21 luglio, 2009

PROMEMORIA 21 luglio 2001 Genova: Durante lo svolgimento del G8 viene assaltata la scuola Diaz


Genova: Durante lo svolgimento del G8 viene assaltata la scuola Diaz da 275 agenti di polizia in tenuta antisommossa, provocando il ferimento di 63 delle 93 persone che dormivano all'interno della scuola.
I fatti della scuola Diaz sono avvenuti durante lo svolgimento del G8 di Genova nel 2001; ci sono stati diversi scontri tra manifestanti e forze dell'ordine, in particolar modo episodi violenti da parte delle forze dell'ordine vennero segnalati nella scuola Diaz a danno di manifestanti che si erano accampati all'interno per passare la notte.

Le indagini e il processo
Nella relazione della Procura di Genova, con cui si chiedeva il rinvio a giudizio di 28 poliziotti per le violenze alla scuola Diaz, i magistrati affermano di aver scoperto la sparizione di alcuni filmati amatoriali sull'irruzione, spediti dalla polizia, senza autorizzazione da parte della magistratura, in Svizzera e in Germania per il riversamento su DVD, e di cui si sono poi perse le tracce.
Il 10 giugno 2002, il vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione riconosce, tramite foto e riprese, le due molotov sequestrate ufficialmente nella scuola Diaz come quelle da lui stesso ritrovate in alcuni cespugli di una traversa di Corso Italia, al termine di una carica durante gli scontri del sabato, facendo sorgere i primi sospetti sulla provenienza delle molotov.
Successivamente il 4 luglio 2002 Michele Burgio, l'agente che guidava il mezzo in cui erano le bottiglie ("un magnum blindato in dotazione al reparto mobile di Napoli"), affermò di aver avvertito il generale Valerio Donnini (che era sul mezzo di cui Burgio era autista) della presenza di queste e di aver chiesto se era opportuno portarle in questura, ricevendo però una risposta brusca ("lui si è rivolto a me in modo alterato, come se avessi fatto una domanda stupida o che comunque non dovevo fare"), e disse di aver ricevuto successivamente l'ordine dal vicequestore Pasquale Troiani di portare le molotov davanti alla Diaz. È stato inoltre ritrovato un video dell'emittente locale Primocanale (classificata col nome "Blue Sky"), che aveva seguito tutti i giorni della manifestazione, girato nel cortile della scuola durante l'irruzione, in cui si vedrebbero i responsabili delle forze dell'ordine che stavano guidando la perquisizione intenti a parlare tra loro al telefono, con in mano il sacchetto azzurro in cui erano contenute le molotov.
Il vicequestore Pasquale Troiani (che teoricamente non ricopriva nessun ruolo durante l'operazione), si contraddisse durante i successivi interrogatori, affermando sia di aver ricevuto effettivamente le molotov fuori dalla scuola, da Burgio, sia che probabilmente era già stato avvertito della presenza delle bottiglie sul mezzo prima di arrivare alla Diaz e che forse ne aveva parlato con il vicequestore Di Bernardini. Ammise tuttavia di aver detto a quest'ultimo che "erano state trovate nel cortile o nell'immediatezza delle scale d'ingresso. Questa è stata la mia leggerezza, e me ne rendo conto".
Spartaco Mortola, l'ex capo della Digos genovese (che stando a quanto riferito dai media è una dei superiori che compaiono nel filmato di Primocanale), sostenne invece che le molotov gli furono segnalate da due agenti del reparto mobile che le avevano trovate dentro la scuola, che con lui in quel momento erano due colleghi, forse La Barbera (morto l'anno successivo al G8) e Gratteri, e di aver visto al piano terra della scuola una cinquantina di manifestanti tranquilli e apparentemente senza lesioni o ferite.
Francesco Gratteri (presente, sempre secondo le notizie date dai media, nel succitato filmato) durante l'interrogatorio nell'ottobre 2003 sostenne, a proposito del finto accoltellamento, che "Io penso che l'episodio dell'accoltellamento simulato sia stato determinato dal fatto che qualcuno ha esagerato... Che l'episodio dell'accoltellamento potesse in qualche maniera parare, giustificare, coprire l'eccesso di violenza usato"; aggiunse che non ricordava né quando furono consegnate le molotov, né se gli erano state indicate, e che aveva trovato anomala la presenza delle telecamere delle televisioni subito dopo il loro arrivo.
Giovanni Luperi, vice di La Barbera, affermò che il sacchetto delle molotov era passato di mano in mano tra gli ufficiali presenti, per rimanere infine a lui quando questi se ne erano andati mentre stava telefonando (stando alla sua testimonianza, lo consegnò alla dottoressa Mengoni della Digos di Firenze). Sulla presenza delle molotov una volta portate all'interno della scuola disse che "Le ho viste, queste due bottiglie molotov, stese su uno striscione. Ritengo che fosse un qualche suggerimento ad uso stampa. Qualcuno aveva intenzione di far riprendere le immagini fotografiche del materiale sequestrato all'interno della Diaz". Riferì di essere andato alla Diaz solo per seguire il suo superiore, La Barbera, e di aver cercato, pur senza averne la responsabilità, di coordinare le azioni perché le forze dell'ordine erano in un "bailamme in cui nessuno capiva più nulla", cessando però di interessarsi alla perquisizione dopo l'arrivo del superiore. Dopo che La Barbera se ne era andato senza che lui se ne accorgesse e che anche Mortola della Digos genovese aveva abbandonato la scuola, era rimasto bloccato sul posto senza mezzi.[1] [2] [3] [4] [5] [6]
Nel gennaio 2007 sono stati sentiti come testimoni Claudio Sanfilippo, dirigente della squadra mobile di Genova e Luca Salvemini, vicequestore a Palermo, che erano stati incaricati nel giugno 2002 di svolgere alcune indagini sui fatti accaduti nelle scuole Diaz e Pascoli. Durante la testimonainza hanno riferito, tra le altre cose, della difficoltà di effettuare i riconoscimenti (come per esempio alcuni ritardi nel ricevere le foto degli agenti della polizia presenti per i confronti, o l'impossibilità di identificare un agente con una coda di cavallo, nonostante comparisse in diverse riprese e avesse appunto un aspetto caratteristico) e della mancata identificazione, nonostante sei anni di indagini, di una delle quindici firme dei verbali di arresto dei no-global. [7] [8]
Il 17 gennaio 2007, nel corso di un'udienza del processo relativo all'irruzione delle forze dell'ordine nella scuola Diaz, gli avvocati difensori degli agenti e dei funzionari di Polizia imputati hanno reso noto che le due molotov usate come prova per giustificare l'irruzione (che successivamente si scoprì, grazie ad un fortuito filmato dell'emittente Primocanale e alla testimonianza di un'agente, erano state ritrovate lo stesso giorno in una traversa di Corso Italia e portate nella scuola a blitz concluso) erano state smarrite. Il tribunale ha deciso che, finché non saranno ritrovate le due bottiglie incendiarie, non ascolterà le testimonianze legate a queste e proseguirà con l'analisi di altro materiale e di altri testimoni. I media locali hanno riferito voci, non confermate ufficialmente, che vorrebbero le molotov distrutte a causa della loro pericolosità (anche se ovviamente erano state svuotate) su richiesta della procura. Nella successiva udienza, il 25 gennaio 2007, il Tribunale di Genova ha respinto l'istanza avanzata dai difensori - tra i quali spicca il nome di Alfredo Biondi, parlamentare di Forza Italia ed ex ministro della giustizia - degli agenti dei funzionari di Polizia imputati. L'istanza invocava l'annullamento di almeno parte del processo in corso contro i loro 29 assistiti - imputati di gravi reati consumati ai danni dei manifestanti, quali falso, lesioni e calunnia - mettendo in discussione la validità dell'intero procedimento. Respingendo la richiesta della difesa, il Presidente del Tribunale, Gabrio Barone, ha reso note le risultanze dell'indagine condotta dal questore Salvatore Presenti che, in una risposta scritta sollecitata dai Pubblici Ministeri Francesco Cardona-Albini ed Enrico Zucca, ha dato per certo che le molotov siano da considerare - se non addirittura distrutte - comunque irrimediabilmente perdute. La non recuperabilità materiale dei corpi di reato - custoditi in questura e in locali teoricamente accessibili per un certo periodo ad almeno uno degli imputati, il dirigente Digos Spartaco Mortola - non è stata tuttavia sufficiente a convincere la Corte ad accogliere le tesi difensive, che sono state rigettate spiegando come le due bottiglie molotov fossero ormai già incluse nei fascicoli del Processo durante il quale, in aula, un testimone aveva inoltre già effettuato dichiarazioni giurate sui movimenti delle stesse e come esse fossero state ampiamente referenziate da altri testimoni e consulenti tecnici che le avevano esaminate. Il presidente Barone ha inoltre stigmatizzato duramente il comportamento della Questura di Genova, evidenziando come sia impossibile smarrire o addirittura distruggere corpi di reato di importante valenza se non per dolo o per colpa, non escludendo provvedimenti contro i responsabili della loro custodia; a tale proposito il PM Zucca ha chiesto l'apertura di uno specifico procedimento giudiziario, ricordando come Mortola fosse in servizio presso la questura genovese proprio nel periodo, individuato da Presenti, nel quale le molotov sarebbero state distrutte. Lorenzo Guadagnucci, giornalista de Il Resto del Carlino malmenato e gravemente ferito durante l'assalto alla Diaz e parte lesa nel processo, ha dichiarato: "Questo episodio della sparizione delle bottiglie molotov è scandaloso perché è l'ultimo di una serie di boicottaggi operati dalla polizia di Stato contro il normale esercizio dell' azione giudiziaria"[9].
Il 5 aprile 2007 il vicequestore Pasquale Guaglione, in videoconferenza per problemi di salute, ha confermato l'identificazione delle molotov, testimoniando di averle riconosciute fin dai primi servizi televisivi che mostravano i materiali sequestrati alla scuola Diaz. Il vicequestore ha anche aggiunto che dopo il ritrovamento aveva mostrato le due molotov (contenute in un sacchetto di palstica colorato senza scritte) all'assistente che gli faceva autista, al suo responsabile, per poi consegnarle al generale Donnini, che era sopraggiunto nel frattempo su un fuoristrada del reparto mobile di Roma, e che nella relazione di servizio preparata dal suo responsabile non erano stati scritti i particolari del ritrovamento (come alcune delle caratteristiche esterne particolari delle bottiglie che ne avrebbero permesso una facile individuazione) nonostante la sua esplicita richiesta. [10] Il giorno dopo, nel riportare una breve descrizione dell'interrogatorio, i media locali danno anche la notizia che alcuni poliziotti sono stati iscritti nel registro degli indagati per la sparizione delle molotov. [11] [12]
Il 4 maggio 2007 è stato ascoltato nel processo Francesco Colucci, al tempo questore di Genova. Colucci, stando a quanto riferito dai media, contraddicendosi più volte su diverse questioni (per es. su chi avesse fatto la comunicazione sul ritrovamento delle Molotov o sulla perquisizione errata alla vicina scuola Pascoli), contraddicendo anche passate testimonianze, avrebbe riferito che a coordinare la perquisizione alla Diaz era stato Lorenzo Murgolo e che il prefetto La Barbera (morto nel frattempo) era d'accordo. [13] [14] Successivamente a questa deposizione Francesco Colucci è stato iscritto nel registro degli indagati per falsa testimonianza, a causa delle numerose contraddizioni [15].
Il 23 maggio 2007 viene ascoltato Ansoino Andreassi, all'epoca dei fatti vice capo della polizia: nella sua testimonianza afferma che con l'arrivo di Arnaldo La Barbera venne a saltare tutta la catena di comando, nonostante ufficialmente fosse un suo sottoposto ("Arnaldo La Barbera era la figura più carismatica. E lui quella sera era presente. A me dispiace parlare di un collega che non può più dire la sua. Ma è andata così. È pacifico.") e che era sentita la necessità di effettuare il maggior numero di arresti possibile per poter recuperare l'immagine delle forze dell'ordine che non erano riuscite a fermare gli atti vandalici e gli scontri di quei giorni ("Si fa sempre così, in questi casi. È un modo per rifarsi dei danni ed alleggerire la posizione di chi non ha tenuto in pugno la situazione. La città è stata devastata? E allora si risponde con una montagna di arresti."). Andreassi afferma anche di non aver partecipato alla riunione effettuata in questura in cui si decise la perquisizione nella scuola e di aver incaricato Lorenzo Murgolo (allora dirigente della digos di Bologna e oggi funzionario del SISMI, la cui posizione è già stata archiviata) di recarsi alla scuola per riferire se lo svolgimento della perquisizione poteva procurare problemi di ordine pubblico nel resto della città (dove molti no-global si stavano apprestando ad andersene) e di aver ricevuto da questo, ad arresti e perquisizione già compiuti, la notizia del ritrovamento delle molotov. [16] [17] [18]
Nell'udienza del 30 maggio 2007 i pm hanno chiesto di poter acquisire agli atti una relazione stilata a suo tempo dall'ispettore ministeriale Pippo Micalizio (che aveva effettuato un'indagine esclusivamente da un punto di vista disciplinare), relativa all'organizzazione della perquisizione della scuola (a questa richiesta si è associato anche il difensore dell'ex questore Francesco Colucci). Secondo quanto riportato in questa relazione alla gestione della perquisizione aveva nuociuto l'elevato numero di agenti impegnati (circa 275) e l'elevato numero di funzionari appartenenti a più corpi non ufficialmente coordinati tra di loro, eccessivi rispetto ai 93 manifestanti effettivamente trovati nella scuola (numero minore dei 150/200 stimati nella fase preparatoria).[19]
Il 7 giugno 2007 è stato sentito nel processo il questore Vincenzo Canterini, all'epoca capo della celere di Roma. Durante la deposizione, durata 6 ore, Canterini ha ammesso di non aver assitito alla "resistenza attiva da parte dei 93 no-global" di cui al tempo aveva scritto nella sua relazione indirizzata al questore Francesco Colucci (reazione che è sempre stata usata per giustificare l'uso della forza da parte deglia genti), ma di averla invece dedotta da quello che era stato detto da altri agenti presenti nel cortile della scuola. Come altri testimoni ascoltati neppure Canterini è stato in grado di individure con sicurezza chi coordinava le operazioni, ritenendo però che fosse Lorenzo Murgolo. Definisce la presenza di agenti di diversi corpi come "una macedonia di polizia" e relativamente all'accoltellamento dell'agente Nucera afferma che "All'inizio avevamo visto i tagli, sapevano dell´aggressione: ma non avevamo avuto la sensazione dell'accoltellamento".[20]
Il 13 giugno 2007, uno dei 28 poliziotti imputati per l'irruzione alla Diaz, Michelangelo Fournier, all'epoca dei fatti vice questore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma agli ordini di Canterini, confessa in aula a Genova, rispondendo alle domande del pm Francesco Cardona Albini, di aver assistito a veri e propri pestaggi, sia da parte di agenti in uniforme (specifica, anche in interviste successive, "con l'uniforme dei reparti celere e un cinturone bianco.. non blu come il nostro") sia in borghese con la pettorina. Fournier ha sostenuto di non aver parlato prima perché non ebbe "il coraggio di rivelare un comportamento così grave da parte dei poliziotti per spirito di appartenenza" e, parlando delle violenze, le ha definite "macelleria messicana" (nelle dichiarazioni rese precedentemente ai pm il vicequestore aveva sostenuto di aver visto dei feriti a terra, ma di non aver assistito ad abusi o pestaggi). [21] [22][23]. A seguito delle sue dichiarazioni diversi esponenti dell'Unione hanno nuovamente chiesto l'istituzione di una commissione parlamentare sui fatti i quei giorni[24], ricordando che questa era anche presente nel programma elettorale della coalizione.
Il questore Vincenzo Canterini, intervistato da "La Repubblica" sulle dichiarazioni al processo del suo collega, conferma di non aver assistito personalmente a nessun pestaggio e di essere entrato nella Diaz quando "era tutto finito", pur ricordandosi di feriti (tra cui la ragazza di cui parlava Fournier) e che nessuno dei suoi uomini era da ritenersi responsabile di simili comportamenti. Canterini ribadisce anche che in quell'operazione nella scuola vi era "una macedonia di polizia" e che su 300 agenti entrati nella scuola solo 70 erano del suo reparto. Canterini nella stessa intervista sostiene anche di aver consigliato ad Arnaldo La Barbera di non entrare nella scuola, ma di sparare dentro all'edificio "qualcuno dei potenti lacrimogeni di cui avevamo dotazione" in modo da far uscire chi si trovava all'interno, ma di non essere stato ascoltato. [25]
Il 20 giugno 2007 i media danno notizia dell'apertura di un'indagine per induzione e istigazione alla falsa testimonianza su Gianni De Gennaro. Secondo l'accusa De Gennaro avrebbe fatto pressioni sul questore Francesco Colucci perché desse una versione dei fatti concordata, in cui si potesse scaricare la responsabilità del blitz alla Diaz su Arnaldo La Barbera (ormai morto) e su Lorenzo Murgolo, la cui posizione è già stata archiviata in passato su richiesta dei pm. Interrogato il 14 luglio De Gennaro (da poco sostituito nel suo ruolo di capo della Polizia da Antonio Manganelli, e divenuto capo di gabinetto del ministro dell'Interno Giuliano Amato) ha respinto tutte le accuse. Secondo quanto riportato dai media vi sarebbe un'intercettazione telefonica in cui Colucci, parlando con un alto funzionario della Polizia indagato dalla Procura di Genova per una vicenda non legata al G8, affermerebbe che "Il capo dice che sarebbe meglio raccontare una storia diversa...". [26] [27] [28] [29] Per questi fatti i pubblici ministeri il 29 marzo 2008 hanno chiesto il rinvio a giudizio di Gianni De Gennaro, di Francesco Colucc e di Spartaco Mortola (degli ultimi due esisterebbero diverse intercettazioni in cui si parla della questione)[30].
Il 31 marzo 2008 i media hanno dato notizia dell'esistenza di intercettazioni tra un artificiere che aveva firmato un verbale in cui affermava che le due molotov erano state distrutte per errore (il cui telefono era sotto controllo per altre indagini che lo riguardavano non legate ai fatti del G8) e un suo familiare, in cui il primo diceva che le molotov sarebbero state da lui consegnate ad alcuni agenti della Digos, ma che questa versione non poteva essere data ai magistrati, per cui gli era stato consigliato di usare come scusa la distruzione accidentale dei due reperti.[31]
Il 3 luglio 2008 è iniziata la requisitoria dei Pubblici Ministeri.
Il 1 ottobre 2008 l'avvocato dello Stato al processo per i fatti avvenuti durante il G8 del 2001 Ha negato la responsabilità degli imputati per l'assalto alla scuola diaz. "Nego che vi sia stata una spedizione punitiva. Non e' stata una spedizione latu sensu terroristica. La democrazia in quelle ore non e' mai stata in pericolo". L'avvocato dello Stato rappresenta il Viminale. Nel processo sono imputati 29 tra dirigenti di polizia e poliziotti per accuse che vanno dalle lesioni gravissime al falso, alla calunnia.
La sentenza di primo grado [modifica]

Il giorno 13 Novembre 2008 viene emessa la sentenza di primo grado. Vengono condannati Vincenzo Canterini (4 anni), al tempo comandante del Reparto mobile di Roma, che secondo le ricostruzioni fu il primo gruppo a fare irruzione nell’istituto e diversi suoi sottoposti (tra cui Michelangelo Fournier, che definì la situazione nella Diaz "macelleria messicana", condannato a 2 anni). Condannati anche Michele Burgio (2,5 anni) e Pietro Troiani (3 anni) per aver rispettivamente trasportato ed introdotto all'interno dell'edificio le due molotov. Per quello che riguarda l'irruzione nella scuola Pascoli e gli eventi successivi, su due richieste di condanna vi è stata una sola sentenza di colpevolezza con condanna ad un mese di carcere. Assolti i vertici delle forze dell'ordine presenti durante il fatto e i responsabili che firmarono i verbali dell'operazione poi rivelatisi contenenti delle affermazioni erronee (come la presenza delle molotov all'interno della scuola). Assolti anche due agenti indagati relativamente alla questione del dubbio accoltellamento da parte di un manifestante. L'accusa aveva chiesto 28 condanne, su 29 persone processate (era stata chiesta l'assoluzione di Alfredo Fabbrocini, inizialmente ritenuto responsabile dell'errata irruzione nella Pascoli, poi rivelatosi estraneo al fatto), per un totale di circa 109 anni di carcere. In totale sono stati erogati 35 anni e 7 mesi di carcere, più 800 mila euro di risarcimento (da parte di alcuni condannati e del Viminale) da dividere fra circa novanta persone. Non essendo avvenuta l'identificazione degli agenti che avevano ridotto in coma il giornalista inglese Mark Covell, questo è stato risarcito di soli quattromila euro per essere stato "calunniato" da alcuni agenti.[32][33]
Il 10 febbraio 2009 sono state depositate le motivazioni della sentenza di 1° grado,[34] che nel riconoscere che «... la perquisizione venne disposta in presenza dei presupposti di legge. Ciò che invece avvenne non solo al di fuori di ogni regola e di ogni previsione normativa ma anche di ogni principio di umanità e di rispetto delle persone è quanto accadde all’interno della Diaz Pertini.» (Vedi "Collegamenti esterni" - Sentenza citata, pag. 313) e che «In uno stato di diritto non è invero accettabile che proprio coloro che dovrebbero essere i tutori dell’ordine e della legalità pongano in essere azioni lesive di tale entità, anche se in situazioni di particolare stress.» (Vedi "Collegamenti esterni" - Sentenza citata, pag. 314) , esclude che essa fu organizzata come «un complotto in danno degli occupanti» o una «spedizione punitiva», «di rappresaglia» (Vedi "Collegamenti esterni" - Sentenza citata, pag. 312). I giudici, al riguardo, precisano che «a parte la carenza di prove concrete in proposito, appare assai difficile che un simile progetto possa essere stato organizzato e portato a compimento con l’accordo di un numero così rilevante di dirigenti, funzionari ed operatori della polizia». Interessante appare comunque la relazione stabilita tra la diffusa brutalità del VII nucleo comandato da Vincenzo Canterini e la connivenza di corpo tra i vari livelli, laddove si afferma che ancorché «l’inconsulta esplosione di violenza all’interno della Diaz abbia avuto un’origine spontanea e si sia quindi propagata per un effetto attrattivo e per suggestione, tanto da provocare, anche per il forte rancore sino allora represso, il libero sfogo all’istinto, determinando il superamento di ogni blocco psichico e morale nonché dell’addestramento ricevuto, deve d’altra parte anche riconoscersi che una simile violenza, esercitata così diffusamente, sia prima dell’ingresso nell’edificio, come risulta dagli episodi in danno di Covell e di Frieri, sia immediatamente dopo, pressoché contemporaneamente man mano che gli operatori salivano ai diversi piani della scuola, non possa trovare altra giustificazione plausibile se non nella precisa convinzione di poter agire senza alcuna conseguenza e quindi nella certezza dell’impunità. Se dunque non può escludersi che le violenze abbiano avuto un inizio spontaneo da parte di alcuni, è invece certo che la loro propagazione, così diffusa e pressoché contemporanea, presupponga la consapevolezza da parte degli operatori di agire in accordo con i loro superiori, che comunque non li avrebbero denunciati.» (Vedi "Collegamenti esterni" - Sentenza citata, pag. 315). Quanto all'omertosità delle Forze di Polizia, viene infine accertato «un certo distacco rispetto all'indagine in corso», come «la polizia, una volta venute alla luce le violenze compiute all’interno della Diaz, non abbia proceduto con la massima efficienza nelle indagini volte ad individuarne gli autori e ad accertare le singole responsabilità», e che «tale atteggiamento ha contribuito ad avvalorare la sensazione di una certa volontà di nascondere fatti e responsabilità di maggiore importanza che seppure infondata o comunque rimasta del tutto sfornita di prove ha caratterizzato negativamente sotto il profilo probatorio tutto il procedimento.» (Vedi "Collegamenti esterni" - Sentenza citata, pag. 323).
Il 17 marzo 2009 l'avvocato dello Stato Domenico Salvemini, in rappresentanza del Ministero dell' Interno ha presentato ricorso in appello contro le condanne.[35] Pochi giorni dopo, anche l'accusa ha deciso di ricorrere in appello con il Procuratore Generale - massimo organo inquirente del tribunale genovese - che affianca i PM Francesco Albini Cardona ed Enrico Zucca.[36]

20 luglio, 2009

Roma e L'Aquila province sorelle


Roma e L'Aquila province sorelle

Rimettere in moto l'economia del territorio aquilano duramente colpito dal sisma. Questo lo scopo dei pacchetti turistici "integrati" presentati a Palazzo Valentini dal presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti e da quello della Provincia de L'Aquila, Stefania Pezzopane, nell'ambito del protocollo d'intesa sottoscritto lo scorso 25 marzo tra le due amministrazioni "Roma e L'Aquila province sorelle".

La giornata tematica dedicata al turismo per l'elaborazione di strategie congiunte di promozione dei due territori provinciali, si è svolta nella mattinata di venerdì 17 luglio presso la Sala della Pace di Palazzo Valentini ed ha visto anche la partecipazione dell’assessore alle Politiche del Turismo della Provincia di Roma Patrizia Prestipino.

Dalla Provincia di Roma a quella de L'Aquila: un viaggio alla scoperta dell'antica cultura e delle meraviglie naturali ma anche un messaggio "solidale” e di “ripartenza”.

Già a partire da settembre agenzie di viaggi e tour operator, offriranno ai turisti che visitano la capitale e il suo hinterland la possibilità di estendere la vacanza nella provincia abruzzese, che con 108 comuni è la più grande della regione.

L'iniziativa si riferisce alla prossima stagione invernale e all'estate 2010 ma già da oggi è possibile prenotare soggiorni nel Parco Nazionale d'Abruzzo e nell'Alto Sangro.

"Dopo la prima emergenza - ha detto il presidente Zingaretti - oggi in Abruzzo ce n'è una seconda: tornare ad una vita normale, rimettere in moto l'economia e dare tranquillità alle famiglie. Proprio in questo quadro si inserisce l'iniziativa di oggi. Ora che è finito il G8 - ha continuato - è necessario mantenere accesi i riflettori".

Secondo la presidente Pezzopane si tratta di “una preziosa iniziativa di marketing turistico Territoriale”. La presidente della Provincia dell’Aquila ha affermato: “Mettiamo insieme natura e cultura ed invitiamo ad un turismo solidale. Per aiutare a far ripartire l'economia basta un semplice gesto, prenotare una vacanza anche in quei luoghi che non sono stati colpiti dal sisma ma che all'indomani del terremoto sono rimasti deserti".

Da parte sua, il presidente Zingaretti ha annunciato: “L’appello ad andare a trascorrere le vacanze in Provincia de L'Aquila, penso che vada raccolto: io andrò, a prescindere dal terremoto perché solitamente trascorro le vacanze a Pescocostanzo. Ci tornerò anche quest'anno almeno per qualche giorno ad agosto con la mia famiglia".

PROMEMORIA 20 luglio 1969 l'Apollo 11 si posa sulla Luna


Programma Apollo: l'Apollo 11 si posa sulla Luna e, poche ore dopo, Neil A. Armstrong ed Edwin "Buzz" Aldrin diventano i primi esseri umani a camminare sulla sua superficie.
La missione Apollo 11 fu la prima a portare un essere umano sulla superficie della Luna. Fu anche la quinta missione con equipaggio del programma Apollo. (NASA - USA)

Fasi principali della missione
Il 20 luglio 1969 il modulo lunare chiamato "Eagle", venne separato dal "Columbia". Collins rimase a bordo del Columbia, mentre l'Eagle con Armstrong e Aldrin, scendeva sulla superficie. Dopo un attento controllo visivo, Eagle ha acceso il motore e iniziato la discesa. Durante questa fase, gli astronauti si accorsero che il sito dell'atterraggio era molto più roccioso di quanto avessero indicato le fotografie. Armstrong prese il controllo manuale del modulo lunare, che fece allunare alle 20:17:40 UTC.
Il primo sito di atterraggio dell'Apollo, nella parte meridionale del Mare della Tranquillità a circa 20 km a sud-ovest del cratere Sabine D, fu scelto perché ritenuto abbastanza piano e liscio dai rilevamenti effettuati dai lander Ranger 8 e Surveyor 5, così come dalle mappe tracciate dal Lunar Orbiter.
Alle 2:56 UTC, ovvero sei ore e mezza dopo aver toccato il suolo, Armstrong compì la discesa sulla superficie e fece il suo grande passo per l'umanità. Aldrin lo seguì, e i due astronauti trascorsero due ore e mezza a fotografare la superficie lunare e raccogliere campioni di roccia.
Progettarono la disposizione delle attrezzature per installare l'Early Apollo Scientific Experiment Package (EASEP) e issare la bandiera americana, studiando il sito dell'allunaggio dalle due finestre triangolari dell'Eagle, che permettevano loro di avere una visione di 60°. La preparazione richiese ben più delle due ore previste. Armstrong ebbe alcune iniziali difficoltà a uscire dello sportello a causa della sua PLSS (Portable Life Support System, la tuta spaziale). Infatti secondo il veterano lunare John Young, a una riprogettazione del LM che prevedeva uno sportello più piccolo, non seguì una revisione della PLSS, così si rese difficoltosa l'entrata e l'uscita degli astronauti dello sportello.
L'Unità di Controllo Remota posta sul casco impediva ad Armstrong di vedersi i piedi. Mentre scendeva la scaletta di nove gradini, Armstrong tirò l'anello che schierò il Modular Equipment Stowage Assembly (MESA) contro il lato dell'Eagle attivando la telecamera della TV. Le prime immagini vennero ricevute al "Goldstone Deep Space Communications Complex" negli USA, ma quelle con miglior definizione si videro a Honeysuckle Creek in Australia. Qualche minuto più tardi le immagini furono mandate anche nel normale circuito televisivo, grazie al radiotelescopio del Parkes Observatory in Australia. Così, malgrado le difficoltà iniziali, le prime immagini in bianco e nero di un uomo sulla Luna vennero viste in diretta da almeno 600 milioni di persone sparse in tutto il mondo.
Dopo una breve descrizione della superficie (very fine grained... almost like a powder cioè "a grana molto fine... quasi come la polvere") e aver pronunciato la sua storica frase, Armstrong fece il suo primo passo fuori dall'Eagle e diventò il primo uomo a camminare su un altro corpo celeste. Commentò che muoversi nella gravità lunare, circa un sesto di quella terrestre, era molto più facile che nelle simulazioni effettuate prima del lancio.
Oltre che essere la concretizzazione del sogno di John F. Kennedy di vedere un uomo sulla Luna prima della fine degli anni sessanta, l'Apollo 11 fu un test per tutte le successive missioni Apollo; quindi Armstrong scattò le foto che sarebbero servite ai tecnici sulla Terra a verificare le condizioni del modulo lunare dopo l'allunaggio. Successivamente raccolse il primo campione di terreno lunare, lo pose in una busta che mise nell'apposita tasca della sua tuta. Rimosse la telecamera dal MESA, fece una panoramica e la mise su un treppiede a 12 m dal modulo lunare. Il cavo della telecamera, però, rimase parzialmente arrotolato, rappresentando un pericolo per le attività fuori dal modulo (EVA).
Aldrin raggiunse Armstrong sulla superficie lunare e testò i metodi migliori per muoversi, compreso il cosiddetto salto del canguro. La disposizione dei pesi nella PLSS creava una tendenza a cadere verso l'indietro, ma nessuno dei due astronauti ebbe seri problemi d'equilibrio. Correre a passi lunghi divenne il metodo per spostarsi preferito dai due astronauti. Aldrin e Armstrong riferirono che dovevano programmare i movimenti da compiere sei o sette passi prima. Il terreno molto fine era anche particolarmente sdrucciolevole. Aldrin rilevò che il muoversi tra la luce solare diretta e l'ombra dell'Eagle non provocava cambiamenti significativi di temperatura all'interno della sua tuta spaziale, invece il casco risultava essere più caldo sotto il Sole.
Gli astronauti piantarono insieme la bandiera degli Stati Uniti, e la consistenza del terreno non permise di inserirla per più di 20 cm. Successivamente essi ricevettero una chiamata del presidente di allora, Richard Nixon.
Il MESA non si rivelò una piattaforma di lavoro stabile, inoltre era all'ombra, e questo rallentò ulteriormente il lavoro. Mentre lavoravano, gli astronauti alzarono della polvere grigia, che andò a sporcare la parte esterna delle loro tute. Posizionarono l'EASEP, che includeva un sismografo passivo e un laser retro-riflettente. Successivamente Armstrong si allontanò a grandi passi di circa 120 metri dal Modulo Lunare per fotografare il Cratere Orientale mentre Aldrin iniziò la raccolta di materiale lunare. Usò il martello geologico, e questa fu l'unica situazione in cui venne usato dall'Apollo 11. Gli astronauti iniziarono la raccolta di rocce lunari con le palette, ma poiché l'operazione richiedeva molto più tempo del previsto, furono costretti ad abbandonare il lavoro a metà dei 34 minuti previsti.
Durante questo periodo, il "Mission Control" ha usato una frase codificata per avvertire Armstrong che i suoi tassi metabolici erano troppo alti e che avrebbe dovuto rallentare. I tassi rimasero generalmente più bassi di quanto previsto per entrambi gli astronauti durante la camminata, così il "Mission Control" assegnò ad Aldrin e Armstrong 15 minuti in più.
Aldrin rientrò nell'Eagle per primo. Con non poche difficoltà, gli astronauti caricarono i film e due sacchi contenenti più di 22 kg di materiale lunare dallo sportello del Modulo Lunare, grazie ad un sistema a puleggia chiamato "Lunar Equipment Conveyor". Poi Armstrong saltò sulla scaletta ed entrò nel LM.
Dopo il trasferimento al Modulo di supporto vitale dell'LM, gli astronauti accesero il motore di ascesa per rientrare in orbita e alleggerirono il modulo gettando fuori le PLSS, le scarpe lunari, una fotocamera Hasselblad e altra apparecchiatura. Completata l'ascesa, spensero il motore e raggiunsero Michael Collins a bordo del CM Columbia che si trovava in orbita lunare.
Dopo più di 21½ ore sulla superficie lunare, si ricongiunsero a Collins sul "Columbia", con 20,87 kg di rocce lunari. I due Moon-walkers lasciarono sulla Luna apparecchiature scientifiche quali un prisma retroriflettente usato per il Lunar Laser Ranging Experiment. Lasciarono, inoltre, una bandiera americana e una placca con i disegni dei due emisferi terrestri, un'iscrizione, le firme degli astronauti e del presidente Nixon. L'iscrizione recita:
(EN)
« Here Men From Planet Earth
First Set Foot Upon the Moon
July 1969 A.D.
We Came in Peace For All Mankind »
(IT)
« Qui uomini dal pianeta Terra
fecero il primo passo sulla Luna
Luglio, 1969 d.C.
Siamo venuti in pace per tutta l'umanità »
I tre astronauti ritornarono sulla Terra il 24 luglio, accolti come eroi. Il punto dell'atterraggio in mare fu a 13 gradi 19 primi N, 169 gradi 9 primi W, cioè 640 km a SSW di Wake Island e 24 km dalla nave di recupero, la USS Hornet.
Il Modulo di Comando è in mostra al National Air and Space Museum di Washington

19 luglio, 2009

PROMEMORIA 19 luglio 1992 - Palermo: a pochi mesi dalla strage di Capaci, viene ucciso il procuratore della Repubblica Paolo Borsellino


Palermo: a pochi mesi dalla strage di Capaci, viene ucciso il procuratore della Repubblica Paolo Borsellino.

La strage di via d'Amelio
Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si reca insieme alla sua scorta in via D'Amelio, dove vive sua madre.
Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell'abitazione della madre con circa 100 kg di tritolo a bordo esplode, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche i cinque agenti di scorta Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto è Antonino Vullo. Pochi giorni prima di essere ucciso, durante un incontro organizzato dalla rivista MicroMega, Borsellino parlò della sua condizione di "condannato a morte". Sapeva di essere nel mirino di Cosa Nostra e sapeva che difficilmente la mafia si lascia scappare le sue vittime designate.
Via d'Amelio come strage di Stato [modifica]
« Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d'accordo. »
(Lirio Abbate, Peter Gomez[13])
Nell'introduzione del libro L'agenda rossa di Paolo Borsellino Marco Travaglio scrive:
« Oggi, quindici anni dopo, non è cambiato nulla. L’impressione è che, ai piani alti del potere, quelle verità indicibili le conoscano in tanti, ma siano d’accordo nel tenerle coperte da una spessa coltre di omissis. Per sempre. L’agenda rossa è la scatola nera della Seconda Repubblica. Grazie a questo libro cominciamo a capire qualcosa anche noi »
(Marco Travaglio[14])
Salvatore Borsellino, fratello di Paolo Borsellino, parla esplicitamente di "strage di Stato":
« Perché quello che è stato fatto è proprio cercare di fare passare l’assassinio di Paolo e di quei ragazzi che sono morti in via D’Amelio come una strage di mafia. [...] Hanno messo in galera un po’ di persone - tra l’altro condannate per altri motivi e per altre stragi - e in questa maniera ritengono di avere messo una pietra tombale sull’argomento. Devo dire che purtroppo una buona parte dell’opinione pubblica, cioè quella parte che assume le proprie informazioni semplicemente dai canali di massa - televisione e giornali - è caduta in questa chiamiamola “trappola” [...] Quello che noi invece cerchiamo in tutti i modi di far capire alla gente [...] è che questa è una strage di stato, nient’altro che una strage di stato. E vogliamo far capire anche che esiste un disegno ben preciso che non fa andare avanti certe indagini, non fa andare avanti questi processi, che mira a coprire di oblio agli occhi dell’opinione pubblica questa verità, una verità tragica perché mina i fondamenti di questa nostra repubblica. Oggi questa nostra seconda repubblica è una diretta conseguenza delle stragi del ‘92 »

18 luglio, 2009

PROMEMORIA 18 luglio 64 - Grande incendio di Roma: Il fuoco inizia a bruciare nell'area mercantile di Roma e ben presto va fuori controllo.


Grande incendio di Roma: Il fuoco inizia a bruciare nell'area mercantile di Roma e ben presto va fuori controllo. Si racconta che l'Imperatore Nerone suoni la lira e canti, mentre osserva l'incendio da distanza di sicurezza.
Il grande incendio di Roma fu un incendio che colpì la città di Roma sotto l'imperatore Nerone.
L'incendio scoppiò nella notte del 18 luglio 64 (ante diem XV Kalendas Augustas, anno DCCCXVII a.U.c. (ab Urbe condita) nella zona del Circo Massimo e infuriò per nove giorni complessivamente, propagandosi in quasi tutta la città.
Tre delle quattordici regioni (quartieri) che componevano la città (la III, Iside e Serapis, attuale colle Oppio, la IX, Circo Massimo, e la X, Palatino) furono totalmente distrutte, mentre in altre sette si registrarono danni relativamente più limitati. I morti furono migliaia e circa duecentomila i senzatetto. Numerosi edifici pubblici e monumenti andarono distrutti, insieme a circa 4.000 insulae e 132 domus.
Gli scavi condotti nelle aree maggiormente interessate dall'evento, hanno spesso incontrato strati di cenere e materiali combusti, quali evidenti le tracce dell'incendio. In particolare sono stati rinvenuti, in alcuni casi, frammenti di arredi metallici parzialmente fusi, a riprova della violenza delle fiamme.

17 luglio, 2009

Marrazzo: "Con nostro piano casa garantito diritto all'abitare"


Marrazzo: "Con nostro piano casa garantito diritto all'abitare"

"Il provvedimento sul 'Piano Casa' è stato fortemente concertato. E' una misura anticrisi che disegna il futuro territoriale, unendo il diritto all'abitare allo sviluppo economico". Così il Presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, ha commentato la proposta di legge sul 'Piano casa' approvata dalla Giunta regionale, che recepisce il contenuto dell'accordo quadro siglato nei mesi scorsi tra il governo e la Conferenza delle Regioni.
. "Quest'unione di diritti e sviluppo - ha aggiunto Marrazzo - è alla base della nostra idea politica. Un provvedimento che senza ipocrisia ideologica vara importanti iniziative in termini di bioedilizia, difesa dei centri storici e housing sociale. La nostra maggioranza - ha concluso il Presidente della Regione Lazio - rivendica la linea politica di questa legge. Adesso si va al Consiglio regionale".

Sono 23 punti i punti in cui è articolato il Piano Casa. Un provvedimento che ratifica l'accordo tra Stato e Regioni nell'ottica della ripresa economica, che si pone l'obiettivo della semplificazione amministrativa e che cerca una soluzione all'emergenza abitativa con le disposizioni in materia di Housing Sociale.

"La Regione - spiega l'Assessore alle Politiche della Casa, Mario Di Carlo - si è impegnata nella costruzione di 30mila nuovi alloggi, che saranno edificati sia da operatori pubblici che privati. Le famiglie che vi accederanno pagheranno una quota di 500-550 euro al mese per una casa dal valore di 150mila euro. Quando avranno terminato di pagare potranno decidere se restare semplici inquilini, lasciando che l'Ater acquisti la casa, o se diventare loro stessi i proprietari riscattandola. Questo sarà possibile - ha spiegato di Carlo - grazie a un voucher di 15mila euro che la Regione metterà all'inizio del contratto. Inoltre, abbiamo già raggiunto un accordo con le principali banche italiane per i finanziamenti. Dobbiamo abbattere - ha proseguito l'Assessore alla Casa - le lungaggini amministrative che portano i tempi per la costruzione di nuovi alloggi fino a 14 anni: insieme alla mancanza di aree destinate è questo che ha impedito fino ad oggi di costruire edilizia sociale. I soldi ci sono, abbiamo 500 milioni di euro a disposizione più 270 di progetti già approvati e che vanno realizzati".

I requisiti per accedere all'Housing Sociale saranno regolamentati entro 90 giorni dall'approvazione della legge. Inoltre sarà istituito un albo regionale dei gestori di alloggi sociali e un fondo di garanzia, per consentire l'accesso al mutuo alle famiglie con reddito inferiore ai 25 mila euro e senza immobili di proprietà nel Lazio. I privati parteciperanno alla costruzione degli alloggi sociali, ma la Regione si impegnerà a costruirne una parte esclusivamente con fondi pubblici. Inoltre all'Ater sarà concesso di frazionare gli appartamenti fino a 38 mq.

"Nel Piano Casa - spiega l'Assessore Mario Di Carlo - viene affrontato anche il problema degli sfratti, con la possibile costituzione di commissioni che favoriscano il passaggio da casa a casa. Verranno creati inoltre degli 'alberghi sociali', che andranno a sostituire la logica dei residence. Il Lazio vanta il maggior numero di sfratti d'Italia, ben 7600, la maggior parte dei quali legati alla morosità. Per questo, sarà irrobustito il sistema di protezione sociale, con l'istituzione di un fondo per la morosità che si andrà ad aggiungere a quello già presente di 20 milioni sugli affitti. Questa crisi nata proprio all'interno del tema casa - ha concluso Di Carlo - ha causato la necessità di un nuovo intervento pubblico. La Regione Lazio ha declinato territorialmente al meglio l'accordo fatto col Governo nazionale, unendo la volontà di dare uno shock all'economia e l'attenzione ai temi sociali".

PROMEMORIA 27 luglio 1944 Seconda guerra mondiale: a Firenze viene perpetrato l'eccidio di Piazza Tasso


Seconda guerra mondiale: a Firenze viene perpetrato l'eccidio di Piazza Tasso.
L'Eccidio di Piazza Tasso a Firenze avvenne nel pomeriggio del 17 luglio 1944 per opera delle milizie repubblichine guidate da Giuseppe Bernasconi, braccio destro del famigerato comandante delle SS Italiane Mario Carità.
In quel pomeriggio d'estate, molti abitanti del quartiere fiorentino di San Frediano erano in piazza. Si trattava in gran parte di donne, anziani e bambini dato che i giovani e gli uomini validi erano quasi tutti nascosti per evitare i rastrellamenti.
Ad un certo punto si presentò un camion con a bordo alcuni militi repubblichini e, fermatosi all'angolo tra Via Giovanni Villani e Viale Francesco Petrarca, gli occupanti aprirono improvvisamente il fuoco sulla gente in piazza.
L'ipotesi più probabile per spiegare l'efferato atto (i repubblichini non erano stati molestati o fatti segno di atti ostili) fu quella di una sanguinosa ritorsione contro un quartiere, San Frediano, di solide tradizioni antifasciste e sostenitore della Resistenza.
Sotto il fuoco degli uomini di Bernasconi rimasero cinque vittime: Ivo Poli (di soli otto anni), Aldo Arditi, Igino Bercigli, Corrado Frittelli e Umberto Peri; si contarono inoltre numerosi feriti più o meno gravi. Altri abitanti del quartiere furono catturati e di loro si persero le tracce. Solo molti anni dopo, nel 1952, furono ritrovati i loro corpi sul greto del fiume Arno, nei pressi del Parco delle Cascine: erano stati fucilati.
La strage è ricordata dal monumento visibile nelle due fotografie in alto e da una targa posta all'angolo tra la piazza ed il viale Francesco Petrarca.

16 luglio, 2009

Inaugurata l’enoteca “Provincia Romana”


Inaugurata l’enoteca “Provincia Romana”

Il presidente Nicola Zingaretti ha presentato oggi "Provincia Romana" l'enoteca della Provincia di Roma in collaborazione con l'Arsial e l'enoteca regionale Palatium.

All’evento sono intervenuti l’assessore alle Politiche dell’Agricoltura, Aurelio Lo Fazio e il commissario straordinario Arsial Massimo Pallottini.

L’enoteca si trova nel cuore della Capitale, a pochi passi da Piazza Venezia, in Largo Foro Traiano 84. La struttura aprirà ufficialmente le porte al pubblico a settembre

"Questa iniziativa – ha affermato il presidente Zingaretti – testimonia l'impegno della Provincia di Roma per il rilancio dei prodotti tipici del nostro territorio, partendo dalla consapevolezza del fatto che ci sono imprese straordinarie che sono in grande sintonia con la nostra idea di sviluppo, che deve essere legato non alla distruzione ma alla valorizzazione dei centri storici e dell'enogastronomia. Per questo abbiamo pensato di far loro un regalo donando una vetrina in uno dei luoghi più belli del mondo per valorizzare e presentare i propri prodotti".

"Questa enoteca – ha aggiunto Zingaretti – sarà aperta al pubblico tutti i giorni e oltre ad offrire la possibilità di comprare e
degustare prodotti tipici vi verranno organizzati incontri per promuovere i prodotti tradizionali del nostro territorio. Per
questa seconda funzione ci sarà un direttore artistico, Sergio Ferrini che avrà il compito di organizzare questi eventi”.

“Abbiamo già avuto una prima adesione – ha detto ancora il presidente Zingaretti – quella del Comune di Velletri che già 10 giorni fa ci ha chiesto questo spazio per promuovere la Festa dell'uva in programma l'anno prossimo".

"I contadini produttori - ha detto l’assessore Lo Fazio - saranno i protagonisti di questo spazio, che rappresenta un po' uno
scrigno dove custodire i nostri gioielli, i prodotti tipici".

"Questa struttura - ha spiegato Pallottini - è frutto di una collaborazione tra Provincia e Regione. Tutti i turisti che
vengono a Roma passano almeno una volta qui davanti: una cosa come questa vale più di mille campagna pubblicitarie".

Emergenza caldo: 46mila anziani a rischio nel Lazio


Emergenza caldo: 46mila anziani a rischio nel Lazio

Sono oltre 46 mila gli anziani nel Lazio a rischio di malori per gli effetti delle alte temperature durante l'estate. A metterlo in evidenza è uno studio per la campagna di monitoraggio effettuata dal Dipartimento epidemiologico della Asl Rm E e dai medici di famiglia.
Per offrire maggiori servizi di assistenza la Regione Lazio ha messo a disposizione la somma di 2 milioni di euro per l'estate 2009.
Solo nel Comune di Roma il rischio per gli effetti delle alte temperature coinvolgerà 28.848, il 4,7% della popolazione ultrasessantacinquenne, e 17.826 persone nel resto del Lazio, il 3,1% della popolazione ultrasessantacinquenne residente nei grandi comuni della Regione.

Su questi pazienti suscettibili è attivato un programma di sorveglianza attiva da parte dei medici di medicina generale (MMG) come previsto dal "Piano operativo regionale di intervento per la prevenzione degli effetti sulla salute delle ondate di calore" (Legge Regionale N.9, 2005, art.48). Il programma regionale di sorveglianza è attivo dal 1° Giugno al 15 Settembre 2009.
Per ogni MMG è disponibile sul sito www.poslazio.it la lista di tutti gli assistiti di età uguale o maggiore a 65 anni a cui il Dipartimento di Epidemiologia ASL RM E ha associato un livello di suscettibilità agli effetti delle ondate di calore.
L'indicazione per i MMG è di includere nel programma di sorveglianza i pazienti a rischio elevato ed, eventualmente, persone con livello di suscettibilità inferiore che, secondo la valutazione del medico e in accordo con i criteri specificati nelle linee guida regionali, presentano condizioni che li espongono ad un maggior rischio per gli effetti delle ondate di calore. Nel periodo in cui programma è operativo, il MMG effettua telefonate periodiche per un aggiornamento sulle condizioni del paziente. Il medico effettua gli accessi domiciliari sulla base delle condizioni di salute del paziente e delle condizioni meteorologiche ad elevato rischio per la salute; in particolare, gli accessi domiciliari devono essere programmati in corrispondenza dei giorni in cui sono previste condizioni climatiche di livello 3 (bollettino HHWWS).

"Abbiamo in campo un sistema avanzato perché la Regione Lazio è stata la prima in Italia a sviluppare le metodologie per l'identificazione delle persone suscettibili agli effetti delle ondate di calore e ad applicarle per la città di Roma", spiega il vice presidente della Regione Lazio Esterino Montino.
"Il modello basato sull'anagrafe delle persone a rischio è stato testato per la prima volta nel 2001, mentre è entrato a pieno regime ormai da circa 4 anni. I dati dimostrano che funziona bene: a Roma e nel Lazio nel 2007 e nel 2008 il sistema ha prodotto infatti un forte effetto di riduzione dei danni da ondate di calore, e dal monitoraggio effettuato è stato possibile evidenziare che gli anziani sorvegliati non hanno avuto alcun effetto negativo dalle ondate di calore. Quest'anno l'adesione dei medici di famiglia è aumentata del 30-50%. I dati aggiornati ad oggi dicono che nel 2008 erano 315 i medici che avevano aderito al Piano all'interno del Comune di Roma mentre già adesso nel 2009 sono 448. E nelle altre province del Lazio siamo passati da 197 a 286".

Il sistema si avvale di una apposita rete informatizzata, vede l'adesione di oltre 700 medici di famiglia, il coinvolgimento di tutte le Asl, della Protezione civile, dei Comuni e delle associazioni di volontariato.
"La sperimentazione avviata nel Lazio dal 2001 - spiega Carlo Perucci direttore del Dipartimento epidemiologico della Asl Roma E - ha contribuito all'attivazione dal 2004 del progetto"Sistema nazionale di sorveglianza, previsione ed allarme per la prevenzione degli effetti delle ondate di calore sulla salute della popolazione" che è coordinato dal nostro Dipartimento quale Centro di Competenza Nazionale, CCN. Nell'ambito di tale progetto sono stati definiti sistemi città-specifici che, utilizzando le previsioni meteorologiche per ogni città, sono in grado di prevedere fino a 72 ore di anticipo il verificarsi di condizioni ambientali a rischio per la salute e l'impatto sulla mortalità ad esse associato. Per il comune di Roma e per gli altri grandi comuni del Lazio sono stati messi a punto protocolli per la definizione dell'anagrafe degli anziani a maggior rischio per gli effetti del caldo (anagrafe dei suscettibili), a partire dai sistemi informativi correnti sulla base delle evidenze epidemiologiche che hanno identificato i fattori di rischio associati ad una maggiore mortalità durante le ondate di calore". Le liste dei suscettibili sono predisposte ogni anno dal Dipartimento di Epidemiologia ASL RM/E, individuato come struttura regionale di riferimento per l'epidemiologia (DGR n.290 del 16/05/2006) e vengono pubblicate sul sito web delle Regione nell'area riservata ai MMG dedicata alla gestione del programma di prevenzione (www.poslazio.it).

PROMEMORIA 16 luglio 1942 - Olocausto la polizia francese rastrella dai 13.000 ai 20.000 ebrei


Olocausto: Su ordine del governo della Francia di Vichy, guidato da Pierre Laval, agenti della polizia francese rastrellano dai 13.000 ai 20.000 ebrei e li imprigionano nel Velodromo d'inverno.

14 luglio, 2009

Domani Sciopero dei blog


Sciopero dei blog
Contro il decreto Alfano sulle intercettazioni

Il 14 luglio è la giornata di silenzio dei blogger. Una protesta per manifestare contro il decreto Alfano sulle intercettazioni che se approvato introdurrebbe, con il cosiddetto ‘obbligo di rettifica’ per i siti, sanzioni pesantissime per gli utenti, impedendo di fatto alla rete di essere un fondamentale strumento di diffusione e di condivisione libera dell’informazione e del sapere. Il PD è con i blogger in sciopero, per dire no ai bavagli e alle censure e sì alla libertà della rete e di un grande bene come la comunicazione. Il social network del partito, www.pdnetwork.it, aderisce alla manifestazione.

Provincia e sindacati siglano accordo anti-crisi


Provincia e sindacati siglano accordo anti-crisi

Siglato venerdì 10 luglio il Protocollo d' intesa tra la Provincia di Roma e le organizzazioni sindacali confederali, con le misure anticrisi e gli interventi che l' Amministrazione provinciale metterà in campo a sostegno degli investimenti, del reddito delle famiglie e dello sviluppo economico.

L’accordo firmato con Cgil, Cisl e Uil dal Presidente della Provincia Nicola Zingaretti muove, soltanto per il 2009, 360 milioni di euro. In totale, nel triennio, il protocollo mette a disposizione 900 milioni di euro per investimenti, interventi a sostegno del welfare e, per Comuni e Municipi di Roma, risorse per la raccolta differenziata dei rifiuti.

A firmare il presidente Nicola Zingaretti ed i segretari di Cgil Roma e Lazio, Claudio Di Berardino, Cisl Roma, Danilo Reali e per la Uil Roma Pierpaolo Bombardieri.

Attraverso l' intesa la Giunta Zingaretti si impegna '' a confermare gli investimenti programmati in conto capitale per il 2009 (150 milioni di euro) e le risorse finanziarie per il programma Ato2 (318 milioni di euro); proseguire l'adeguamento strutturale degli edifici scolastici di competenza provinciale (105 interventi in corso o in via di ultimazione per circa 54 mln di euro) e stanziare per il 2009 ulteriori oltre 59 milioni euro e '' presentare entro la fine di settembre un programma di calendarizzazione di apertura degli appalti e della cantierizzazione degli interventi previsti dal Piano degli investimenti''.

Per quanto concerne lavoro e formazione la Provincia premierà con 5mila euro le aziende che stabilizzeranno i lavoratori precari dopo il tirocinio e finanzierà i Piani di Azione Individuale nei Centri professionali per l' impiego (Cpi) attraverso un reddito di formazione di 500 euro mensili.

Per le aziende che assumeranno il lavoratore al termine del percorso con contratto a tempo indeterminato sono previsti premi da 5.000 euro.

Inoltre l’Amministrazione provinciale in ogni suo capitolato di gara farà inserire la destinazione di '' risorse economiche congrue'' per la sicurezza e la tutela della salute degli operatori impegnati nella realizzazione di quei servizi.

Per sostenere lo sviluppo economico del territorio l' impegno è di '' concedere un finanziamento diretto alle imprese della Provincia, con meno di 10 addetti, attraverso un contributo a copertura delle spese di pratica e istruttoria sostenute per accedere a un fido bancario contro garanzia prestata da Confidi; intervenire a parziale o totale copertura della spesa in conto interessi sui mutui agevolati concessi alle imprese colpite dalle alluvioni del dicembre 2008 per il riavvio dell' attività, su garanzia di Banca Impresa Lazio e in convenzione tra gli istituti di credito, la Regione Lazio e il Comune di Roma e ''accelerare l' attuazione della programmazione territoriale dello sviluppo esistente (Litorale Nord - Sabina romana Valle del Tevere - Colline Romane).

"Siamo un piccolo ente – ha affermato il presidente Nicola Zingaretti - ma dentro scenari globali le aree metropolitane possono essere competitive. Possono essere possibili motori anticiclici. Con questa firma la nostra scommessa è integrare ed intaccare quei nodi che creano l' immobilismo".

Zingaretti poi ha sottolineato il ruolo del "monitoraggio e delle strategie condivise" con i sindacati.

"Il governo Berlusconi – ha aggiunto il presidente della Provincia di Roma – sta sbagliando perché da una parte dice che di voler reagire alla crisi e dall' altra tiene bloccati per i Comuni e le Province italiane moltissimi milioni di euro, vincolati dal Patto di stabilità".

"Quello che noi abbiamo sempre chiesto – ha sottolineato il presidente Zingaretti – è che almeno sulla sicurezza scolastica e stradale ci si dia la possibilità di violare questo Patto. Questo vorrebbe dire immettere sul mercato liquidità ed in un anno potremmo produrre investimenti importanti".

Secondo l’assessore provinciale al Bilancio, Antonio Rosati, presente alla firma del protocollo: "Se non si allentano i vincoli del Patto di stabilità non potremo pagare le imprese e mettere in campo gli investimenti. Anche un accordo con i sindacati come quello di oggi sarebbe un libro dei sogni".

Tra le novità del protocollo, sottolineate dall’assessore Rosati, la possibilità “di verificare insieme che le scelte e gli impegni contenuti vengano realizzati''.

PROMEMORIA 14 luglio 1789 Da questa data si fa cominciare la rivoluzione francese.


La popolazione di Parigi insorge e viene assaltata la prigione della Bastiglia, simbolo del potere assolutista del re. Da questa data si fa cominciare la rivoluzione francese.
La rivoluzione francese è un insieme di eventi e di cambiamenti intercorsi tra il 1789 e il 1799 che segna il limite tra l'età moderna e l'età contemporanea nella storiografia francese. Le principali e più immediate conseguenze della rivoluzione francese (che costituì un momento di epocale cambiamento nella storia del mondo) furono l'abolizione della monarchia assoluta e la proclamazione della repubblica, con l'eliminazione delle basi economiche e sociali dell'Ancien régime. La rivoluzione francese e quella americana ispirarono le rivoluzioni a connotazione borghese liberali e democratiche che seguirono nel XIX secolo.
Sebbene l'organizzazione politica della Francia abbia oscillato tra repubblica, impero e monarchia durante i 75 anni seguenti la Prima repubblica, la rivoluzione segnò la fine dell'assolutismo e diede inizio ad un nuovo sistema politico in cui la borghesia e, in alcune occasioni anche le masse popolari, si convertirono nella forza politica dominante del paese.
L'Assemblea Costituente e la Presa della Bastiglia (14 luglio 1789) [modifica]
L'Assemblea Nazionale si collegò immediatamente ai proprietari del capitale (la fonte del credito necessario per finanziare il debito pubblico) e alla gente comune. Essi consolidarono il debito pubblico e dichiararono che tutte le tasse esistenti erano state precedentemente imposte illegalmente, ma votarono le stesse provvisoriamente, solo fintanto che l'Assemblea continuava a riunirsi. Questo ridiede fiducia al capitale e gli diede un forte interesse nel tenere l'assemblea in sessione. Per quanto riguarda la gente comune, un comitato di sussistenza venne stabilito per affrontare la carenza di cibo.
Il precedente piano di conciliazione di Necker - uno schema complesso di concessioni ai comuni su alcuni punti e di forte resistenza su altri - era stato superato dagli eventi. Non più interessato ai consigli di Necker, Luigi XVI, sotto l'influenza dei cortigiani del suo consiglio privato, decise di rivolgersi all'Assemblea, annullare il suo decreto, comandare la separazione degli ordini, e dettare che le riforme fossero effettuate dagli Stati Generali restaurati.

Se Luigi avesse marciato nella Salle des États, dove l'Assemblea Nazionale si incontrava, probabilmente il suo piano sarebbe potuto riuscire, ma se ne restò a Marly e il 20 giugno ordinò la chiusura della sala, aspettandosi di impedire in questo modo all'Assemblea di riunirsi per diversi giorni, mentre lui si preparava. L'Assemblea spostò semplicemente le proprie deliberazioni nel campo da pallacorda del Re, dove procedette al Giuramento della Sala della Pallacorda (20 giugno 1789), con il quale si accordò per non sciogliersi finché alla Francia non fosse stata data una costituzione scritta.
Due giorni dopo, privata anche dell'uso della Sala della Pallacorda, l'Assemblea Nazionale si riunì nella chiesa di Saint-Louis, dove venne raggiunta dalla maggioranza dei rappresentanti del clero: gli sforzi per ripristinare il vecchio ordine erano serviti solo per accelerare gli eventi. Quando, il 23 giugno 1789, in accordo con il suo piano, il re si rivolse finalmente ai rappresentanti dei tre Stati, si trovò di fronte a un silenzio di pietra. Il re dichiarò che si conservasse la distinzione degli ordini, che venisse annullata la costituzione dei Communes in Assemblea Nazionale, aggiunse che se l'assemblea l'avesse abbandonato, egli avrebbe fatto il bene del popolo senza di essa e concluse ordinando a tutti di disperdersi, ma venne obbedito solo dai nobili e dal clero, mentre i deputati del Terzo stato rimasero seduti.[2]
Necker, unico ministro che non assistette a quella seduta, si trovò in disgrazia con Luigi XVI ma nuovamente nelle grazie dell'Assemblea Nazionale.
Quelli del clero, che si erano uniti all'Assemblea nella chiesa di Saint-Louis, rimasero; 47 membri della nobiltà, incluso il Duca d'Orléans, si unirono a loro.
Il Re scrisse ai presidenti della nobiltà e del clero, per invitarli a riunirsi all'assemblea degli stati generali, al fine di occuparsi delle sue dichiarazioni del 23 giugno. Il clero obbedì senza riserve, ma la nobiltà si indignò di una proposta che le faceva perdere tutti i frutti della sua resistenza, quando il suo presidente lesse una lettera del conte di Artois che faceva intendere che occorreva riunirsi perché la vita del re era in pericolo.
Così il 27 giugno gli ordini si riunirono nella sala comune ed il partito reale aveva ceduto apertamente, anche se la probabilità di un contraccolpo militare rimase nell'aria. Infatti, i militari francesi incominciarono ad accorrere in grande numero attorno a Parigi e Versailles.
Giunsero molti messaggi di supporto all'Assemblea, da Parigi e da altre città della Francia. Il 9 luglio 1789 l'Assemblea si ricostituì come Assemblea Nazionale Costituente, rivolgendosi al re in termini educati ma fermi, richiedendo la rimozione delle truppe (che ora includevano reggimenti stranieri, più obbedienti al re rispetto alle truppe francesi), ma Luigi dichiarò che lui solo poteva giudicare il bisogno delle truppe, e li rassicurò che queste erano una misura strettamente precauzionale. Luigi "offrì" di spostare l'Assemblea a Noyon o Soissons, cioè di porla in mezzo a due eserciti e privarla del supporto dei parigini.
In questi giorni alcuni deputati furono intimoriti dalla piega che stavano prendendo gli avvenimenti e si dimisero. L'Assemblea allora dichiarò che essa aveva ricevuto il suo mandato non dai singoli elettori che avevano eletto ciascun deputato, ma collettivamente dall'intera Nazione. Così si mise in pratica il principio della sovranità nazionale, difeso da Diderot.
Parigi fu unanime nel supportare l'Assemblea, vicina all'insurrezione e, nelle parole di Mignet, «intossicata di libertà ed entusiasmo». La stampa pubblicò i dibattiti dell'Assemblea; la discussione politica si estese oltre ad essa e arrivò nelle piazze e nei salotti della capitale. Il Palais Royal e l'area circostante divennero il luogo di continui incontri. La folla, con l'autorità degli incontri al Palais Royal, aprì le prigioni dell'Abbazia per rilasciare alcuni granatieri delle Guardie francesi che erano stati imprigionati per essersi rifiutati di aprire il fuoco sulla gente. L'Assemblea li raccomandò alla clemenza del Re, questi tornarono in prigione e ricevettero il perdono. Il loro reggimento ora era favorevole alla causa popolare.

Il 12 luglio il Re destituì Necker e gli ordinò di lasciare la Francia entro 48 ore. L'indomani fu convocato il consiglio del Re. Quel giorno l'Assemblea non doveva riunirsi ed il popolo di Parigi fu spaventato da quegli eventi e fece una grande manifestazione popolare portando i busti di Necker e del duca d'Orleans. Dei soldati tedeschi ricevettero l'ordine di caricare sulla folla e distrussero le statue che trasportavano. Ci furono molti feriti ed il popolo di Parigi si sollevò. L'indomani i cittadini si organizzarono e 60.000 uomini furono armati, arruolati e distribuiti in compagnie.
Intanto l'Assemblea nazionale avvertì il re del pericolo che correva la Francia se le truppe non fossero state allontanate dalla capitale. Il re rispose che non avrebbe cambiato le sue disposizioni.
Il rifiuto del Re portò la disperazione a Parigi, e girarono delle voci che dicevano che non ci sarebbero stati né pace né libertà finché fosse esistita la Bastiglia. Così il 14 luglio 1789 i Parigini, in un'atmosfera rivoluzionaria, presero l'arsenale dell'Hôtel des Invalides, dove trovarono delle armi e dei cannoni, ma non la polvere da sparo, poi si ammassarono presso la prigione reale della Bastiglia per cercare la polvere. Il governatore della prigione Bernard de Launay voleva resistere, ma alla domanda dei mediatori venuti dall'Hôtel de Ville dove sedeva un comitato permanente, organo dell'insurrezione borghese, lasciò che la folla penetrasse nella prima corte. Poi si ravvide e fece uccidere questa folla: ci furono un centinaio di morti. Successivamente dei soldati ammutinati portarono dei cannoni ed il governatore cedette e abbassò il ponte levatoio. Poi, trovato dalla folla, fu ucciso.

13 luglio, 2009

Dalla Regione oltre 15 milioni per 1.300 tirocini


Dalla Regione oltre 15 milioni per 1.300 tirocini

La Regione Lazio attiverà 1.300 tirocini, della durata di almeno 4 mesi, finalizzati all'inserimento lavorativo di persone socialmente svantaggiate (in base alla normativa comunitaria) e a rischio di marginalità sociale: giovani, disoccupati da oltre 24 mesi, over 45, immigrati, disabili ed ex detenuti.
L'intervento messo in campo rientra nel quadro di un accordo sottoscritto dalla Regione Lazio con Italia Lavoro. L'intesa prevede lo stanziamento di 15 milioni e 700mila euro da parte della Regione Lazio, per realizzare politiche di sostegno all'occupazione.

"Le risorse utilizzate - ha detto l'assessore regionale al Lavoro, pari opportunità e politiche giovanili, Alessandra Tibaldi - provengono dal Fondo sociale europeo e sono una quota parte dei 220 milioni destinati all'accordo anticrisi tra Stato e Regioni siglato lo scorso 12 febbraio".

Tre le tipologie di tirocinio previste nei percorsi formativi che verranno aperti: quelli da
svolgere in aziende che operano nel territorio regionale; quelli che prevedono una mobilità interregionale; e quelli in aziende situate in Paesi della Ue.
Per i tirocinanti che lavoreranno nel Lazio è prevista una borsa mensile di 500 euro, ammonta a 1.200 euro invece il compenso per chi andrà a lavorare in altre regioni.
L'investimento della Regione punta a promuovere la stabilizzazione di almeno il 70% dei tirocinanti
nelle aziende dove effettueranno il loro percorso formativo, che in tal caso verrebbero ricompensate con incentivi fino a 5.000 euro per ciascun neo assunto.
Le imprese interessate segnaleranno ad Italia Lavoro ed ai centri per l'impiego delle province i tirocini che intendono attivare, sono attese in particolar modo opportunità di lavoro nel settore delle energie alternative, nella grande distribuzione e nel ciclo dei rifiuti.
"Le imprese ci potranno chiedere una serie di skills professionali importanti - ha spiegato l'assessore Alessandra Tibaldi, presentando l'iniziativa - come ad esempio tecnici nel settore delle energie
rinnovabili, nel ciclo dei rifiuti. E' un programma ambizioso, che mette insieme la rete di Italia Lavoro con i suoi contatti con le imprese e la rete dei servizi per l' impiego, proveremo a costruire opportunità di lavoro durature per molti giovani".

12 luglio, 2009

PROMEMORIA 12 luglio 1921 - Si conclude a Mosca il terzo congresso dell'Internazionale Comunista


Si conclude a Mosca il terzo congresso dell'Internazionale Comunista.
Comintern (o Komintern, dalle parole tedesche Kommunistische Internationale, il tedesco era la lingua ufficiale della III Internazionale) è il termine con cui si indica la Terza Internazionale o Internazionale comunista (1919-1943), ovvero l'organizzazione internazionale dei partiti comunisti.
Fu fondata per iniziativa dei bolscevichi russi dopo il fallimento della Seconda Internazionale, causato dal voto dei socialdemocratici tedeschi e francesi ai crediti richiesti dai loro governi per affrontare la prima guerra mondiale. Il Comintern nasce a Mosca nel marzo 1919, con lo scopo di sostenere il governo sovietico, favorire la formazione di partiti comunisti in tutto il mondo e diffondere la rivoluzione a livello internazionale.
Con il secondo congresso del luglio-agosto 1920, a cui presero parte delegazioni provenienti da 37 nazioni, si tracciarono le basi e il programma del Comintern, che ruotava attorno al nucleo della "rivoluzione mondiale".
Il Comintern fu fin dall'inizio egemonizzato dal Partito Comunista Russo, come dimostra il fatto che la direzione dell'Internazionale fu affidata a un comitato esecutivo permanente, con sede a Mosca. Fu quindi caratterizzato dal rifiuto del parlamentarismo e del riformismo socialdemocratico .
Dopo che in Europa erano nati i partiti comunisti, tramite scissione da quelli socialisti, nel 1926 iniziò la stalinizzazione del Comintern, grazie all'imposizione della teoria del "socialismo in un solo paese".
A causa dei conflitti interni al gruppo dirigente del PCUS, e al subordinamento delle esigenze dei diversi partiti comunisti nazionali alle esigenze dell'Unione Sovietica, l'azione del Comintern si indebolì.
Per lanciare un segnale di moderazione agli alleati occidentali impegnati a fianco della URSS nella seconda guerra mondiale, il 15 maggio 1943 l'Esecutivo dell'Internazionale comunista propone lo scioglimento dell'Internazionale che diventerà effettivo il 10 giugno 1943.
Nel 1947 l'Urss ricostituirà una sorta di Comintern come Cominform, ma anche quest'ultimo sarà sciolto nel 1956.

11 luglio, 2009

PROMEMORIA 11 luglio 1979 Giorgio Ambrosoli viene assassinato


Milano: Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, dopo aver testimoniato davanti a giudici statunitensi sui traffici di Michele Sindona, viene assassinato mentre rientra a casa.
Giorgio Ambrosoli (Milano, 17 ottobre 1933 – Milano, 11 luglio 1979) è stato un avvocato italiano, esperto in liquidazioni coatte amministrative. Fu assassinato l'11 luglio 1979 da un sicario ingaggiato dal banchiere siciliano Michele Sindona, sulle cui attività aveva ricevuto incarico di indagare.

Antefatto
Nel 1971 si addensarono sospetti sulle attività del banchiere siciliano Michele Sindona.
La Banca d'Italia per mano del Banco di Roma investigò sulle attività di Sindona nel tentativo di non fare fallire gli Istituti di credito da questi fondati (Banca Unione e Banca Privata Finanziaria). I motivi delle scelte dell'allora Governatore Carli erano chiaramente tese a non provocare il panico nei correntisti. Così fu accordato un prestito al Sindona, voluto anche in virtù della benvolenza dell'Amministratore Delegato Dott. Mario Barone. Quest'ultimo fu cooptato come terzo amministratore, addirittuta modificando lo statuto della Banca stessa che ne prevedeva due (nel caso specifico, i Sig. ri Ventriglia e Guidi). Fu accordato tale prestito con tutte le modalità e transazioni necessarie e fu incaricato il Direttore Centrale del Banco di Roma, Sig. Giovanbattista Fignon, di occuparsi della cosiddetta vicenda. Le Banche di Sindona furono fuse e prese vita la Banca Privata Italiana di cui il Fignon divenne Vice Presidente e Amministratore Delegato. Al contrario di tutte le aspettative, Fignon andò a Milano a rivestire detta carica e capì immediatamente la gravità della situazione. Stese numerose relazioni, capì le operazioni gravose messe in piedi da Sindona e dai suoi collaboratori tanto che ne ordinò l'immediata sospensione. Ma a Roma i poteri forti forse non gradirono una così massiccia operazione di pulizia, sebbene nei pochi mesi di tale gestione emersero innumerevoli aspetti che potevano indurre ad un salvataggio. Fignon fece egregio lavoro ma non poté bastare e nel settembre del 1974 consegnò a Giorgio Ambrosoli la relazione sullo stato della Banca. Fignon continuò nel suo operato tanto da essere citato anche nelle agende dell' Avvocato Ambrosoli che nulla poteva immaginare di ciò che sarebbe seguito.
Ciò che emerse dalle investigazioni indusse, nel 1974, a ordinare un commissario liquidatore. Per il compito fu scelto Giorgio Ambrosoli.

L'incarico
In questo ruolo, Ambrosoli assunse la direzione della banca e si trovò ad esaminare tutta la trama delle articolatissime operazioni che il finanziere siciliano aveva intessuto, principiando dalla società "Fasco", l'interfaccia fra le attività palesi e quelle occulte del gruppo.
Nel corso dell'analisi svolta dall'avvocato emersero le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nelle scritturazioni contabili.
Contemporaneamente a questa opera di controllo Ambrosoli cominciò ad essere oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Queste miravano sostanzialmente a ottenere che avallasse documenti comprovanti la buonafede di Sindona.
Se si fosse ottenuto ciò lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d'Italia, avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti dell'istituto di credito. Sindona, inoltre, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile.
Ambrosoli non cedette, sapendo di correre notevoli rischi. Nel 1975 indirizzò una lettera alla moglie in cui scrisse:
« È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di far qualcosa per il Paese. »
Ai tentativi di corruzione fecero presto seguito minacce esplicite.
Malgrado ciò, Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e di riconoscere la responsabilità penale del banchiere.
Nel corso dell'indagine emerse, inoltre, la responsabilità di Sindona anche nei confronti di un'altra banca, la statunitense Franklin National Bank, le cui condizioni economiche erano ancora più precarie. L'indagine, dunque, vide coinvolta non solo la magistratura italiana, ma anche l'FBI.
In un clima di tensione e di pressioni anche politiche molto forti, Ambrosoli concluse la sua inchiesta. Avrebbe infine dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale il 12 luglio 1979.

L'omicidio
La sera dell'11 luglio 1979, rincasando dopo una serata trascorsa con amici, fu avvicinato sotto il suo portone da uno sconosciuto.
Questi si scusò e gli esplose contro tre colpi di 357 Magnum. Ad ucciderlo fu William J. Aricò, un sicario fatto appositamente venire dall'America e pagato con 25 000 dollari in contanti ed un bonifico di altri 90 000 dollari su un conto bancario svizzero.
Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali, ad eccezione della sola Banca d'Italia.
Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e Roberto Venetucci (un trafficante d'armi che aveva messo in contatto Sindona col killer) furono condannati all'ergastolo per l'uccisione dell'avvocato Ambrosoli.

10 luglio, 2009

Grazie a Regione 35 euro per istallare decoder anziché 45


Grazie a Regione 35 euro per istallare decoder anziché 45

Prezzo calmierato per l'istallazione del decoder del digitale terrestre per i cittadini del Lazio che pagheranno 35 euro, anziché 45 come nel resto d'Italia. A stabilirlo un protocollo d'intesa siglato tra la Regione Lazio e le associazioni di categoria degli artigiani installatori, approvato dalla giunta regionale del Lazio. La cifra salirà a 50 euro qualora l'installazione riguardi più apparati, mentre la 'chiamata' e' calcolata in 25 euro, invece dei 40 euro previsti attualmente, e non e' conteggiata se viene eseguito il lavoro.
"Nel percorso che la Regione ha intrapreso per accompagnare i cittadini del Lazio verso il passaggio al digitale terrestre - ha detto l'assessore alla Tutela dei consumatori, Vincenzo Maruccio - è stato siglato un accordo con le associazioni sindacali degli installatori. Un accordo con cui gli interventi degli installatori sono fatti con un prezzo calmierato di 35 euro per ogni intervento mentre quello nazionale e' sui 45 euro per ogni intervento".

PROMEMORIA 10 luglio 1997 DNA di uno scheletro di Uomo di Neandertal


Londra, scienziati divulgano i risultati delle loro analisi del DNA di uno scheletro di Uomo di Neandertal, che supportano la teorie dell'evoluzione umana fuori dall'Africa, collocando l'Eva africana da 100.000 a 200.000 anni fa.
Il periodo detto paleolitico medio, compreso tra i - 200 000 anni e i - 40 000 anni anni fa, vide l’ascesa e l'inizio del declino dell'Homo neanderthalensis (Uomo di Neandertal o, nei testi meno recenti Uomo di Neanderthal). Convissuto nell'ultimo periodo della sua esistenza con Homo sapiens, la sua scomparsa, in un tempo relativamente breve, è un enigma scientifico oggi attivamente studiato.
Documentata fra - 130 000 anni (per le forme arcaiche) e - 25 /- 30 000 anni anni fa in Europa, Africa e Asia, questa specie si è presumibilmente evoluta dall'Homo heidelbergensis.
I resti che diedero il nome alla specie furono scoperti da Johann Fuhlrott nel 1856 in una grotta di Feldhofer nella valle di Neander in Germania, che prende il nome dalla traduzione in greco antico del cognome dell'organista e pastore Joachim Neumann, a cui i suoi concittadini di Düsserdolf intitolarono la piccola valle.

09 luglio, 2009

Mafia, Marrazzo: "Restituiamo ai cittadini ciò che è loro"


Mafia, Marrazzo: "Restituiamo ai cittadini ciò che è loro"

''Le mafie si appropriano della libertà dei cittadini e dei tanti beni che alla collettività appartengono. Quella collettività ha il diritto di riprendersi il maltolto''. E' quanto ha dichiarato il Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo a proposito dei nuovi bandi regionali per la ristrutturazione, riqualificazione, promozione e uso sociale di immobili confiscati alla criminalità organizzata presentati oggi dall'assessore alla sicurezza del Lazio Daniele Fichera.
La Regione si e' impegnata a stanziare 7 milioni di euro in tre anni per restituire alla collettività beni e attività ricavati da azioni illecite.
Solo nel 2008 l'assessorato alla Sicurezza di Daniele Fichera ha stanziato 1,3 milioni di euro per recupero, riqualificazione e riutilizzo a fini sociali, di beni confiscati alla mafia. Nel triennio 2009-2011, la cifra annua messa a disposizione e' salita da 1,3 mln di euro del 2008 a 2 milioni, cui si aggiungono 300 mila euro annui, di parte corrente, destinati a iniziative per la legalità collegate alla gestione di queste strutture. Oggi e' stato anche firmato un protocollo d'intesa tra la Regione Lazio e il Commissario straordinario del governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali.

''La Regione Lazio - ha sottolineato Marrazzo - si impegna per favorire la restituzione ai cittadini di tanti beni confiscati alla criminalità organizzata nella battaglia quotidiana combattuta dalle forze dell'ordine a tutela della legalità e della sicurezza nella nostra comunità. Uno sforzo economico crescente - ha aggiunto - che, grazie all'impegno dell'assessore Fichera, ha raggiunto ormai la ragguardevole cifra di 7 milioni di euro per i prossimi 3 anni. Sconfiggere le mafie significa - ha ribadito il Presidente - combatterle ogni giorno investendo attraverso l'azione delle forze dell'ordine e della magistratura, nell'educazione alla legalità, a partire dalle nuove generazioni, e nel colpirle in ciò che hanno di più caro: il patrimonio frutto del malaffare''.
Sono 328 i beni immobili appartenenti a cosche criminali confiscati nel Lazio dalle forze dell'ordine, ai quali si aggiungono 99 imprese sorte da attivita' illecite.
Di questi immobili, 221 sono stati già trasferiti ai Comuni, 13 sono in corso di trasferimento, mentre 94 devono essere ancora destinati. E' quanto reso noto dall'assessore alla Sicurezza della Regione Lazio, Daniele Fichera, nel corso della conferenza stampa con il Commissario straordinario di governo per la gestione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali Antonio Maruccia.

PROMEMORIA 9 luglio 1955 - A Londra Albert Einstein e Bertrand Russell firmano il Manifesto Russell-Einstein sul disarmo nucleare

A Londra i due famosi scienziati Albert Einstein e Bertrand Russell firmano il Manifesto Russell-Einstein sul disarmo nucleare.
Per Manifesto di Russell-Einstein si intende la dichiarazione presentata il 9 luglio 1955 (nel pieno della Guerra fredda) a Londra in occasione di una campagna per il disarmo nucleare e che aveva avuto come promotori Bertrand Russell ed Albert Einstein (morto nell'aprile dello stesso anno). Nel documento - controfirmato da altri 11 scienziati e intellettuali di primo piano - Einstein e Russell invitavano gli scienziati di tutto il mondo a riunirsi per discutere sui rischi per l'umanità prodotti dall'esistenza delle armi nucleari.
Tra i redattori del Manifesto vi fu anche Joseph Rotblat, che fu l'unico degli scienziati coinvolti nel progetto Manhattan ad abbandonare il lavoro a causa di contrasti di natura morale. Dopo aver appreso di Hiroshima, Rotblat affermò di essere "preoccupato sull'intero futuro dell'umanità". Rotblat diresse la conferenza stampa di presentazione del Manifesto a Caxton Hall, a Londra. Fu sua la celebre frase (citata anche quando Rotblat ritirò il Nobel per la Pace nel 1995):
Ricordatevi della vostra umanità, e dimenticate il resto.
Il Manifesto invitava a tenere al più presto una conferenza internazionale, che originariamente nei progetti di Nehru doveva tenersi in India. In seguito alla Crisi di Suez, questo progetto fu abbandonato. Aristotele Onassis si offrì di finanziare un incontro a Monaco, ma la proposta fu rifiutata. Infine, Cyrus Eaton, un imprenditore canadese che conosceva Russell dal 1938, si offrì di finanziare una conferenza nella sua cittadina di Pugwash, in Nuova Scozia. La Conferenza di Pugwash per la Scienza e gli Interessi del Mondo nel 2004 ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace.

Testo
In considerazione del fatto che in ogni futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari e che tali armi mettono in pericolo la continuazione stessa dell'esistenza dell'umanità, noi rivolgiamo un pressante appello ai governi di tutto il mondo affinché si rendano conto e riconoscano pubblicamente che i loro obiettivi non possono essere perseguiti mediante una guerra mondiale e li invitiamo, di conseguenza, a cercare mezzi pacifici per la soluzione di tutte le questioni controverse fra loro. Nella tragica situazione cui l'umanità si trova di fronte noi riteniamo che gli scienziati debbano riunirsi in conferenza per accertare i pericoli determinati dallo sviluppo delle armi di distruzione di massa e per discutere con una risoluzione nello spirito del progetto annesso. Parliamo in questa occasione non come membri di questa o quella Nazione, Continente o Fede, ma come esseri umani, membri della razza umana, la continuazione dell'esistenza della quale è ora in pericolo. Il mondo è pieno di conflitti e, al di sopra di tutti i conflitti minori, c'è la lotta titanica tra il comunismo e l'anticomunismo. Quasi ognuno che abbia una coscienza politica ha preso fermamente posizione in una o più di tali questioni, ma noi vi chiediamo, se potete, di mettere in disparte tali sentimenti e di considerarvi solo come membri di una specie biologica che ha avuto una storia importante e della quale nessuno di noi li può desiderare la scomparsa. Cercheremo di non dire nemmeno una parola che possa fare appello a un gruppo piuttosto che a un altro. Tutti ugualmente sono in pericolo e se questo pericolo è compreso vi è la speranza che possa essere collettivamente scongiurato. Dobbiamo imparare a pensare in una nuova maniera: dobbiamo imparare a chiederci non quali passi possono essere compiuti per dare la vittoria militare al gruppo che preferiamo, perché non vi sono più tali passi; la domanda che dobbiamo rivolgerci è: <>. L'opinione pubblica e anche molte persone in posizione autorevole non si sono rese conto di quali sarebbero le conseguenze di una guerra con armi nucleari. L'opinione pubblica ancora pensa in termini di distruzione di città. Si sa che le nuove bombe sono più potenti delle vecchie e che mentre una bomba atomica ha potuto distruggere Hiroshima, una bomba all'idrogeno potrebbe distruggere le città più grandi come Londra, New York e Mosca. È fuori di dubbio che in una guerra con bombe all'idrogeno le grandi città sarebbero distrutte; ma questo è solo uno dei minori disastri cui si andrebbe incontro. Anche se tutta la popolazione di Londra, New York e Mosca venisse sterminata, il mondo potrebbe nel giro di alcuni secoli riprendersi dal colpo; ma noi ora sappiamo, specialmente dopo l'esperimento di Bikini, che le bombe nucleari possono gradatamente diffondere la distruzione su un'area molto più ampia di quanto non si supponesse. È stato dichiarato da fonte molto autorevole che ora è possibile costruire una bomba 2500 volte più potente di quella che distrusse Hiroshima. Una bomba all'idrogeno che esploda vicino al suolo o sott'acqua invia particelle radioattive negli strati superiori dell'aria. Queste particelle si abbassano gradatamente e raggiungono la superficie della terra sotto forma di una polvere o pioggia mortale. Nessuno sa quale grandezza di diffusione possano raggiungere queste letali particelle radioattive, ma le maggiori autorità sono unanimi nel ritenere che una guerra con bombe all'idrogeno potrebbe molto probabilmente porre fine alla razza umana. Si teme che lei, qualora venissero impiegate molte bombe all'idrogeno, vi sarebbe una morte universale, immediata solo per una minoranza mentre per la maggioranza sarebbe riservata una lenta tortura di malattie e disintegrazione. Molti ammonimenti sono stati formulati da personalità eminenti della scienza e da autorità della strategia militare. Nessuno di essi dirà che i peggiori risultati sono certi: ciò che essi dicono è che questi risultati sono possibili e che nessuno può essere sicuro che essi non si verificheranno. Non abbiamo ancora constatato che le vedute degli esperti in materia dipendano in qualsiasi modo dalle loro opinioni politiche e dai loro pregiudizi. Esse dipendono solo, per quanto hanno rivelato le nostre ricerche, dall'estensione delle conoscenze particolari del singolo. Abbiamo riscontrato che coloro che più sanno sono i più pessimisti. Questo dunque è il problema che vi presentiamo, netto, terribile ed inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l'umanità dovrà rinunciare alla guerra? È arduo affrontare questa alternativa poiché è così difficile abolire la guerra. L'abolizione della guerra chiederà spiacevoli limitazioni della sovranità nazionale, ma ciò che forse più che ogni altro elemento ostacola la comprensione della situazione è il fatto che il termine <> appare vago ed astratto, gli uomini stentano a rendersi conto che il pericolo è per loro, per i loro figli e loro nipoti e non solo per una generica e vaga umanità. È difficile far sì che gli uomini si rendano conto che sono loro individualmente ed i loro cari in pericolo imminente di una tragica fine. E così sperano che forse si possa consentire che le guerre continuino purché siano vietate le armi moderne. Questa speranza è illusoria. Per quanto possano essere raggiunti accordi in tempo di pace per non usare le bombe all'idrogeno, questi accordi non saranno più considerati vincolanti in tempo di guerra ed entrambe le parti si dedicheranno a fabbricare bombe all'idrogeno non appena scoppiata una guerra, perché se una delle parti fabbricasse le bombe e l'altra no, la parte che le ha fabbricate risulterebbe inevitabilmente vittoriosa. Sebbene un accordo per la rinuncia alle armi nucleari nel quadro di una riduzione generale degli armamenti non costituirebbe una soluzione definitiva, essa servirebbe ad alcuni importanti scopi. In primo luogo ogni accordo fra Est e Ovest è vantaggioso in quanto tende a diminuire la tensione internazionale. In secondo luogo l'abolizione delle armi termonucleari se ognuna delle parti fosse convinta della buona fede dell'altra, diminuirebbe il timore di un attacco improvviso del tipo di Pearl Harbour che attualmente tiene entrambe le parti in uno stato di apprensione nervosa. Saluteremo perciò con soddisfazione un tale accordo, anche se solo come un primo passo. La maggior parte di noi non è di sentimenti neutrali, ma come esseri umani dobbiamo ricordare che perché le questioni fra Est e Ovest siano decise in modo da dare qualche soddisfazione a qualcuno, comunista o anticomunista, asiatico, europeo o americano, bianco o nero, tali questioni non devono essere decise con la guerra. Desideriamo che ciò sia ben compreso sia in oriente che in occidente. Se vogliamo, possiamo avere davanti a noi un continuo progresso in benessere, conoscenze e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte perché non siamo capaci di dimenticare le nostre controversie? Noi rivolgiamo un appello come esseri umani ad esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto. Se sarete capaci di farlo vi è aperta la via di un nuovo Paradiso, altrimenti è davanti a voi il rischio della morte universale.