀ DI STAMPA: "NO ALL'INFORMAZIONE AL GUINZAGLIO"

“L’iniziativa per la libertà d’informazione, promossa dalla Federazione Nazionale della Stampa, si svolgerà sabato 19 settembre a Roma in Piazza del Popolo a partire dalle ore 16. La Fnsi rivolge un appello a tutte le forze sociali, sindacali, associative e a tutte le cittadine e i cittadini, affinché senza distinzione di parte o di schieramento, vogliano raccogliere questo invito e partecipare a questa grande iniziativa. La manifestazione si propone, in primo luogo, di rafforzare e di tutelare i valori racchiusi nell’articolo 21 della Costituzione e il diritto inalienabile di ogni cittadino alla conoscenza, alla informazione completa e plurale e alla comunicazione, che per essere tale non può subire forma alcuna di bavaglio.”

Marrazzo ai Castelli Romani: inaugurata una scuola e strada nodo Squarciarelli


Marrazzo ai Castelli Romani: inaugurata una scuola e strada nodo Squarciarelli

Riconsegnata agli alunni la scuola elementare di Rocca Priora, in provincia di Roma, col taglio del nastro del presidente Piero Marrazzo, che ha inaugurato la nuova struttura. Da oggi gli alunni, costretti da cinque anni a frequentare la scuola ospitati in istituti di altre frazioni o, addirittura, nei container, potranno finalmente tornare sui banchi nel nuovo plesso scolastico Istituto Duilio Cambellotti, realizzato grazie a un finanziamento straordinario della Regione Lazio di circa 3,3 milioni di euro che sono parte dello stanziamento di 385 milioni di euro previsti dal piano regionale per l'edilizia scolastica 2005-2011.
Il nuovo plesso, realizzato secondo i più innovativi criteri antisismici, con aule color pastello, ospita 330 alunni nelle 16 prime aule che diventeranno presto 20.

''Ho scelto Rocca Priora - ha detto il presidente Marrazzo, che ha anche la delega dell'istruzione - per mandare il mio saluto a insegnanti, studenti e personale non docente di tutte le scuole del Lazio nel primo giorno di scuola dell'anno. Ho scelto di inaugurare l'anno scolastico qui perchè Rocca Priora e' il luogo diventato simbolo delle difficoltà di rapporto tra cittadini e istituzioni. Qui - ha aggiunto riferendosi alla battaglia anche legale condotta per cinque anni dal comitato genitori per ottenere una scuola 'dignitosa' per i propri figli - ha vinto la comunità e si e' dimostrato che la partecipazione dei cittadini e' fondamentale''.

A salutare gli alunni nel primo giorno di scuola erano presenti anche gli assessori all'Ambiente e ai Lavori pubblici, Filiberto Zaratti e Bruno Astorre, il presidente della Commissione Bilancio Carlo Ponzo, il sindaco di Rocca Priora Damiano Pucci e numerosi genitori e cittadini. L'istituto ''e' stato progettato e realizzato - ha detto Astorre - in soli 13 mesi, al suo interno, oltre alle aule, quattro laboratori, la mensa, l'infermeria e la sala professori''.

Marrazzo, che ha ricordato come per anni sia stato ''precluso il diritto allo studio ai bambini della cittadina dei Castelli romani. Noi dobbiamo difendere il diritto allo studio in tutti i modi perche' questo e' un cardine della democrazia''. Marrazzo ha ricordato che quella di Rocca Priora sara' anche ''una scuola multietnica'' e in questo senso ha ribadito: ''Noi dobbiamo fare della multietnicita' e della multiculturalita' una forza perche' siamo tutti emigranti, immigrati, tutti italiani''.

Stamani il presidente Marrazzo ha poi inaugurato un tratto di strada tra Grottaferrata e Rocca di Papa, che fa parte dei lavori relativi al completamento dei lavori di razionalizzazione del cosiddetto nodo Squarciarelli, ai Castelli romana, definito per convogliare il traffico della zona tra Rocca Priora, Rocca di Papa , Grottaferrata e Marino su direttrici alternative e alleggerire gli incroci attualmente più intasati.. L'intero quarto stralcio, dei sette previsti, avrà un costo di 23 milioni di euro, dei quali circa 2 per il tratto inaugurato oggi.

"Quest'opera - ha detto Marrazzo - sancisce la collaborazione tra istituzioni che consente di dare risposte ai cittadini". La strada da oggi sarà a carico della Provincia, "perché - ha spiegato l'assessore Astorre - è sovracomunale. Abbiamo ripensato a tutta la viabilità della zona Castelli, e come Regione abbiamo investito 170 mln per la manutenzione straordinaria di 1500 km di strade regionali più 120 mln di contributi a comuni e province".

PROMEMORIA 15 settembre 1993 un commando di Cosa Nostra capitanato da Salvatore Grigoli, detto U Cacciatori, uccide don Giuseppe Puglisi


A Palermo, nel quartiere Brancaccio, un commando di Cosa Nostra capitanato da Salvatore Grigoli, detto U Cacciatori, uccide don Giuseppe Puglisi in piazza Anita Garibaldi, davanti al portone della sua casa.
Padre Giuseppe Puglisi meglio conosciuto come Pino, soprannominato 3P (Palermo, 15 settembre 1937 – Palermo, 15 settembre 1993) è stato un presbitero italiano, ucciso dalla mafia il giorno del suo 56° compleanno a motivo del suo costante impegno evangelico e sociale.
Il 15 settembre 1999 il cardinale di Palermo Salvatore De Giorgi ha aperto ufficialmente la causa di beatificazione proclamandolo Servo di Dio.

Le circostanze della morte
Il 19 giugno 1997 viene arrestato a Palermo il latitante Salvatore Grigoli, accusato di diversi omicidi tra cui quello di don Pino Puglisi. Poco dopo l'arresto Grigoli comincia a collaborare con la giustizia, confessando 46 omicidi tra cui quello di don Puglisi. Grigoli, che era insieme a un altro killer, Gaspare Spatuzza, gli sparò un colpo alla nuca. Dopo l'arresto egli sembra intraprendere un cammino di pentimento e conversione. Lui stesso ha raccontato le ultime parole di don Pino prima di essere ucciso: un sorriso e poi un criptico "me lo aspettavo". [1]Condannato a 16 anni dalla Corte d'Assise di Palermo, è stato scarcerato nel 2000 dopo aver scontato una pena effettiva inferiore a due anni di reclusione. Mandanti dell'omicidio furono i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano, arrestati il 26 gennaio 1994. Giuseppe Graviano viene condannato all'ergastolo per l'uccisione di don Puglisi il 5 ottobre 1999. Il fratello Filippo, dopo l'assoluzione in primo grado, viene condannato in appello all'ergastolo il 19 febbraio 2001. Condannati all'ergastolo dalla Corte d'assise di Palermo anche Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone, gli altri componenti del commando che aspettò sotto casa il prete. [2]
Il 7 aprile 1995 Vittorio Sgarbi lesse al TG5 una lettera sui «veri colpevoli» dell'assassinio di Don Pino Puglisi, non rilevando le generalità essendo priva di firma ma attribuita ad un sedicente amico del sacerdote assassinato; la missiva accusava come mandante il procuratore Caselli e come killer Leoluca Orlando.
« Fui più volte contattato da Caselli e dai suoi uomini [...] pretendevano accuse, nomi, circostanze... volevano che denunciassi la mia gente e miei ragazzi... che rivelassi cose apprese in confessione [...]. Caselli disprezza i siciliani, mi vuole obbligare a rinnegare i miei voti e la mia veste, pretende che mi prostituisca a lui. Più che nemico della mafia, è un nemico della Sicilia. Orlando è un mafioso vestito da gesuita [...]. Caselli ha fatto di me consapevolmente un sicuro bersaglio. Avrà raggiunto il suo scopo quando un prete impegnato nel sociale verrà ucciso [...]. Caselli, per aumentare il suo potere, ha avuto la sua vittima illustre. »
Per queste dichiarazioni Sgarbi è stato condannato per diffamazione in primo e secondo grado, ma è intervenuta la prescrizione prima della sentenza di Cassazione.[3]
Sulla sua tomba, al Cimitero Monumentale di Palermo sono scolpite le parole del Vangelo di Giovanni "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13).

14 settembre, 2009

PROMEMORIA 14 settembre 2003 La Svezia, con un referendum, rigetta l'adozione dell'Euro.


La Svezia, con un referendum, rigetta l'adozione dell'Euro.
L'euro (EUR o €) è la valuta comune ufficiale dell'Unione europea (nel suo insieme) e quella unica per sedici stati membri che attualmente aderiscono all'UEM (Unione economica e monetaria), ovvero Austria, Belgio, Cipro, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna[1]. Il complesso di questi paesi, detto informalmente Eurozona, conta oltre 320 milioni di abitanti; prendendo in considerazione anche quei paesi terzi che utilizzano divise legate all'euro, la moneta unica interessa direttamente oltre 480 milioni di persone in tutto il mondo.
Undici dei 27 stati membri dell'Unione europea non adottano tuttavia l'euro come valuta ufficiale. Nella fattispecie, la Danimarca[2] ed il Regno Unito[3] godono di una clausola che permette loro di mantenere indefinitamente le proprie valute nazionali; la Svezia, che fa parte dell'UE dal 1995, prevede di adottare l'euro non prima del 1º gennaio 2010[senza fonte] e al momento sta continuando ad usare la corona svedese.
Nei rimanenti otto paesi, l'introduzione della divisa comune sarà possibile non appena le condizioni macroeconomiche permetteranno di garantire il rispetto dei parametri di Maastricht.[senza fonte]
In aggiunta ai membri dell'Unione, alcuni microstati (Città del Vaticano[4], il Principato di Monaco[5], San Marino[6] ed Andorra[7]), hanno adottato l'euro in virtù delle preesistenti condizioni di unione monetaria con paesi membri della UE. Infine il Montenegro e la regione indipendentista serba del Kosovo hanno adottato unilateralmente l'euro.
Il debutto dell'euro sui mercati finanziari risale al 1999, mentre la circolazione monetaria ha effettivamente avuto inizio il 1º gennaio 2002 nei dodici paesi dell'Unione che per primi hanno adottato la nuova valuta.
L'euro è amministrato dalla Banca centrale europea, con sede a Francoforte sul Meno, e dal Sistema europeo delle banche centrali; il primo organismo è responsabile unico delle politiche monetarie comuni, mentre coopera con il secondo per quanto riguarda il conio e la distribuzione di banconote e monete negli stati membri.
L'euro è suddiviso in 100 centesimi.

13 settembre, 2009

PROMEMORIA 13 settembre 1944 le truppe tedesche arrestano il questore di Fiume Giovanni Palatucci, per aver salvato quasi cinquemila ebrei.


Seconda guerra mondiale: le truppe tedesche arrestano il questore di Fiume Giovanni Palatucci, per aver salvato quasi cinquemila ebrei falsificandone i documenti.
Giovanni Palatucci (Montella, 31 maggio 1909 – Dachau, 10 febbraio 1945) è stato un poliziotto italiano, commissario di pubblica sicurezza. Medaglia d'oro al merito civile per aver salvato la vita ad ebrei durante la seconda Guerra Mondiale e, per questo, anche nominato Giusto tra le nazioni. È venerato col titolo di Servo di Dio dalla Chiesa cattolica.
Il 13 settembre 1944 Palatucci venne arrestato dal tenente colonnello Kappler delle SS e tradotto nel carcere di Trieste. Il 22 ottobre viene trasferito nel campo di sterminio di Dachau dove morì pochi giorni prima della Liberazione a soli 36 anni.
Nel 1990 lo Yad Vashem lo giudica Giusto tra le nazioni.
Il 15 maggio 1995 lo Stato italiano gli ha conferito la Medaglia d'oro al merito civile con la seguente motivazione:

Medaglia d'oro al merito civile
«Funzionario di Polizia, reggente la Questura di Fiume, si prodigava in aiuto di migliaia di ebrei e di cittadini perseguitati, riuscendo ad impedirne l'arresto e la deportazione. Fedele all'impegno assunto e pur consapevole dei gravissimi rischi personali continuava, malgrado l'occupazione tedesca e le incalzanti incursioni dei partigiani slavi, la propria opera di dirigente, di patriota e di cristiano, fino all'arresto da parte della Gestapo e alla sua deportazione in un campo di sterminio, ove sacrificava la giovane vita.»
— Dachau – 10 febbraio 1945
Il 21 marzo 2000 il Vicariato di Roma ha emesso un Editto per l'apertura del processo di beatificazione di Giovanni Palatucci, avvenuta il 9 ottobre 2002. Inoltre, in occasione della cerimonia ecumenica Giubilare del 7 maggio 2000, papa Giovanni Paolo II lo ha annoverato tra i martiri del XX Secolo; nel 2004 si è conclusa la fase diocesana del processo di canonizzazione ed è stato proclamato Servo di Dio. Nel 2007 il giornalista Angelo Picariello ha pubblicato un libro dal titolo "Capuozzo, accontenta questo ragazzo", edizioni San Paolo, nel quale si ripercorre, con nuove testimonianze, la vita di Giovanni Palatucci. Prefazione di Toni Capuozzo, figlio di un collaboratore di Palatucci, il titolo del libro è ispirato a un episodio toccante che lo vide protagonista, quale destinatario dell'ultimo messaggio dal vagone piombato.
Il 29 maggio 2009 viene emesso un francobollo commemorativo in suo onore[1].

12 settembre, 2009

PROMEMORIA 12 settembre 2001 In risposta agli attentati dell'11 settembre 2001 contro gli USA


In risposta agli attentati dell'11 settembre 2001 contro gli USA, la NATO invoca, per la prima volta nella sua storia, l'articolo V del suo statuto che stabilisce che ogni attacco a uno stato membro è da considerarsi un attacco all'intera alleanza.

11 settembre, 2009

PROMEMORIA 11 settembre 2001 - Attacco terroristico dell'11 settembre 2001: negli Stati Uniti, vengono dirottati quattro aerei.


Attacco terroristico dell'11 settembre 2001: negli Stati Uniti, vengono dirottati quattro aerei.
Gli attentati dell'11 settembre 2001 sono stati quattro attacchi suicidi da parte di terroristi di al-Qa'ida contro obiettivi civili e militari nel territorio degli Stati Uniti d'America.
La mattina dell'11 settembre 2001, 19 affiliati all'organizzazione terroristica di matrice islamica al-Qa'ida dirottarono quattro voli civili commerciali.[1][2] I dirottatori fecero intenzionalmente schiantare due degli aerei sulle torri 1 e 2 del World Trade Center di New York, causando poco dopo il collasso di entrambi i grattacieli e conseguenti gravi danni agli edifici vicini. Il terzo aereo di linea fu fatto schiantare dai dirottatori contro il Pentagono. Il quarto aereo, diretto contro il Campidoglio o la Casa Bianca a Washington,[3] si schiantò in un campo vicino Shanksville, nella Contea di Somerset (Pennsylvania), dopo che i passeggeri e i membri dell'equipaggio ebbero tentato di riprendere il controllo del velivolo. Oltre ai 19 dirottatori, vi furono 2974 vittime come conseguenza immediata degli attacchi, mentre i dispersi furono 24. La gran parte delle vittime erano civili, appartenenti a 90 diverse nazionalità.
Gli attacchi ebbero grandi conseguenze a livello mondiale: gli Stati Uniti d'America risposero dichiarando la "Guerra al terrorismo" e lanciando una invasione nell'Afghanistan controllato dai Talebani, accusati di aver volontariamente ospitato i terroristi. Il parlamento statunitense fece passare lo USA PATRIOT Act mentre altre nazioni rafforzarono la loro legislazione anti-terroristica, incrementando i poteri di polizia. Le borse rimasero chiuse per quasi una settimana, registrando enormi perdite subito dopo la riapertura, con quelle maggiori fatte registrare dalle compagnie aeree e di assicurazioni. L'economia della Lower Manhattan si fermò per via della distruzione di uffici del valore di miliardi di dollari.
I danni subiti dal Pentagono furono riparati dopo un anno, e un piccolo monumento commemorativo fu costruito sul luogo. La ricostruzione del World Trade Center è invece stata più problematica, a seguito di controversie sorte riguardo i possibili progetti e sui tempi necessari al loro completamento. La scelta della Freedom Tower per la ricostruzione del sito ha subito ampie critiche, conducendo all'abbandono di alcune parti del progetto originario.

10 settembre, 2009

PROMEMORIA 10 settembre 1943 - Le truppe tedesche iniziano l'occupazione di Roma durante la seconda guerra mondiale


Le truppe tedesche iniziano l'occupazione di Roma durante la seconda guerra mondiale.
Il re, Badoglio e i principali ministri scappano da Roma verso Brindisi, lasciando il paese senza governo. Le truppe tedesche trovano una disordinata ma significativa resistenza da parte dell'esercito. Civili e militari si uniscono per la difesa di Roma (combattimenti a paorta San Paolo). Il comitato di opposizione si ricostituisce nel CLN, Comitato di Liberazione Nazionale. Il 10 settembre la resistenza, eroica, cessa: Roma è occupata dai tedeschi.

09 settembre, 2009

Giovedì 24 settembre fiaccolata contro l’intolleranza e tutti i razzismi


Giovedì 24 settembre fiaccolata contro l’intolleranza e tutti i razzismi

"Roma contro l'intolleranza e tutti i razzismi": questo lo slogan della grande fiaccolata che si terrà giovedì 24 settembre, alle 19,00, da piazza SS. Apostoli al Colosseo. Alla manifestazione interverranno il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, il sindaco di Roma Gianni Alemanno ed il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo.

La fiaccolata, che vedrà la partecipazione di sindacati, associazioni e rappresentanti della società civile, sarà conclusa con una serie di interventi a difesa dei diritti di tutti i cittadini.

Questo il testo dell’appello lanciato da Provincia, Comune e Regione per la fiaccolata del 24 settembre contro la violenza e l’intolleranza: “Roma è da sempre città di pace, solidarietà e accoglienza, capitale del dialogo interreligioso, luogo di incontro fra i popoli e le culture. Questa grande vocazione universale, che nasce dalla storia stessa di Roma, deve oggi trovare la forza di confrontarsi con la concretezza delle sfide del tempo che stiamo vivendo.

Oggi più che mai, siamo chiamati a testimoniare, nella parola e nell’esempio, la possibilità di rifiutare ogni forma di intolleranza, rigettare ogni discriminazione che sottrae libertà e diritti alla persona umana, di aprirci all’altro e di costruire nuovi spazi di dialogo e di civiltà, nel rispetto della legalità e della sicurezza di tutti.

C’è molto che possiamo fare insieme cominciando col sostenere l’iter parlamentare delle norme che prevedono un aggravamento delle pene per tutti i reati che hanno il loro movente nell’omofobia. Molto da dire e da affermare nel nostro impegno quotidiano.
Per questo abbiamo pensato fosse giusto inviare un segnale corale da parte di tutte le istituzioni, delle forze civiche, sociali e religiose che hanno a cuore il futuro di Roma: una fiaccolata cittadina contro ogni forma di discriminazione, di intolleranza e di razzismo.

Una manifestazione che possa rappresentare un incontro tra tutte le forze vive della nostra città e un punto di partenza per indicare la strada da seguire nel nostro futuro, per dare più forza e respiro a quella Roma che amiamo e in cui
troviamo le radici del bene comune”.

E durante la conferenza stampa di ieri, presso la sede dell’Associazione Civita, il presidente della Provincia di Roma, Zingaretti ha affermato: "Questa fiaccolata e' una sfida culturale e rappresenta la scommessa di essere gli anticipatori di un nuovo clima: proprio mentre tutti si dividono qui, in controtendenza, si da un segnale di compattezza".

Zingaretti ha precisato che anche in presenza di posizioni differenti su temi dell'agenda politica, le istituzioni "sono unite su alcuni valori fondamentali, che sono la base della convivenza civile". "Una fiaccolata - ha concluso il presidente Zingaretti - non risolve i problemi ma chiama a raccolta i cittadini ed ha il valore di promuovere un atto forte di testimonianza. Può essere l'inizio per un voltare pagina, un nuovo punto di partenza".

Presentata a Venezia la "Fondazione Roberto Rossellini per l'Audiovisivo"


Presentata a Venezia la "Fondazione Roberto Rossellini per l'Audiovisivo"

E' stata presentata questa mattina, presso la Villa degli Autori, al Lido di Venezia, nell'ambito delle manifestazioni collaterali al Festival del Cinema, la veste definitiva della Fondazione per l'Audiovisivo della Regione Lazio che assumerà il nome di "Fondazione Roberto Rossellini per l'Audiovisivo". Alla presentazione hanno preso parte il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo e il sottosegretario ai Beni e alle attività culturali Francesco Giro, con la partecipazione del Presidente della Fondazione Francesco Gesualdi, del Vicepresidente Giampaolo Letta, del Consigliere di Amministrazione Giuliano Montaldo e del Direttore Generale Michele Misuraca.
Il sottosegretario Giro ha colto l'occasione per annunciare l'interessamento del governo per questa iniziativa, che valuterà positivamente l'opportunità di una partecipazione diretta dei ministeri delle Attività Produttive e dei Beni culturali in una fondazione guidata da questi vertici.
Nel corso dell'incontro è stato presentato il programma della Fondazione, che prevede interventi nel campo della fornitura di servizi alle imprese del Cinema e dell'Audiovisivo, della promozione all'estero e di un programma d'eccellenza per la formazione di professionisti del settore.
L'obiettivo della Fondazione, che potrà contare su un investimento regionale di circa 7 milioni di euro, è quello di dare una struttura stabile al RomaFictionFest, anche quest'anno momento clou per la promozione delle politiche dell'audiovisivo della Regione Lazio, e al Med Film Festival, appuntamento dedicato alla diffusione del cinema euro mediterraneo in Italia, oltre alla partecipazione alla realizzazione della Festa del Cinema di Roma. Inoltre la fondazione vuole fare del Lazio un punto di riferimento del mercato e creare nuove occasioni di formazione di professionalità lavorando in stretto contatto con i rappresentanti delle 4.700 aziende laziali del comparto (l'80% di quelle presenti sul territorio nazionale). A questo proposito verranno costituiti corsi di formazione per gli artigiani che lavorano nella fiction e nell'audiovisivo: falegnami, operatori e costumisti. Compito della Fondazione è anche quello di svolgere un ruolo di coordinamento degli interventi per il settore da svilupparsi attraverso i diversi Assessorati regionali interessati al comparto dell'audiovisivo e le agenzie di dipendenza regionale come Filas e Sviluppo Lazio.
"Quella dell'Audiovisivo - ha detto il Presidente Marrazzo - rappresenta un'eccellenza che per un Paese come l'Italia e per un sistema produttivo come quello del Lazio ha elementi di unicità e inimitabilità che non vanno dispersi, ma organizzati e valorizzati. Dobbiamo considerare l'audiovisivo alla stregua dei migliori prodotti del Made in Italy".
" La Fondazione Roberto Rossellini - ha detto il presidente Francesco Gesualdi - si pone come una struttura al servizio del mondo dell'industria dell'audiovisivo, con il fine di indirizzare le risorse disponibili per potenziare l'attività internazionale del "Prodotto Italia", la formazione, con una scuola di eccellenza sulla falsa riga di quella del Sundance e della scuola di cinema Gaumont, fondata e diretta negli anni 80 da Renzo Rossellini. Altro obiettivo della Fondazione sarà il sostegno al prodotto, attraverso fondi per la produzione e attraverso convenzioni con istituti di credito pronti a sostenere la produzione nella fase di avviamento." Gesualdi ha infine annunciato che proporrà al Consiglio di amministrazione della Fondazione di affidare a Giuliano Montaldo la stesura di un progetto preliminare per l'istituzione della scuola.

LIBERTA' DI STAMPA - L'APPELLO DEI TRE GIURISTI


L'APPELLO DEI TRE GIURISTI

L'attacco a "Repubblica", di cui la citazione in giudizio per diffamazione è
solo l'ultimo episodio, è interpretabile soltanto come un tentativo di
ridurre al silenzio la libera stampa, di anestetizzare l'opinione pubblica,
di isolarci dalla circolazione internazionale delle informazioni, in
definitiva di fare del nostro Paese un'eccezione della democrazia. Le domande
poste al Presidente del Consiglio sono domande vere, che hanno suscitato
interesse non solo in Italia ma nella stampa di tutto il mondo. Se le si
considera "retoriche", perché suggerirebbero risposte non gradite a colui al
quale sono rivolte, c'è un solo, facile, modo per smontarle: non tacitare chi
le fa, ma rispondere.

Invece, si batte la strada dell'intimidazione di chi esercita il
diritto-dovere di "cercare, ricevere e diffondere con qualsiasi mezzo di
espressione, senza considerazioni di frontiere, le informazioni e le idee",
come vuole la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948,
approvata dal consesso delle Nazioni quando era vivo il ricordo della
degenerazione dell'informazione in propaganda, sotto i regimi illiberali e
antidemocratici del secolo scorso.

Stupisce e preoccupa che queste iniziative non siano non solo stigmatizzate
concordemente, ma nemmeno riferite, dagli organi d'informazione e che vi
siano giuristi disposti a dare loro forma giuridica, senza considerare il
danno che ne viene alla stessa serietà e credibilità del diritto.

Franco Cordero
Stefano Rodotà
Gustavo Zagrebelsky

Per aderire (link compresso):
[http://tinyurl.com/m4dmht]

PROMEMORIA 9 settembre 1943 Viene costituito il Comitato di Liberazione Nazionale


Viene costituito il Comitato di Liberazione Nazionale
Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) è stata un'associazione di partiti e movimenti oppositori al fascismo e all'occupazione tedesca formatasi a Roma il 9 settembre 1943.

Storia

Era una formazione interpartitica formata da movimenti di diversa estrazione culturale e ideologica, composta da rappresentanti di comunisti (PCI), cattolici (DC), azionisti (PdA), liberali (PLI), socialisti (PSIUP) e democratici-progressisti (PDL). Il Partito Repubblicano Italiano rimase fuori dal CLN, pur partecipando alla Resistenza, per la sua posizione istituzionale che comportava una pregiudiziale antimonarchica-istituzionale. Rimasero fuori anche alcuni gruppi di sinistra che non accettavano il compromesso dell'unità nazionale su cui si basava il CLN che prevedeva la "precedenza alla lotta contro il nemico esterno, spostando a dopo la vittoria il problema dell'assetto Istituzionale dello Stato".
Alla seduta di fondazione parteciparono: Ivanoe Bonomi (PDL, Presidente), Scoccimarro e Amendola (PCI), De Gasperi (DC), La Malfa e Fenoaltea (PdA), Nenni e Romita (PSI), Ruini (DL), Casati (PLI). Il mese successivo si erano già costituiti i Comitati Regionali. Successivamente anche Comitati Provinciali.
Il primo a presiedere il CLN fu Ivanoe Bonomi a cui spettò, dopo la liberazione di Roma (giugno 1944), di assumere responsabilità di governo con la Presidenza del Consiglio. A lui successero alla Presidenza del Consiglio il 21 giugno 1945 Ferruccio Parri e il 10 dicembre 1945 Alcide De Gasperi. Il CLN ha coordinato e diretto la Resistenza e fu diviso in CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, presieduto da 1943 al 1945 da Alfredo Pizzoni) con sede nella Milano occupata e il CLNC (Comitato di Liberazione Nazionale Centrale); operò come organismo clandestino durante la Resistenza ed ebbe per delega poteri di governo nei giorni di insurrezione nazionale. Il primo atto politico del CLN dopo il 25 aprile 1945 fu l'abrogazione delle leggi economiche fasciste sulla socializzazione delle imprese.
Il 16 ottobre 1943 viene votata la mozione che si può riassumere in tre punti base:
« 1.assumere tutti i poteri costituzionali dello Stato evitando ogni atteggiamento che possa compromettere la concordia della nazione e pregiudicare la futura decisione popolare;
2.condurre la guerra di liberazione a fianco degli alleati angloamericani;

3.convocare il popolo al cessare delle ostilità per decidere sulla forma istituzionale dello Stato. »
([1])
Ogni partito rappresentato nel CLN ebbe le sue formazioni militari partigiane, che in genere erano coordinate dal rispettivo rappresentante nel CLN (così come vi furono formazioni Repubblicane ed anche di altri gruppi di sinistra).
I Comitati Regionali e Provinciali ebbero un compito prevalentemente politico e di coordinamento, con influenza ma non comando diretto sulle formazioni militari partigiane, che rispondevano in genere direttamente al loro partito. In vari casi le formazioni militari disattesero accordi e ordini del CLN.
Non aderirono al CLN formazioni politico militari antifasciste di rilevante importanza come Bandiera Rossa Roma e formazioni anarchiche[2] di pesante valenza militare come le Brigate Bruzzi-Malatesta[3] di Milano, pur agendo di concerto con le Brigate Matteotti, nonché diverse formazioni anarchiche che agivano nella Lunigiana e sui monti di Carrara come il Battaglione Lucetti, mentre di converso molti anarchici per motivi contingenti di mancanza di organizzazione autonoma locale confluirono nelle Brigate Partigiane che facevano riferimento al CLN come, ad esempio, Emilio Canzi comandante unico della XIII Zona operativa, zona relativa all'Appennino Tosco-Emiliano. La stessa adesione al CLN di Stella Rossa fu complessa e problematica, con una grandissima discrezionalità di azione permessa alla Brigata Partigiana stessa da parte del CLN.
Composizione politica delle brigate partigiane[4]:
Brigate d'Assalto Garibaldi (Partito Comunista Italiano): 575
Brigate autonome (guidate da militari, particolarmente attive in Piemonte): 255
Brigate Giustizia e Libertà (Partito d'Azione): 198
Brigate Matteotti (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria): 70
Brigate del Popolo (Partito Popolare - Democrazia Cristiana): 54
Prima delle elezioni del 1946 i CLN vennero spogliati di ogni funzione e quindi sciolti nel 1947.

08 settembre, 2009

Napolitano ricorda l'8 settembre «La Resistenza ci ha ridato dignità»


Napolitano ricorda l'8 settembre
«La Resistenza ci ha ridato dignità»
Giorgio Napolitano depone una corona di fiori a Porta San Paolo (Graffiti Press) ROMA - La guerra di Liberazione fu combattuta «per ridare dignità, indipendenza e libertà all’Italia», tutti «valori fondamentali». Queste le parole del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a margine della cerimonia a Porta San Paolo per celebrare l'8 settembre 1943, data dell'annuncio dell'armistizio che segna anche l'avvio della Resistenza a Roma contro l'occupazione delle truppe naziste.
LA RESISTENZA E IL RISORGIMENTO - Il capo dello Stato ricorda la Resistenza e sollecita l'avvio delle celebrazioni per i 150 anni dell'Unita d'Italia . Fra le due cose, spiega non c'è soluzione di continuità. «Anche nella sua essenzialità, la cerimonia di oggi è molto significativa», ha detto Napolitano dopo aver deposto una corona di fiori a Porta San Paolo, a Roma, dove ebbe luogo il primo episodio della resistenza contro i nazisti e fascisti. Quindi il capo dello Stato si è soffermato a commentare i numeri delle vittime di quella lotta: 87mila, secondo la lapide che si trova nel vicino parco della Resistenza. «Contano molto le cifre dei caduti», spiega, specificando che «tanti furono i partigiani, e tanti furono i militari che morirono per ridare indipendenza, libertà, dignità» al Paese. Questi sono «i valori fondanti» della Nazione ed è necessario «sottolinearlo oggi che siamo alla vigilia, spero, dell'inizio dell'attività celebrativa per il 150esimo dell'Unità nazionale». C'è «continuità tra le battaglie del risorgimento» e la nascita dello Stato democratico. Pronunciando la parola «spero», Napolitano ha calcato il tono della voce.

PROMEMORIA 8 settembre 1943 viene reso pubblico l'armistizio di Cassibile firmato per l'Italia il 3 settembre


Seconda guerra mondiale: con il Proclama Badoglio, che fa seguito a quello del generale Dwight D. Eisenhower lanciato da Radio Algeri un'ora prima, viene reso pubblico l'armistizio di Cassibile firmato per l'Italia il 3 settembre dal generale Giuseppe Castellano a nome del Presidente del Consiglio maresciallo d'Italia Pietro Badoglio fedele al re Vittorio Emanuele III.
Il proclama Badoglio dell'8 settembre 1943, che fece seguito a quello del generale Dwight D. Eisenhower delle 18.30,[1] trasmesso dai microfoni di radio Algeri, fu il discorso letto alle 19.42 dai microfoni dell'EIAR da parte del Capo del Governo, maresciallo d'Italia Pietro Badoglio con il quale si annunciava l'entrata in vigore dell'armistizio di Cassibile firmato con gli anglo-americani il giorno 3 dello stesso mese.

Il proclama letto alla radio

« Il governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.
La richiesta è stata accolta.

Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.

Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza »

Le conseguenze del proclama Badoglio

L'abbandono della Capitale da parte dei vertici militari, del Capo del Governo Pietro Badoglio, del Re Vittorio Emanuele III, e di suo figlio Umberto dapprima verso Pescara, poi verso Brindisi, la confusione, provocata soprattutto dall'utilizzo di una forma che non faceva comprendere il reale senso delle clausole armistiziali fu dai più invece erroneamente interpretata per la seconda volta come la fine della guerra generando ulteriore confusione presso tutte le forze armate italiane in tutti i vari fronti sui quali ancora combattevano, e che, lasciate senza precisi ordini, si sbandarono[senza fonte]. Oltre 600.000 soldati italiani vennero catturati dall'esercito germanico, e destinati a diversi Lager con la qualifica di I.M.I. (internati militari italiani) nelle settimane immediatamente successive.
La ritorsione da parte degli ormai ex-alleati nazisti, i cui alti comandi, come quelli italiani[2] avevano appreso la notizia dalle intercettazioni del messaggio radio di Eisenhower, non si fece attendere tanto che fu immediatamente attuata "l'operazione Achse" (asse), ovvero l'occupazione militare di tutta la penisola italiana, il 9 settembre l'affondamento della Corazzata Roma alla quale nella notte precedente fu ordinato assieme a tutta la flotta della Regia Marina di far rotta verso Malta in ottemperanza alle clausole armistiziali anziché, come precedentemente stabilito, attaccare gli alleati impegnati nello sbarco di Salerno.
Nelle stesse ore una parte delle forze armate decise di rimanere fedele al Re Vittorio Emanuele III, dando vita alla resistenza italiana di cui uno dei primi esempi terminò con l'annientamento dell'intera Divisione Acqui sull'isola di Cefalonia, in Grecia, una parte si diede alla macchia dando vita assieme a liberi individui, partiti e movimenti alle formazioni partigiane come la Brigata Maiella ed altre. Altre branche, soprattutto al nord, come la Xª Flottiglia MAS, decisero di rimanere fedeli al suo vecchio alleato e al fascismo, sino alla fine.

05 settembre, 2009

Europocket tv, Marrazzo: "Non perdiamo il treno dell'Europa sui nuovi media"


Europocket tv, Marrazzo: "Non perdiamo il treno dell'Europa sui nuovi media"

A dare il via alla cerimonia della messa in Rete della web tv Europocket Italia è stato il presidente Piero Marrazzo che ha voluto così sostenere il progetto attraverso un contributo regionale. Un sostegno regionale che ha contribuito alla realizzazione della web tv, per diffondere l'informazione sui temi dell'Europa: reportage, notiziari e approfondimenti in quattro lingue per dare voce all'Unione Europea e ai suoi giovani.

"Non perdiamo il treno dell'Europa sui nuovi media - ha detto Marrazzo - sono dinamiche sociali ed economiche che non vanno perse".
Europocket Italia, progetto realizzato dalla Fondazione Moderni, è la prima piattaforma audiovisiva multilingue, una versione italiana di un canale digitale prodotto in Spagna dal 2006, con centinaia di migliaia di giovani utenti in tutta Europa. La web tv arriva anche in Italia grazie alla compartecipazione di numerosi enti locali, tra i quali la Regione Lazio, con 12 redazioni sul territorio nazionale e 24 giovani reporter impegnati già dalla prima fase di produzione.
"Oggi parliamo di televisione - ha spiegato Marrazzo - quindi parliamo di un media che ha una rilevanza fondamentale nella società contemporanea. Ebbene la prima cosa che ho pensato venendo qui è che la televisione che io stesso ho fatto in prima persona, fino a pochi anni fa, sta cambiando ed una velocità impressionante e quasi non esiste più. Progetti come questi rappresentano il futuro e se un'istituzione come la Regione Lazio investe in una televisione come Europocket si da' un segnale importante: non solo si dice che crediamo in un progetto fatto di contenuti europei, ma vuol dire anche che la politica ha scelto di rinnovarsi e di rinnovare il proprio linguaggio".
Insieme alla Regione Lazio le prime realtà coinvolte in tale iniziativa saranno la Provincia di Pesaro e Urbino, Ascoli-Piceno, Fermo, Mantova, Firenze, Lucca e Pistoia, il comune di Torino, il comune di Milano e la Regione Veneto.

PROMEMORIA 5 agosto 1980 - La galleria stradale del San Gottardo viene aperta


La galleria stradale del San Gottardo viene aperta in Svizzera come il più lungo traforo autostradale del mondo, con una lunghezza di 16,918 km, da Göschenen ad Airolo.
La Galleria stradale del San Gottardo è stata costruita tra il 1970 e il 1980, e collega i villaggi di Göschenen nel canton Uri con Airolo nel canton Ticino. Venne inaugurata il 5 settembre 1980, quando il consigliere federale Hans Hürlimann procedette al taglio del nastro. La galleria rappresenta l'opera principale della strada nazionale svizzera A2 tra Basilea e Chiasso e con ciò il collegamento autostradale più breve tra Amburgo e la Sicilia. Al momento dell'inaugurazione, con i suoi 16,918 km, era la galleria stradale più lunga del mondo. Ora questo primato spetta al tunnel di Lærdal, della lunghezza di 24,51 km e aperto in Norvegia il 27 novembre 2000.
L'attraversamento del massiccio del San Gottardo può essere effettuato anche attraverso il passo del San Gottardo o la galleria ferroviaria del San Gottardo tra Göschenen e Airolo. È inoltre in costruzione una galleria ferroviaria di base della lunghezza di 57 km tra Erstfeld e Bodio.

04 settembre, 2009

Formazione, Marrazzo: "Aiutiamo i nostri giovani, sono il futuro"


Formazione, Marrazzo: "Aiutiamo i nostri giovani, sono il futuro"

"Basta pregiudizi, è arrivato il momento di credere veramente nei nostri ragazzi, che sono il futuro della società". E' quanto ha detto Piero Marrazzo presidente della Regione Lazio, partecipando al seminario europeo 'La creatività e l'innovazione nel sistema di istruzione e formazione professionale in Italia', organizzato dal Centro Opere femminili salesiane all'Hotel dei Congressi.
Aiutare i giovani nella crescita e nell'impegno scolastico per gettare le basi di una società migliore è il messaggio che ha voluto lanciare il presidente Marrazzo durante il suo intervento al convegno.
"Noi guardiamo alla formazione e all'istruzione sempre in maniera neutra, ma è qualcosa di più intenso - ha spiegato Marrazzo -."Quante famiglie hanno un ragazzo che non va bene a scuola, che rischia di perdersi al 'baretto' o nel branco. Poi, però, quando proprio il branco violenta una ragazza, siamo pronti con le telecamere a parlarne. Invece, ci sono giovani che avrebbero potuto ottenere buoni risultati, se qualcuno avesse creduto in loro. Questo è il lavoro che viene fatto negli oratori di Don Bosco e nelle strutture di formazione salesiane che la Regione continuerà a sostenere".

PROMEMORIA 4 settembre 1797 A Parigi il Direttorio, sostenuto dall'esercito, organizza un colpo di stato, noto col nome "del 18 fruttidoro


Parigi il Direttorio, sostenuto dall'esercito, organizza un colpo di stato, noto col nome "del 18 fruttidoro", contro la maggioranza moderata e realista del Consiglio dei Cinquecento e del Consiglio degli Anziani.
Il colpo di Stato del 18 fruttidoro anno V (4 settembre 1797) fu un colpo di Stato organizzato, sotto il Direttorio, da tre direttori (Barras, Reubell e La Reveillière-Lépeaux) sostenuti dall’esercito, contro la maggioranza moderata e realista del (Consiglio dei Cinquecento e del Consiglio degli Anziani).

Antefatti
La lunga caduta dei Giacobini
Dopo la caduta di Robespierre, il 9 termidoro (27 luglio 1794) e la fine del Terrore, il principale pericolo alla stabilità politica (ed alla stessa esistenza in vita dei deputati moderati) era rappresentato dall’eventuale reazione montagnarda e giacobina[1], che si concretizzò nelle due grandi insurrezioni del 12 germinale e 1 pratile (1º aprile e 20 maggio 1795) alla cui repressione diedero un contributo decisivo i realisti e le loro sezioni armate di Parigi. Dopodiché la alleanza fra repubblicani e realisti si distese nel resto della Francia, con la repressione impropriamente ricordata come il Terrore bianco.

Il primo tentativo realista
La definitiva repressione dei montagnardi, d'altra parte, rese i termidoriani infine liberi dalla necessità di assicurarsi l'alleanza con i realisti, dei quali temevano, anzi, la grande forza elettorale. Questi erano sicuramente maggioranza nel Paese, ancorché non nell'esercito ed alla Convenzione: ciò che indusse alla approvazione del famigerato Decreto dei due terzi che negava di fatto ai realisti la possibilità di assicurarsi democraticamente la maggioranza parlamentare nelle elezioni generali programmate per il 12 ottobre[2].
Il partito monarchico reagì con la fallimentare insurrezione del 13 vendemmiaio (5 ottobre 1795), segnata dal grande massacro, nel centro di Parigi, delle milizie legittimiste ribelli, operato dall'esercito fedele alla convenzione termidoriana.
Grosso modo in questo periodo il Club di Clichy venne abbandonato dai membri più repubblicani, i quali si riallinearono dietro le posizioni del Barras e del Direttorio a maggioranza repubblicana. Ciò nonostante il Club sopravvisse al divieto generale, istituito dal Direttorio, di costituire club, probabilmente poiché la repressione anti-monarchica fu, a parte la giornata campale, relativamente blanda.

La ripresa realista
Il breve avvicinamento dei repubblicani moderati (detti termidoriani) ai giacobini ebbe, tuttavia, vita breve, concludendosi con la grande paura scatenata dall'ultimo tentativo giacobino, quello del Gracco Babeuf e la sua famosa congiura degli Eguali[3]
La congiura degli Eguali fece si che la situazione tornasse a rovesciarsi a favore di un rinnovato appeasement con i monarchici[4]. Questi, organizzati attorno al Club di Clichy poterono registrare una grande vittoria alle elezioni dell'aprile-maggio 1797 per il rinnovo di un terzo della camera, con relativa conquista della maggioranza al Consiglio degli Anziani ed a quello dei Cinquecento. Fecero approvare leggi quali l'abolizione delle norme contro gli émigrés ed i preti refrattari[5] e riuscirono, nel giugno 1797, ad imporre la nomina nel Direttorio del de Barthélemy.

La reazione dei repubblicani
L'appoggio dell'esercito ai repubblicani [modifica]
La situazione cominciò a precipitare verso agosto 1797, allorché il Direttorio, messo alle strette, si preparò a reagire avvicinando a Parigi l'armata di Sambre e Mosa (Sambre-et-Meuse), forte di 80.000 uomini comandati dal decisamente repubblicano Hoche (già vincitore della seconda guerra di Vandea e massacratore dei superstiti arresisi al Quiberon).
Dei cinque componenti del Direttorio due (Reubell e La Reveillière-Lépeaux) erano decisamente repubblicani, due (de Barthélemy ed il Carnot, grande generale e già fiero giacobino) erano realisti, mentre il quinto, Barras, aveva lungamente oscillato. Egli era tuttavia assai vicino al generale Buonaparte (centin non è d'accordo), che già aveva concluso la parte più impegnativa della brillantissima Campagna d'Italia (che si sarebbe conclusa, di lì a poco, il 17 ottobre 1797, con il Trattato di Campoformio). Sia Barras che Napoleone dovevano farsi perdonare la repressione del 13 vendemmiaio e comunque ben poco avrebbero avuto da guadagnare, rispetto a quanto già non avessero, da una svolta realista a Parigi.

L'affaire d'Antraigues
In questo contesto al Buonaparte «capitò» di intercettare un agente realista, tale conte d'Antraigues, in possesso di documenti concernenti una cospirazione realista, incluso il tradimento del Pichegru.
Che essi fossero o meno veri, certo è che Vaublanc, l'ammiraglio Villaret de Joyeuse ed altri clichiens organizzarono effettivamente per il 4 settembre un nuovo colpo di Stato. Il piano era semplice: Vaublanc avrebbe tenuto un discorso al Consiglio dei Cinquecento, esigendo la messa sotto accusa dei tre direttori repubblicani. Contemporaneamente Pichegru, alla testa della guardia del Corpo legislativo, avrebbe proceduto al loro arresto.[6]

Il colpo di stato
L'arresto dei capi realisti
L'azione, se mai fu veramente organizzata, era tuttavia tardiva. Il Buonaparte aveva già fatto giungere a Parigi il generale Augereau, distaccato dall'armata d'Italia, per assumervi il comando delle truppe. Ciò consentì ai triumviri, preavvertiti delle mosse dei militari, di prevenire i Clichiens (moderati o, come si diceva, cripto-realisti) facendone arrestare i capi: il membro del Direttorio de Barthélemy, il generale Pichegru, il generale Willot, un certo numero di deputati e giornalisti. All'alba, mentre Augereau faceva occupare dalle truppe il centro di Parigi, venivano affissi migliaia di manifesti che rivelavano parte del contenuto delle carte attribuite al d'Antraigues e proclamavano il tradimento del Pichegru.

La repressione
Poscia i due direttori realisti de Barthélemy e Carnot (che fuggì, prima in Svizzera, poi a Norimberga) vennero destituiti. Il repubblicano moderato Tronson, Willot, de Barthélemy, Pichegru, Marbois, La Rue, Ramel rinchiusi nella prigione del Tempio e, insieme ad un discreto numero di altri deputati, giornalisti e preti (sessantuno in totale), comandato alla deportazione in Guyana, nella cittadina costiera di Sinnamary, con decreto del 19 fruttidoro (5 settembre). Le elezioni di ben 49 dipartimenti furono annullate. Il vecchio Boissy d'Anglas fu rinchiuso sull'Isola di Oléron, Imbert-Colomès esiliato, Henry-Larivière, colpito da decreto di deportazione, fuggì all'estero. Dopodiché, con decine dei membri più autorevoli in prigione o deportati in Guyana, il Club di Clichy venne sciolto d'imperio.
Rispetto al 13 vendemmiaio insomma mancarono gli scontri di strada ma la repressione politica fu decisamente più feroce.

03 settembre, 2009

Al via la II edizione del Festival "Castelli in Africa"


Al via la II edizione del Festival "Castelli in Africa"

Dal 3 al 6 settembre a Lanuvio si tiene la II edizione del Festival Castelli in Africa.

Quattro giorni di musica, danza e stages incentrati prevalentemente, ma non solo, sulla musica e sulla cultura africana.

Il festival si terrà presso villa Sforza Cesarini, per l'occasione allestita, con zona camping (gratuito), zona fieristica, stand gastronomici, palco per gli spettacoli serali, aeree per gli stages di danza, percussioni, balafon, kora, e feste dundunba.

La villa Sforza Cesarini sarà aperta già da mercoledi 2 settembre, e pronta ad ospitare e accogliere artisti e stagisti. Nei quattro giorni del festival si svolgerà un fitto programma di stages di percussioni, danza africana e mediterranea.

Il Festival è realizzato dalla Comunità Giovanile Zampanò in collaborazione con Officina Movimento e con il contributo della Regione Lazio, della Provincia di Roma, e dei Comuni di Lanuvio, Genzano di Roma e Velletri.

"Iniziative come Castelli in Africa – afferma l’assessore alle Politiche culturali della Provincia di Roma, Cecilia D’Elia - ci fanno capire quanto il fenomeno dell’immigrazione sia una grande opportunità di crescita culturale per tutti e non solo un problema di ordine di pubblico e sicurezza".

"Oltre alla musica e alla danza – aggiunge la D'Elia - il festival è un autorevole osservatorio sul mondo della cooperazione e della solidarietà internazionale. Il festival è cresciuto molto rispetto all’edizione precedente sia per presenze di artisti che di serate. Quest’anno ha visto coinvolti oltre a Lanuvio anche i comuni di Genzano e Velletri segno che sulle politiche interculturali si possono intrecciare forti rapporti oltre che tra i cittadini italiani e stranieri anche tra gli enti territoriali."

Per maggiori informazioni sul programma consultare il sito www.castelliinafrica.it

PROMEMORIA 3 settembre 1982 - Muore a Palermo a seguito di un agguato mafioso il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa


Muore a Palermo a seguito di un agguato mafioso il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
L'assassinio del generale Dalla Chiesa destò molto scalpore, anche per le modalità "militari" con cui fu eseguito.
L'8 marzo del 2003, la corte d'assise di Palermo, presieduta da Cladio Dall'Acqua, ha condannato all'ergastolo Giuseppe Lucchese e Raffaele Ganci, capomafia del quartiere Noce.[1] Si è trattato del terzo processo celebrato per questo delitto: i giudici avevano già condannato all'ergastolo Antonino Madonia e Vincenzo Galatolo (sentenza divenuta definitiva nel 1995), mentre Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci hanno beneficiato di uno sconto di pena, grazie alla loro collaborazione con la giustizia (14 anni di reclusione per ciascuno).
Quest'ultima ricostruzione giudiziaria ha così descritto il delitto: alle ore 21.15 del 3 settembre del 1982, la A112 bianca sulla quale viaggiava il prefetto, guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro, fu affiancata, in via Isidoro Carini, a Palermo, da una BMW con a bordo Antonino Madonia e Calogero Ganci. A sparare sarebbe stato Madonia: i colpi furono esplosi con un fucile automatico AK-47.
Nello stesso tempo l'auto con a bordo l'autista e agente di scorta, Domenico Russo, che seguiva la vettura del prefetto, veniva affiancata da una motocicletta guidata da Pino Greco detto "Scarpuzzedda", che lo freddò. La A112 bianca sbandò e Greco soggiunse a verificare l'esito mortale della sparatoria.
Oltre a questi sicari, vi erano sul posto altri criminali "di riserva" che seguivano con un'altra auto pronti a intervenire nel caso di una reazione efficace del Russo, che però non ebbe modo di verificarsi.

02 settembre, 2009

Nei 13 CSI della Provincia di Roma informazioni e consulenze per la regolarizzazione di colf e badanti



Nei 13 CSI della Provincia di Roma informazioni e consulenze per la regolarizzazione di colf e badanti

In occasione della regolarizzazione di colf e badanti che darà la possibilità dal 1° al 30 settembre di sanare la posizione di una colf e due badanti extracomunitarie - comunitarie o italiane - (a patto che dimostri di averle alle proprie dipendenze almeno dal 30 marzo 2009), presso i CSI - Centri Servizi per Immigrati - della Provincia di Roma sarà possibile, per i datori di lavoro e per gli stessi immigrati, reperire informazioni e avere consulenza e assistenza gratuita per la compilazione dei moduli e i relativi adempimenti.

“I nostri CSI - spiega Claudio Cecchini, Assessore alle Politiche Sociali e per la Famiglia della Provincia di Roma - operano da anni per favorire l’inserimento lavorativo, sociale e culturale della popolazione immigrata e rappresentano un punto di riferimento nella realtà della nostra provincia. Abbiamo ritenuto quindi importante e necessario mettere a disposizione la loro esperienza e la loro professionalità in occasione di questa iniziativa, visto che la procedura risulta non essere estremamente semplice e agevole e qualche eventuale errore potrebbe inficiare la domanda di regolarizzazione”.

I moduli per la presentazione delle domande dovranno, infatti, essere compilati utilizzando il software scaricato e fornendo i dati del datore di lavoro e del lavoratore da regolarizzare, oltre agli estremi del versamento da 500 euro già effettuato.

I CSI DELLA PROVINCIA DI ROMA

CSI VIGNALI
Via Rolando Vignali, 14
Tel: 06 7290 1720 Fax: 06 7297 3345
Coordinatore: Emilio Perucci

CSI FRASCATI
Via Sciadonna, 24/26
Tel: 06 9401 5468 Fax: 06 9420 032
Coordinatore: Emilio Perucci

CSI PRIMAVALLE
Via Decio Azzolino, 7
Tel: 06 9970 2121 Fax: 06 9970 2419
Coordinatore: Emilio Perucci

CSI DRAGONCELLO
Via Ottone Fattiboni, 77
Tel: 06 5216 9745 Fax: 06 5216 9745
Coordinatore: Alessandro Bellocci

CSI MORLUPO
Via San Michele, 87/89
Tel: 06 9071 587 FAX: 06 9019 9546
Coordinatore: Angela Scalzo

CSI MONTEROTONDO
Via Val di Fassa, 1/C
Tel: 06 9003 747 Fax: 06 9003 747
Coordinatore: Angela Scalzo

CSI GUIDONIA
Via Roma, 192
Tel: 0774 300 831 Fax: 0774 340 568
Coordinatore: Angela Scalzo

CSI TIVOLI
Via Empolitana, 234/236
Tel: 0774 333 024 Fax: 0774 708 880
Coordinatore: Stefania Carai

CSI COLLEFERRO
Via Carpinetana Sud, 144
Tel:06 9701 321 Fax: 06 9723 2261
Coordinatore: Nicola Filippo Titta

CSI CERVETERI
Largo di Villa Olio, 9/10
Tel: 06 9955 2849 Fax: 06 9940 020
Coordinatore: Nicola Filippo Titta

CSI POMEZIA
Via Pontina Vecchia,12
Tel: 06 9071 587 Fax: 06 9019 9546
Coordinatore: Nicola Filippo Titta

CSI FIUMICINO
Via Del Canale, 12
Tel: 06 5040 2
Coordinatore: Alessandro Belocchi

CSI PALIDORO
Piazza Santi Filippo e Giacomo, 19
Tel: 06 6169 7124 Fax: 06 6169 7124
Coordinatore: Alessandro Belocchi

PROMEMORIA 2 settembre 1990 - Entra in vigore la Convenzione sui diritti dell'infanzia


Entra in vigore la Convenzione sui diritti dell'infanzia, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989.
La Convenzione sui diritti dell'infanzia rappresenta lo strumento normativo internazionale più importante e completo in materia di promozione e tutela dei diritti dell'infanzia.
Contempla l'intera gamma dei diritti e delle libertà attribuiti anche agli adulti (diritti civili, politici, sociali, economici, culturali).

Costituisce uno strumento giuridico vincolante per gli Stati che la ratificano, oltre ad offrire un quadro di riferimento organico nel quale collocare tutti gli sforzi compiuti in cinquant'anni a difesa dei diritti dei bambini.

La Convenzione è stata approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre del 1989 a New York ed è entrata in vigore il 2 settembre 1990.

L'Italia ha ratificato la Convenzione il 27 maggio 1991 con la legge n. 176 e a tutt'oggi 193 Stati, un numero addirittura superiore a quello degli Stati membri dell'ONU, sono parte della Convenzione.

01 settembre, 2009

PROMEMORIA 1 settembre 1939Seconda guerra mondiale: la Germania Nazista attacca la Polonia, iniziando la guerra. L'Italia dichiara la non belligeranza


Seconda guerra mondiale: la Germania Nazista attacca la Polonia, iniziando la guerra. L'Italia dichiara la non belligeranza e si mantiene neutrale.
L'invasione della Polonia del 1939 (in polacco: Wojna obronna 1939 roku, "La guerra difensiva dell'anno 1939", o Kampania wrześniowa, "Campagna di settembre"; in tedesco: Polenfeldzug, "Campagna di Polonia", o Fall Weiss "Piano bianco") fu condotta dalla Germania nazista, dall'Unione Sovietica e dalla Slovacchia, che inviò un piccolo contingente. L'invasione della Polonia segnò l'inizio della seconda guerra mondiale in Europa poiché gli alleati occidentali della Polonia, il Regno Unito e la Francia, dichiararono guerra alla Germania il 3 settembre, seguiti subito dal Canada, dall'Australia e dalla Nuova Zelanda. La campagna iniziò il 1° settembre 1939, una settimana dopo la firma del patto segreto Molotov-Ribbentrop, e finì il 6 ottobre 1939, con la Germania e l'URSS che occuparono l'intera Polonia.
Dopo un finto "attacco polacco" inscenato dalla Germania ("incidente di Gleiwitz") il 31 agosto 1939, il 1° settembre le forze tedesche invasero la Polonia da nord, sud e ovest. Le forze polacche, sparse a protezione del lungo confine, furono presto costrette a ritirarsi verso est. Dopo la sconfitta polacca avvenuta a metà settembre nella battaglia della Bzura, i tedeschi conquistarono un indiscutibile vantaggio. Le forze polacche iniziarono a ritirarsi verso sud-est, seguendo un piano che prevedeva la concentrazione della difesa in una zona al confne con la Romania, dalla quale sarebbero dovuti arrivare rifornimenti e rinforzi da parte degli Alleati.
Il 17 settembre 1939 l'Armata Rossa sovietica invase le regioni orientali della Polonia in cooperazione con la Germania. I sovietici stavano perseguendo la loro parte dell'appendice segreta del patto Molotov-Ribbentrop, che sanciva la divisione dell'Europa orientale in sfere di influenza naziste e sovietiche. Dovendo affrontare anche un secondo fronte, il governo polacco decise che la difesa sul confine romeno non era più possibile, e ordinò l'evacuazione di tutte le truppe nella neutrale Romania. Il 1° ottobre la Germania e l'URSS avevano completato la spartizione della Polonia, anche se il governo polacco non si arrese mai. Inoltre tutte le forze di terra e aeree restanti della Polonia furono evacuate nelle vicine Romania e Ungheria; molti degli esiliati si unirono al ricreato Esercito polacco in Francia, in Siria (sotto mandato francese della Società delle Nazioni) e nel Regno Unito.
In seguito all'occupazione tedesca, si formò un movimento di resistenza. Le forze polacche continuarono a contribuire alle operazioni militari degli Alleati durante tutta la seconda guerra mondiale. I tedeschi conquistarono le aree della Polonia occupate dai sovietici quando invasero la Russia il 22 giugno 1941 e persero il territorio nel 1944 con l'avanzare dell'Armata Rossa. Durante il corso della guerra, la Polonia perse il 20% della sua popolazione pre-bellica sotto un'occupazione che segnò la fine della Seconda Repubblica Polacca.