30 aprile, 2010

Percorsi nel verde: La riqualificazione del parco di Casal Monastero a Roma


Percorsi nel verde: La riqualificazione del parco di Casal Monastero a Roma

Nelle città europee il bisogno di zone verdi attrezzate e facilmente fruibili dalla popolazione è una necessità consolidata da oltre 50 anni; dalla rivoluzione industriale in poi, l’incremento dell’urbanizzazione unito a fenomeni di speculazione edilizia hanno fatto sì che il verde a volte divenisse un elemento residuale, quasi un avanzo, uno scarto lasciato da un’edificazione sviluppatasi spesso senza alcuna pianificazione. Il bisogno di migliorare la qualità urbana di zona portò nel passato alla creazione dei parchi urbani, aree verdi attrezzate racchiuse nella città, per poter permettere agli abitanti di ritrovare un giusto rapporto con la natura. I parchi urbani si sono poi sviluppati anche nei quartieri periferici o nei piccoli centri, diventando così una via di mezzo tra la campagna e il centro abitato.

Questi permettono spesso il recupero di zone agricole abbandonate o difficilmente sfruttabili, se in quartieri periferici, o di spazi verdi residuali se posizionati nei centri città. Il parco urbano o parco pubblico deve essere facilmente fruibile, dotato di percorsi interni, di attrezzature per lo sport, per lo svago o per il gioco dei più piccoli. Negli ultimi anni una nuova caratteristica è stata richiesta ai parchi cittadini: la sicurezza; luoghi verdi, con orografie complesse e non pianeggianti, scarsamente illuminati di notte e di sera da luogo di svago e relax si sono trasformati in zone pericolose. Così il parco, pur essendo un luogo necessario al quartiere e alla città, deve rivedere la sua forma e i criteri per la sua progettazione in modo che non diventi un elemento da temere o evitare. Lo studio OSA nel progettare il parco pubblico a Casal Monastero, quartiere di Roma, considera anche questa problematica.

Il progetto interviene in un’area di cinque ettari, collocata tra due grandi lotti edificati, probabilmente un verde rimasto per via del fosso che lo attraversa come una dorsale: questa, ricca di alberi autoctoni, è uno dei tre elementi caratterizzanti il progetto; gli altri sono il bordo, segnato dai piccoli alberi, che connette i diversi accessi con un percorso e i grandi spazi centrali con i caratteri del paesaggio agricolo, paesaggio che circonda il quartiere e sembra volersi insediare in esso grazie al parco. L’intervento prevede la rimodellazione del suolo, per ottenere pendenze dolci, così da garantire la fruibilità anche ai disabili: fondamentale per la modellazione è l’uguaglianza tra i volumi scavati e quelli riportati così da non dover richiedere terra dall’esterno, né doverne portare in discarica, o comunque fuori dal parco.

La rimodellazione del suolo si propone anche nuove visuali ampie, rivolte sia verso l’esterno, ma anche verso il parco in modo che non vi siano in esso zone nascoste o troppo appartate proprio per il problema della sicurezza: tutto il parco, grazie anche a piantumazione con piante arbustive alte meno di un metro, è facilmente controllabile dagli stessi fruitori; una recinzione permette poi la chiusura notturna della zona. Sul bordo del parco corre ad anello il percorso, lungo un chilometro, che ne permette la fruizione. Costruito con cemento colorato rosso, ha sezione variabile, in modo da ottenere una forma fluida dalle pendenze dolci; è fruibile dai disabili come dai pedoni e dalle biciclette, collega i vari servizi di quartiere e attrezzature sportive presenti nel parco.

Dal percorso anulare ci si può staccare e arrivare, attraversando i grandi spazi aperti, al fosso centrale: questo viene bonificato con tecniche guidate dall’ingegneria ambientale e piantumato con vegetazione dai colori mutevoli allo scorrere delle stagioni; il fosso, diviene elemento formale importante e fruibile grazie ai numerosi attraversamenti e ai nuovi argini resi pedonali. Così un parco urbano riesce a coniugare la bellezza, la ricerca di punti di vista gradevoli, la facile fruibilità da parte di tutti i cittadini con la sicurezza cercando di risolvere le nuove problematiche che la società continua a porre ai progettisti.

Testo: Francesco Paci

PROMEMORIA 30 aprile 1977 - Prima marcia delle Madri di Plaza de Mayo, che reclamavano informazioni sui figli desaparecidos, scomparsi.


Prima marcia delle Madri di Plaza de Mayo, che reclamavano informazioni sui figli desaparecidos, scomparsi.
Madri di Plaza de Mayo (in spagnolo Asociación Madres de Plaza de Mayo) è una associazione formata dalle madri dei desaparecidos, ossia i dissidenti scomparsi durante la dittatura militare in Argentina tra il 1976 e il 1983.

L'associazione è dedita all'attivismo nel campo dei diritti civili ed è composta da donne che hanno tutte lo stesso obiettivo: rivendicare la scomparsa dei loro figli e ottenerne la restituzione, attività che hanno svolto e svolgono da oltre un trentennio. I figli delle madri di Plaza de Mayo sono stati tutti arrestati e tenuti illegalmente prigionieri ("desaparecidos": letteralmente "scomparsi" in spagnolo) dagli agenti della polizia argentina in centri clandestini di detenzione durante il periodo che nella storia argentina viene annoverato come la guerra sporca, così chiamata per i metodi illegali ed estranei ad ogni diritto utilizzati dalla giunta militare, e la maggioranza di loro è stata prima torturata ed in seguito assassinata, e fatta sparire nella più assoluta segretezza.
Il loro emblema, un fazzoletto bianco annodato sulla testa, è il loro simbolo di protesta che in origine era costituito dal primo pannolino, di tela, utilizzato per i loro figli neonati. Il loro nome è originato dal nome della celebre piazza di Buenos Aires, Plaza de Mayo, dove queste donne coraggiose si riunirono per la prima volta e da allora, ogni giovedì pomeriggio, esse si ritrovano nella piazza e la percorrono in senso circolare, attorno alla piramide che si trova al centro, per circa mezz'ora.

Storia

Gli inizi
Le 14 componenti storiche dell'associazione:
Azucena Villaflor de De Vincenti
Berta Braverman
Haydée García Buelas
María Adela Gard de Antokoletz
Julia Gard
María Mercedes Gard
Le 4 sorelle Cándida Gard
Delicia Córdoba De Mopardo
Pepa Noia
Mirta Baravalle
Kety Neuhaus
Raquel Arcushin
Sara De Caimi
iniziarono insieme le loro manifestazioni pacifiche di fronte alla Casa Rosada, ovvero il palazzo presidenziale argentino, il 30 aprile 1977. Azucena Villaflor de De Vincenti venne in seguito arrestata e detenuta in una delle prigioni segrete dell'ESMA a partire dal 10 dicembre 1977.

La scissione
Nel 1986 la associazione si divise in Asociación Madres de Plaza de Mayo, e in Madres de Plaza de Mayo-Línea Fundadora, in seguito a forti divergenze sorte all'interno dell'organismo circa l'opportunità di accettare le riparazioni economiche per la perdita dei loro figli offerte dall'allora presidente radicale Raúl Alfonsín. Alcune madri, che allora si trovavano in condizioni economiche critiche, a causa della perdita dei loro familiari e della crisi economica che stava colpendo l'Argentina, decisero di accettare le riparazioni, e comunque non rinunciando a combattere per la verità e la giustizia.
Le madri capeggiate da Hebe de Bonafini, decisero di abbandonare l'organizzazione originaria, che da allora in poi prese il nome di Madres de Plaza de Mayo - Línea Fundadora, e di fondare l'Asociación Madres de Plaza de Mayo.
Da allora le traiettorie delle due associazioni cominciarono a differenziarsi gradualmente, pur nella condivisione della lotta per la verità e la giustizia.

"Madres" di Hebe de Bonafini
Il gruppo di cui Hebe de Bonafini è presidente cominciò ad intraprendere un cammino fortemente politicizzato ed ideologico basato su temi ed obiettivi del marxismo più puro e del peronismo sociale degli anni '40.
A fianco delle rivendicazioni relative ai trascorsi della repressione illegale di stato sofferta dal popolo argentino durante l'ultima dittatura militare, si è andato formando un attivismo attento ai temi dei diritti degli indigeni e delle popolazioni oppresse in generale. La Asociación Madres de Plaza de Mayo infatti appoggia e si sente vicina ideologicamente alle lotte condotte dagli neozapatisti del Subcomandante Marcos, dal presidente venezuelano Hugo Chavez e da Fidel Castro, a dimostrazione di come la cosiddetta "socializzazione della maternità" di cui sono state protagoniste, le abbia spinte a riconoscere ed aborrire le ingiustizie ovunque queste abbiano luogo.

Madres de Plaza de Mayo - Línea Fundadora
Madres de Plaza de Mayo-Línea Fundadora, come molti storici e critici contemporanei socialdemocratici, sostengono invece che non ci sia futuro senza memoria, e che l'attività del presente, se vuole proiettarsi nel futuro, deve mantenere comunque una relazione privilegiata con il passato, se l'obiettivo finale è che le aberrazioni compiute non si ripetano.
La loro attività quindi si differenzia molto da quella dell'Asociación Madres de Plaza de Mayo, nella misura in cui è diretta a diffondere prima di tutto la conoscenza delle condizioni politiche ed economico-sociali interne ed esterne che portarono allo scatenarsi della repressione militare.
Il loro lavoro si sviluppa sostanzialmente attraverso gli incontri tenuti nelle scuole e la partecipazione ai progetti di recupero archeologico ed antropologico dei luoghi fisicamente legati alla repressione. Anche qui l'obiettivo principale è la sensibilizzazione e la diffusione di informazioni, sulla base però del ricordo e della memoria, senza che questo significhi rassegnazione.

Il governo Kirchner
Sebbene fino ai primi anni del XXI secolo queste madri si siano volutamente tenute lontane dalla politica ufficiale argentina, diffidando profondamente di ogni politico che salisse al governo, negli ultimi anni si è verificato un cambiamento di rotta sostanziale, in seguito alla politica fortemente incentrata sulla difesa dei diritti umani adottata dal presidente Nestor Kirchner (in carica del 2003 al 2007).
Molti osservatori sostengono che questa adesione completa che la madri di Hebe de Bonafini dimostrano nei confronti dell'attività di governo di Kirchner abbia pregiudicato il loro senso critico e la loro tenacia combattiva che le ha portate ad appoggiare campagne internazionali per la difesa dei diritti umani.[senza fonte]
Hebe de Bonafini inoltre sostiene che la loro attività sia diretta essenzialmente al futuro più che al passato, e che fino a che tutti i 30.000 desaparecidos non ottengano la giustizia che finora gli è stata negata, loro non s'impegneranno mai in attività di recupero della memoria e del ricordo.

Gli sviluppi più recenti
A gennaio del 2005 è stato riesumato ed identificato il corpo di Leonie Duquet, una suora di nazionalità francese che supportava il movimento della madri di Plaza de Mayo, scatenando le ire della comunità internazionale contro il regime dittatoriale, nell'agosto dello stesso anno un test del DNA ha permesso di identificare con certezza la salma della Duquet.
I resti di Azucena Villaflor e di altre due fondatrici dell'associazione sono stati riesumati e le sue ceneri sono state sepolte da Madres de Plaza de Mayo-Linea Fundadora ai piedi della Piramide di Maggio nella Plaza de Mayo l'8 dicembre 2005.
Documenti segreti del governo degli Stati Uniti, declassificati nel 2002, provano che il governo statunitense era a conoscenza già dal 1978 che i cadaveri di Azucena Villaflor, Esther Ballestrino, María Ponce e sorella Léonie Duquet erano stati ritrovati nelle spiagge bonaerensi. Questa informazione fu mantenuta segreta e non fu mai comunicata al governo democratico argentino.
I militari hanno ammesso l'arresto e la scomparsa di circa 9.000 persone ma le madri di Plaza de Mayo affermano che questa stima è di gran lunga inferiore al vero numero, che raggiungerebbe le 30.000 persone scomparse. Dopo la caduta del regime militare, una commissione parlamentare nazionale argentina ha ricostruito la sparizione di circa 11.000 persone.
L'organizzazione delle Madri di Plaza de Mayo è ben determinata nel ricostruire la storia segreta di queste sparizioni ed ha perduto tre delle sue fondatrici, arrestate e scomparse a loro volta.

Nonne di Plaza de Mayo

Nonne di Plaza de Mayo è un'associazione fondata nel 1977 che si inserisce nello stesso contesto delle Madri, ma con un diverso obiettivo: identificare i tanti bambini nati durante gli anni della dittatura, che ancora neonati furono sottratti con la forza alle loro famiglie naturali e "dati in adozione" alle famiglie di gerarchi o amici del regime. Questi bambini, oggi trentenni, sono cresciuti ignorando le proprie origini e il proprio passato.

29 aprile, 2010

Aumentano le chiamate al Numero Verde Antiusura della Provincia di Roma


Aumentano le chiamate al Numero Verde Antiusura della Provincia di Roma

Questa mattina, a Palazzo Valentini, il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti ha presentato la relazione delle attività del numero verde antiusura della Provincia di Roma, 800 93 93 96.

A presentare il report relativo all’anno 2009 sono intervenuti anche l'assessore provinciale alla Lotta all'usura Serena Visintin e il segretario del Codici Ivano Giacomelli.

"Chi e' vittima dell'usura – ha detto il presidente Zingaretti – non deve vergognarsi, deve invece sentire vicino il sostegno delle istituzioni. Il vero tema è quello di investire per dare vita ad un'economia più sana, che metta al riparo le persone socialmente più deboli dal rischio di cadere nella rete dell'usura".

"Puntiamo a diventare un interlocutore autorevole per i cittadini in tema di prevenzione dell'usura - ha concluso Visentin - trasmettendo il senso della fiducia nelle istituzioni per sviluppare una cultura della legalità".


Dalla relazione emerge che è aumentato quasi del 25% il numero dei contatti del numero verde Antiusura, con un particolare incremento delle chiamate motivate dal sovraindebitamento.

Rispetto all'anno precedente, nel 2009 il numero 800 93 93 96, gestito dall'associazione Codici, ha registrato una crescita del 15% degli appuntamenti fissati per problemi di sovraindebitamento e prevenzione dell'usura.

Cambia il profilo di coloro che ricorrono alla consulenza telefonica offerta tramite il numero verde. Aumentano rispetto al passato le telefonate dei più giovani: i dati registrano un +23,7% di utenti tra i 26 ed i 45 anni.

Il profilo dell'utente medio delinea due categorie di persone: donne giovani, single, con un elevato livello di istruzione, oppure lavoratori precari con difficoltà economiche, legate spesso all'affitto.


Se nel 2008 il numero maggiore di contatti era giunto dalla zona di Ostia, nel 2009 si registra un aumento consistente, +30%, di utenti nell'area dei Castelli romani.

“L’analisi storica del fenomeno ci porta a dire – ha commentato il Segretario nazionale del CODICI, Ivano Giacomelli - che i clan storici malavitosi non sembrano più avere basi strategiche nella Capitale, ma hanno sviluppato la loro pre¬senza nelle aree dei Castelli dove, chiaramente, hanno anche il controllo del territorio. Per questo parliamo di “funzione strategica” dei Castelli Romani ed il gran numero delle confische dei beni che si sono succedute nel corso degli ultimi anni offrono un quadro generale della pre¬senza ormai radicata della mafia in questa zona. Grazie alle numerose operazioni delle forze dell’ordine e degli interventi dello Stato".


A tal proposito il presidente Zingaretti ha affermato: "Chiederemo al Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza di mettere all'ordine del giorno una riunione nella quale si analizzino i processi come le
infiltrazioni della malavita organizzata nel nostro territorio e fare un punto insieme su come ciascuno può fare qualcosa per
contrastarla".

A fronte, quindi, di un fenomeno sempre più drammatico nel territorio, che danneggia l’ordine economico e sociale, la Provincia di Roma intende porsi come soggetto di riferimento per una efficace azione di prevenzione, consulenza e assistenza, facendosi promotrice della lotta per la legalità.

LA SCUOLA IN PIAZZA: Il coraggio della Memoria (ottava edizione


LA SCUOLA IN PIAZZA
Il coraggio della Memoria (ottava edizione)

Dal 5 al 9 Maggio 2010 - Piazza Camillo Loriedo, Roma
Rassegna di manifestazioni artistiche e incontri culturali
La carenza di proposte culturali nella periferia è a volte interrotta da manifestazioni di vario genere,
prevalentemente organizzate dalle scuole del territorio che permettono ai cittadini di avere, almeno per poco,
lʼillusione che anche il loro quartiere possa essere “centro” in relazione alle idee e alle iniziative.
Pertanto, le Associazioni Culturali Benedetto Croce e Artempo con il contributo e il sostegno della
Provincia di Roma e del V Municipio, in collaborazione con Insieme per lʼAniene, Oltre, la Biblioteca
Vaccheria Nardi, Unicoop Tirreno-sezione soci Colli Aniene, tornano a “consorziarsi ” per rinnovare la
rassegna delle iniziative delle scuole legate allʼespressività e creatività (teatro, musica, corti, mostre etc.) che
avranno come temi di fondo: i Diritti umani, la Pace, la Memoria, Ambiente e Territorio, la Legalità, le
Dipendenze, gli Ultimi, gli Altri, i Diversi.
Questʼanno inoltre verraʼ introdotto il concetto di “riuso e riciclo dei materiali” che verraʼ proposto al quartiere
durante il MERCATO DOMENICALE “ScArt Attack” curato da Suitecasemagazine.com proponendo
incontri con operatori del settore e dimostrazioni pratiche.
Parteciperanno allʼevento, le scuole del V Municipio rappresentate nei vari plessi da circa 40 classi, per un
totale complessivo di circa un migliaio di alunni.
Questa rassegna ha avuto un notevole consenso dal territorio in quanto nella piazza, luogo sociale per
definizione, si sono incontrate le scuole del territorio tra loro e con i cittadini, attraverso una serie di
manifestazioni artistiche che hanno spaziato dalle mostre e documentari a spettacoli teatrali, di danza e
musicali.
Allʼinterno di questa manifestazione troveranno inoltre unʼ adeguata collocazione e visibilità i lavori delle
scuole che hanno aderito al progetto Unicoop Tirreno di Educazione al Consumo Consapevole e gli
spettacoli serali di alto valore artistico.
DA SEGNALARE:
- GIOVEDI 6 MAGGIO Ore 21.00 - SPETTACOLO TEATRALE
“ASSO DI MONNEZZA:I TRAFFICI ILLECITI DI RIFIUTI” di Ulderico Pesce
- SABATO 8 MAGGIO Ore 21.00 - SPETTACOLO MUSICALE
“ARIE PRECARIE” Recital per pianoforte e voce
- DOMENICA 9 MAGGIO Ore 10.00 - MERCATO in piazza “ScArt Attack”
Ore 11.00 – concerto CLASSICA E MODERNA con gli allievi della scuola di musica A. RUBINSTEIN
Ore 17.00 - concerto JAZZ S. Colicchio, A. Tomei, M. Franceschina maestri della scuola RUBINSTEIN
Info: Gabriella Ballette – 3473534996, mail: mary_gabry@libero.it
Referente progetto: Eliana Quintavalle – 3475769077, mail: e13@romascuola.net
Coordinamento e logistica: Manuel Pietrangeli - 3394095036, mail: artempolab@gmail.com
SITO INTERNET: www.artempolab.com

INGRESSO GRATUITO

ASSOCIAZIONE CULTURALE ARTEMPO

LA SCUOLA IN PIAZZA

PROGRAMMA
MERCOLEDI 5 MAGGIO
ORE 10.00
Apertura MOSTRA SCUOLE
- Scuola Media Volta, C. Balabanoff classi IV e V, Liceo Scientifico Croce classe IV A,
Scuola Media “Via Tedeschi” plesso Via Cortina le classi III, Scuola Media Fellini
classe II F, Circolo Didattico 141°,Circolo Didattico 120° legalità diritti umani e ambiente
a seguire
Evento finale dei percorsi Coop di Educazione al Consumo Consapevole 2009/10
- Sc.sec.1°grado: Salvo d'Acquisto, via Tedeschi
- I.C.: M.G.Cutuli, A.Balabanoff, G.Perlasca, G.Palombini
- Scuole infanzia: A. Sommovigo, F.Santi
- C.D.: 109° Piccinini, 141°San cleto
- I.T.T. L.Bottardi, I.T.C. Salvemini
a seguire
-Scuola Media “Via Tedeschi” plesso Via Cortina - classi I,II H-I,II,III C,
“Balletto Intercultrando”
-Scuola Salvo Dʼacquisto, Canzone: “Acqua, la preziosa”
-S. M. “Via Tedeschi” plesso Via Cortina classi II C – H, “Le merende del cuore”
-S. M. Balabanoff, classi I C-D, Lettura condivisa: “Alice nel paese delle meraviglie”
-Scuola Secondaria di II grado Salvemini - MISSIONE ITALIANA IN ANTARTIDE:
Come smaltire i rifiuti?, Proiezione “Imballo il mondo”
ORE 17.30
LA MEMORIA
Presentazione del libro “I giorni del sole nero”
Incontro con gli autori: Aldo Pavia, Antonella Tiburzi
Introduce DANIELE OZZIMO (Cons. Comune di Roma)
a seguire
Scuola Volta, Proiezione “I bambini invisibili”
ORE 21.00 - CONCERTO
“AFMATTEN”
Una sorprendente rock band composta da ragazzi dai 14 ai 17 anni. Davide, Lorenzo e
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Via Battista Bardanzellu, 112 – 00155 – Roma
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Michael dopo essersi incontrati nelle aule della scuola di musica che frequentavano,
decidono di suonare cover degli artisti che hanno segnato la storia del rock...
GIOVEDI 6 MAGGIO
ORE 10.30
INAUGURAZIONE MANIFESTAZIONE
Alla presenza dellʼ On. ROBERTA AGOSTINI del Pres. V Municipio IVANO
CARADONNA e delle autoritaʼ scolastiche, con esibizione degli alunni delle classi ad
indirizzo musicale dell' Ist. Comprensivo "A. Balabanoff"
Classe di Strumenti a Percussione: prof. Luigi Marinaro
Classe di Chitarra: prof. Franco Capri
Classe di Flauto: prof.ssa Maria Augusta Pannunzi
Classe di Pianoforte: prof.ssa Jolanda Dolce
a seguire
-Scuola elementare Balabanoff Classe III B: “Danza: uniti…..liberi”
-Scuola Media, Via Tedeschi Classi I C-E-U-P- II P-U, Danza – “Il gioco della Capoeira”
-Scuola Balabanoff: classi IV e V mostra, “LʼAfrica”
-Circolo Didattico 120°, mostra, “legalità, diritti umani e ambiente”
-SCACCHI A SCUOLA, Torneo evento conclusivo del progetto 2009-2010.
Scuole medie: Palombini, Fellini, A.Frank e Tedeschi
ORE 17.00
ASCAS - Spettacolo di danza
Circolo Didattico 120 ° Gandhi - Spettacolo teatrale “I bambini raccontano la Shoa”
Proiezione “ Cittadinanza attiva”
Ore 21.00 - SPETTACOLO TEATRALE
“ASSO DI MONNEZZA: I TRAFFICI ILLECITI DI RIFIUTI”
di Ulderico Pesce
Asso di Monnezza: i traffici illeciti di rifiuti in Italia, racconta i traffici illeciti dei rifiuti
urbani e soprattutto di quelli industriali, che attanagliano l'Italia tanto da far dire che il
vero asso nella manica è “quello di monnezza”, vale a dire che l'immondizia smaltita
illegalmente offre una grande possibilità di arricchimento soprattutto alla malavita…..
VENERDI 7 MAGGIO
ORE 10.00
-S. M. Fellini classe III D e II D Via Bel Forte del Chienti,
Proiezione “Il lungo viaggio dei Sinti Romani”
-Proiezione DVD Arci
-Fellini Via Buazzelli classe II F , mostra , “Fare lʼEuropa significa fare la pace”.
-Circolo Didattico 120°: mostra “ Cittadinanza attiva e diritti umani”
-S. M. Fellini Via Bel Forte del Chienti classe II C: letture animate
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dal libro di Luciano Violante “Cantata per la festa dei bambini morti di mafia”.
-Scuola Media Alberto Sordi: “Canti regionali e immagini sonore”
classe III H piazzale Hegel, classe II B - II D Piazza Gola
a seguire
"Le strade della vitamina L: conclusione del percorso COOP sul tema della
legalità".
-I.S.I.S. Ambrosoli
-Liceo Scentifico B. Croce classi III A II A – I F - I A
lettura di poesie, testi e canzoni sul tema della mafia
-Testimonianza giovane volontario ARCI e di un rappresentante di Libera
-Assaggio prodotti Libera Terra
ORE 17.30
LA LEGALITAʼ
Introduce ROBERTO CHIAPPINI (Cons. V Municipio)
-Circ. Didattico 141° Palatucci classi V, III C e III D
Presentazione progetto “ Il vivaio degli artisti”
Proiezione DVD: “Costituzione, inclusione, amicizia e parità di opportunità”.
-Liceo B. Croce, Proiezioni: “Mafia e Costituzione” IV A,
“Mescolanze” classe III A, “Le donne sone maglie”
-LEONARDO DʻISANTO e le sue canzoni
Ore 21.00 - PROIEZIONE DEL FILM
“I 100 PASSI” Un film di M. T. Giordana – It. 2000
Alla fine degli anni Sessanta a Cinisi, un piccolo paese siciliano, la mafia domina e
controlla la vita quotidiana...
SABATO 8 MAGGIO
ORE 10.00
-Circolo Didattico 141° San Cleto, Classi IV A- IV B, “Magie in città”,
liberamente tratto dal racconto: “Il tamburino magico” di G. Rodari
-Consegna diplomi alle scuole
da parte dellʼ On. ROBERTA AGOSTINI e del Pres. V Municipio IVANO CARADONNA
ORE 17.30
Scuola Media Fellini: orchestra musicale
Scuola di musica: i giovani talenti del territorio
Ore 21.00 - SPETTACOLO MUSICALE
“ARIE PRECARIE”
Recital per pianoforte e voce
“Arie Precarie”, Arie Antiche e Problemi Moderni, Conferenza-Concerto sul tema del
Precariato e sulla situazione attuale dei Conservatori di Musica Italiani in seguito alla
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Riforma in atto.
Lʼevento trae spunto da un ipotetico ritrovamento di partiture del primo Ottocento di un
immaginario compositore dellʼepoca, Ignazio Ubaldo Venceslao deʼPutiferi (1809-1888)
e ne celebra il finto Bicentenario della nascita…
DOMENICA 9 MAGGIO
Ore 10.00 - MERCATO in piazza
“ScArt Attack”
Suitecasemagazine.com presenta:
La mostra-mercato dedicata all'eco-sostenibilità che vede protagonisti gli artisti del riuso
e del riciclo e le loro creazioni. In mostra manufatti realizzati rigorosamente con
materiali considerati di scarto tra cui curiosare e fare shopping eco-sostenibile!
Ore 11.00 - concerto
CLASSICA E MODERNA con gli allievi della scuola di musica ANTON RUBINSTEIN
Ore 17.00 - concerto JAZZ
Sergio Colicchio (pianoforte), Alessandro Tomei (sax), Monica Franceschina (voce)
maestri della scuola di musica ANTON RUBINSTEIN
Il programma eʼ soggetto a piccoli cambiamenti per venire incontro alle esigenze di organizzatori e degli
operatori scolastici.
Si ringraziano i docenti e i dirigenti scolastici per la loro attenta partecipazione e per il lavoro svolto
Si ringraziano tutti coloro che a vario titolo hanno contribuito allʼorganizzazione della manifestazione
Si ringrazia il Presidente del V Municipio e la Presidente della Commissione Cultura della Provincia di
Roma
Info:
Gabriella Ballette 3473534996 mary_gabry@libero.it
Referente progetto:
Eliana Quintavalle 3475769077 e13@romascuola.net
Coordinamento e logistica:
Manuel Pietrangeli 3394095036
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Protocollo d'intesa per inserimento lavorativo degli extracomunitari provenienti da Rosarno


Protocollo d'intesa per inserimento lavorativo degli extracomunitari provenienti da Rosarno

L’assessore all'Agricoltura della Provincia di Roma Aurelio Lo Fazio ha siglato un protocollo d’intesa con l'associazione onlus "Progetto Diritti” e le associazioni professionali agricole del comune di Roma e della Regione: Cia, Coldiretti, Confagricoltura, Fedagri, Confcooperative e Legacoop agroalimentare, per l’inserimento di 38 lavoratori africani provenienti dalle campagne di Rosarno.

La firma dell’accordo è avvenuta, martedì 27 aprile, presso l’Enoteca Provincia Romana, in Largo del Foro Traiano 84.

Grazie a questa intesa gli extracomunitari passeranno dalla condizione di braccianti illegali e sfruttati, a lavoratori legali e stagionali nelle campagne della provincia di Roma.

Guinea, Togo, Ghana, Costa d'Avorio e Mali sono alcuni dei paesi di provenienza dei lavoratori, i cui curriculum saranno inseriti in una banca dati alla quale attingeranno le associazioni agricole coordinate dalla onlus "Progetto diritti" in base alle esigenze di manodopera.

Nel commentare la sigla del protocollo, l’assessore Lo Fazio ha affermato: "Con questo accordo abbiamo unito solidarietà e sussidiarietà, mettendo in rete le associazioni”. “In questi giorni – ha aggiunto Lo Fazio – si è visto che i fatti accaduti a Rosarno non dipendevano soltanto dal razzismo, ma c'erano degli interessi consistenti che ledono principi e diritti anche degli italiani".

PROMEMORIA 29 aprile 1943 - Seconda guerra mondiale/Varsavia: rivolta degli ebrei rinchiusi nel ghetto


Seconda guerra mondiale/Varsavia: rivolta degli ebrei rinchiusi nel ghetto.
La Rivolta del ghetto di Varsavia (tedesco: Großaktion Warschau), chiamata anche Rivolta di Varsavia del 1943, fu un'insurrezione ebraica in Polonia nel ghetto di Varsavia contro i nazisti durante la seconda guerra mondiale. La rivolta principale cominciò il 19 aprile 1943 fino al 16 maggio di quell'anno e fu infine sedata dall'allora Brigadeführer (diventato in seguito SS-Gruppenführer) Jürgen Stroop. La rivolta principale fu anticipata il 18 gennaio 1943 da un'azione civile armata contro i tedeschi.
La Rivolta del ghetto di Varsavia non deve essere confusa con la rivolta di Varsavia che ebbe luogo l'anno successivo.

Contesto

Dall'inizio del 1940, i nazisti cominciarono a concentrare in Polonia oltre 3 milioni di ebrei in sovraffollati ghetti dislocati in varie città polacche. Il più grande di questi, quello di Varsavia, conteneva 380.000 persone in un'area densamente popolata nel centro della città.
Migliaia di ebrei morirono di stenti o in conseguenza di epidemie prima che i nazisti cominciassero la massiccia deportazione degli ebrei del ghetto verso il campo di sterminio di Treblinka. All'inizio delle deportazioni, i membri dell'ambiente giudaico si incontrarono, ma decisero di non resistere, sperando che gli ebrei fossero veramente spediti in campi di lavoro piuttosto che verso la loro morte. Alla fine del 1942 fu chiaro che le deportazioni erano invece indirizzate ai campi di morte, e molti dei rimanenti 40.000-50.000 ebrei decisero di resistere, e circa dalle 750 alle 1000 persone, inclusi i bambini, combatterono realmente.

La battaglia

Il generale delle SS Jürgen Stroop è in centro a sinistra. L'SD Rottenfueher alla destra è probabilmente Josef Bloesche, conosciuto anche come "Frankenstein".
Il 18 gennaio 1943 si verificò il primo caso dell'insurrezione armata, quando i tedeschi iniziarono una seconda ondata di deportazione degli ebrei a seguito di un ordine impartito da Heinrich Himmler, comandante delle SS, che ordinava la deportazione di circa 24.000 ebrei. Gli ebrei insorti realizzarono un successo considerevole, impedendo la realizzazione dell'ordine: solo 650 ebrei vennero deportati. Dopo quattro giorni di combattimenti le unità tedesche uscirono dal ghetto e le organizzazioni insorte ŻOB e ŻZW presero il controllo del ghetto, costruendo dozzine di posti di combattimento e operando contro i collaborazionisti ebraici.
Himmler, contrariato per l'inaspettata resistenza scrisse, il 1 febbraio 1943, al comandante delle SS e della polizia per il Governatorato Generale, Krüger ordinandogli: «Per ragioni di sicurezza Le ordino di distruggere il ghetto di Varsavia dopo aver trasferito da là il campo di concentramento».
L'ordine prevedeva inoltre la salvaguardia di tutte le installazioni produttive all'interno del ghetto che avrebbero dovuto essere trasferite, insieme agli operai considerati "utili" allo sforzo bellico, presso altri ghetti dove avrebbero ripreso la produzione, principalmente lavori di sartoria per l'esercito.
A tal fine, tra febbraio e marzo, le autorità tedesche, in collaborazione con alcuni imprenditori della zona, cercarono di convincere i lavoratori ad uscire spontaneamente dal ghetto. Queste pressioni non ebbero però successo, anzi, fecero confluire molti operai nelle file dei movimenti di resistenza armata.
Nel frattempo, all'interno del ghetto, gli abitanti si prepararono a quella che avevano ormai capito sarebbe stata l'ultima battaglia. Migliaia di bunker vennero scavati sotto le case, molti collegati tra loro attraverso le condotte di scarico e collegati al sistema idrico ed elettrico. In alcuni casi i bunker erano inoltre collegati a tunnel che portavano all'esterno del ghetto, in zone sicure della città di Varsavia.

Il supporto della resistenza esterna al ghetto fu limitato, ma le unità polacche appartenenti all'Armia Krajowa e alla Gwardia Ludowa attaccarono sporadicamente le unità tedesche di guardia all'esterno del ghetto e cercarono di farvi penetrare armi e munizioni. In parte questi sforzi vennero rallentati da motivi politici: i rappresentanti della ŻOB erano vicini all'Unione Sovietica e che la Resistenza polacca temeva come futuro ostacolo ad una Polonia indipendente dopo la sconfitta delle forze tedesche. Nonostante questo uno speciale comando dell'Armia Krajowa, comandato da Henryk Iwański, combatté all'interno del ghetto a fianco delle formazioni nazionaliste ebraiche della ŻZW. Vennero inoltre tentati due attentati dinamitardi contro le mura del ghetto, che però non sortirono nessun effetto.
La battaglia finale si scatenò nel periodo del Pesach, la Pasqua ebraica, il 19 aprile 1943. I tedeschi inviarono all'interno del ghetto una forza di 2.054 soldati, tra i quali 821 appartenenti all'élite delle Waffen-SS e 363 poliziotti polacchi. I difensori li accolsero con un fuoco di armi leggere e lancio di granate lanciate dalle finestre dei piani più alti dei palazzi. I tedeschi reagirono cannoneggiando tutte le case ed incendiandole. Gli incendi produssero presto una grave carenza d'ossigeno all'interno dei bunker sotterranei che si trasformarono in una mortale trappola soffocante.
La resistenza significativa cessò il 23 aprile e la rivolta venne ufficialmente considerata risolta il 13 maggio, quando il comandante tedesco, Jürgen Stroop, per celebrare il successo, ordinò di radere al suolo la Grande Sinagoga di Varsavia. Nonostante questo, per tutta l'estate del 1943 dal ghetto continuarono a provenire sporadici colpi ad opera degli ultimi difensori.

Conseguenze

Durante i combattimenti persero la vita circa 7.000 ebrei ed ulteriori 6.000 morirono bruciati nelle case in fiamme o soffocati all'interno dei bunker sotterranei. I rimanenti 50.000 abitanti vennero deportati presso diversi campi di sterminio, per la maggior parte presso il campo di Treblinka. I tedeschi persero circa 300 uomini tra soldati e collaboratori polacchi.
Terminata la rivolta, il ghetto venne demolito con la distruzione della maggior parte delle case superstiti e divenne il punto per le esecuzioni di prigionieri ed ostaggi polacchi. Successivamente sulle rovine del ghetto venne costruito il campo di concentramento KL Warschau. Durante la successiva insurrezione di Varsavia del 1944, un battaglione dell'Armia Krajowa riusci a salvare circa 380 ebrei dalle prigioni di Gęsiówka e Pawiak, molti dei quali entrarono immediatamente a far parte dell'unità.

Il rapporto finale stilato da Jürgen Stroop il 16 maggio 1943, riportava:
« 180 ebrei, banditi e subumani sono stati distrutti. Il quartiere ebreo di Varsavia non esiste più. L'azione principale è stata terminata alle ore 20:15 con la distruzione della sinagoga di Varsavia... Il numero totale degli ebrei spacciati è di 56.065, includendo sia gli ebrei catturati che quelli del quale lo sterminio può essere provato. »

28 aprile, 2010

Ligabue: 'Arrivederci, Mostro! è il titolo del nuovo album


Ligabue: 'Arrivederci, Mostro! è il titolo del nuovo album

A vent'anni dall'album d'esordio 'Ligabue' e a cinque da 'Nome e cognome', esce l'11 maggio 'Arrivederci, Mostro!, l'ultimo cd di Ligabue. Il primo singolo, 'Un colpo all'anima' - presentato ieri dal rocker via satellite in 100 sale cinematografiche, prima della proiezione digitale del suo concerto 'Olimpico 2008' - arriva oggi in radio.
Nell'album debutta alla batteria Lenny, il figlio undicenne di Luciano, nel brano 'Taca banda', e per la prima volta Ligabue non appare come produttore.

Questa la tracklist di “ARRIVEDERCI, MOSTRO!”
1- Quando canterai la tua canzone
2 -La linea sottile
3 - Nel tempo
4 - Ci sei sempre stata
5 - La verità è una scelta
6 - Caro il mio Francesco
7 - Atto di fede
8 - Un colpo all'anima
9 - Il peso della valigia
10 - Taca banda
11 - Quando mi vieni a prendere (Dendermonde 23/01/09)
12 - Il meglio deve ancora venire

Seconda edizione per la "Festa del libro" a Piazza Mazzini


Seconda edizione per la "Festa del libro" a Piazza Mazzini

A Roma Piazza Mazzini si è trasformata per una mattina in una grande biblioteca a cielo aperto. L’insolito scenario si è avuto grazie alla seconda edizione della 'Festa del libro'.

La manifestazione è stata promossa dalla Provincia di Roma e organizzata in collaborazione con la scuola primaria E. Pistelli, la secondaria G. G. Belli e l’Istituto comprensivo Via Cassiodoro.

“Leggere apre la mente” era scritto sui cappellini dei giovanissimi studenti che hanno pacificamente invaso i giardini di Piazza Mazzini.

L’evento - inizialmente previsto per il 23 aprile (Giornata Mondiale del Libro) e slittato a causa della pioggia – si è svolto martedì 27 aprile con il supporto logistico della Biblioteca Giordano e Bruno e della libreria “Il seme”.

Alla “Festa del libro” sono intervenute l’assessore provinciale alla Cultura Cecilia D’Elia e la presidente del XVII Municipio Antonella De Giusti.

Centinaia le persone che hanno visitato gli stand curati dalle scuole organizzatrici. Ogni visitatore che donava un libro agli studenti ha ricevuto in cambio una rosa. A loro volta i ragazzi hanno destinato i libri ricevuti, alle biblioteche delle scuole d’appartenenza.

“ Un’iniziativa bellissima – ha affermato l’assessore provinciale D’Elia – che avvicina in modo giusto i ragazzi al mondo della cultura e della conoscenza. Io ho portato in regalo il libro selezionato dal presidente Zingaretti, ‘Favole scelte da Nelson Mandela’ ".

PROMEMORIA 28 aprile 1945 Benito Mussolini e Clara Petacci vengono fucilati da membri della Resistenza italiana a Giulino di Mezzegra


Seconda guerra mondiale: Benito Mussolini e la sua compagna Clara Petacci, catturati a Dongo mentre tentavano di espatriare in Svizzera, vengono fucilati da membri della Resistenza italiana a Giulino di Mezzegra.

Benito Amilcare Andrea Mussolini (Predappio, 29 luglio 1883 – Giulino di Mezzegra, 28 aprile 1945) è stato un politico, giornalista e dittatore italiano.
Fondatore del fascismo, fu capo del Governo del Regno d'Italia - prima come Presidente del Consiglio dei Ministri, poi come Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato - dal 31 ottobre 1922 (con poteri dittatoriali dal gennaio 1925) al 25 luglio 1943.[1] Divenne Primo Maresciallo dell'Impero il 30 marzo 1938, e fu capo (Duce) della Repubblica Sociale Italiana dal settembre 1943 al 27 aprile 1945.
Fu esponente di spicco del Partito Socialista Italiano, e direttore del quotidiano socialista Avanti! dal 1912. Convinto anti-interventista negli anni della guerra di Libia e in quelli precedenti la prima guerra mondiale, nel 1914 cambiò radicalmente opinione, dichiarandosi a favore dell'intervento in guerra. Trovatosi in netto contrasto con la linea del partito, si dimise dalla direzione dell'Avanti! e fondò Il Popolo d'Italia, schierato su posizioni interventiste, venendo quindi espulso dal PSI. Nell'immediato dopoguerra, cavalcando lo scontento per la «vittoria mutilata», fondò i Fasci Italiani di Combattimento (1919), poi divenuti Partito Nazionale Fascista nel 1921, e si presentò al Paese con un programma politico nazionalista, autoritario e radicale, che gli valse l'appoggio della piccola borghesia e dei ceti industriali e agrari.
Nel contesto di forte instabilità politica e sociale successivo alla Grande Guerra, puntò alla presa del potere. Forzando la mano delle istituzioni, con l'aiuto di atti di squadrismo e d'intimidazione politica che culminarono il 28 ottobre del 1922 con la Marcia su Roma, Mussolini ottenne l'incarico di costituire il Governo (30 ottobre). Dopo il contestato successo alle elezioni politiche del 1924, instaurò nel gennaio del 1925 la dittatura, risolvendo con forza la delicata situazione venutasi a creare dopo l'assassinio di Giacomo Matteotti. Negli anni successivi consolidò il regime, affermando la supremazia del potere esecutivo, trasformando il sistema amministrativo e inquadrando le masse nelle organizzazioni di partito.
Nel 1935, Mussolini decise di occupare l'Etiopia provocando l'isolamento internazionale dell'Italia. Appoggiò i franchisti nella Guerra civile spagnola e si avvicinò alla Germania Nazista di Hitler, con il quale stabilì un legame che culminò con il Patto d'Acciaio nel 1939. È in questo periodo che furono approvate in Italia le leggi razziali.
Nel 1940, confidando in una veloce vittoria delle Forze dell'Asse, entrò in guerra al fianco della Germania. In seguito alle disfatte subite dalle Forze Armate italiane e alla messa in minoranza durante il Gran Consiglio del Fascismo (ordine del giorno Grandi del 24 luglio 1943), fu arrestato per ordine del Re (25 luglio) e successivamente tradotto a Campo Imperatore. Liberato dai tedeschi, e ormai in balia delle decisioni di Hitler, instaurò nell'Italia settentrionale la Repubblica Sociale Italiana. In seguito alla completa disfatta delle forze italotedesche nell'Italia settentrionale, abbandonò Milano la sera del 25 aprile 1945 dopo aver invano cercato di trattare la resa. Il tentativo di fuga si concluse il 27 aprile con la cattura da parte dei partigiani a Dongo, sul Lago di Como.[2][3][4][5][6] Fu fucilato il giorno seguente insieme alla sua amante Claretta Petacci.

27 aprile, 2010

Cinema spagnolo: appuntamento con la regista vincitrice del Premio Goya


Cinema spagnolo: appuntamento con la regista vincitrice del Premio Goya

L’assessore alle Politiche culturali della Provincia di Roma, Cecilia D’Elia presenta la serata evento dal titolo “Tres dies amb la família” curata dall’assessorato e che prevede la proiezione del film e l’incontro con la regista Mar Coll, recente vincitrice del Premio Goya come migliore regista esordiente.

L’appuntamento è per giovedì 29 aprile, alle ore 21, presso il Cinema Farnese Persol, in Campo de’ Fiori 56, nel cuore della Capitale.

L’incontro, inserito nella prossima edizione del Festival del cinema spagnolo sarà condotto dall’attrice Valentina Carnelutti.

Sono stati invitati gli allievi delle scuole di cinema di Roma e Provincia.

La serata è ad ingresso gratuito fino ad esaurimento posti.

Per ulteriori informazioni: www.cinemaspagna.org

“Memoria: l’Arteria dell’Urbe” la mostra patrocinata dalla Provincia di Roma


“Memoria: l’Arteria dell’Urbe” la mostra patrocinata dalla Provincia di Roma

Sarà inaugurata martedì 27 aprile alle ore 10:30 presso i locali del Primo Municipio (in Via della Greca, n°5) “Memoria: l’arteria dell’Urbe”, la mostra patrocinata dalla Provincia di Roma che resterà aperta fino al 28 Maggio 2010.

Si potrà visitare con ingresso libero dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 16:00.

All’inaugurazione interveranno il presidente del Primo Municipio Orlando Corsetti; la delegata alle Politiche Culturali Annalisa Secchi; il presidente Commissione Cultura Sergio Grazioli.

“Memoria: l’arteria dell’Urbe” è una mostra sulla memoria e le tradizioni del tessuto sociale del Municipio Roma Centro Storico, ma è anche un'esperienza, un progetto partecipato, che ha visto protagonisti anziani, giovani e studenti, bambini e abitanti del Municipio.

Ognuno, pur nella diversità, ha avuto la possibilità di mettersi in gioco in modo efficace e creativo, utilizzando linguaggi condivisi: sono state raccolte fotografie, testimonianze scritte e in video, sono stati realizzati disegni e altre forme di espressione creativa; si sono svolti incontri e passeggiate con bambini della scuola elementare e media, con studenti universitari e abitanti dei quartieri, sono nate nuove relazioni, altre sono state ritrovate.

La Mostra è un percorso non cronologico che attraversa una successione di temi legati l'uno all'altro: il lavoro e la condizione sociale, il territorio con le sue continue trasformazioni; le abitudini e le usanze popolari in relazione alle tradizioni del tessuto sociale.

Le tappe di un percorso di storie personali e collettive che ricordano e consegnano memoria:
- fotografie, documenti e materiali d'archivio dai primi del '900 agli anni ''70 .
- racconti di storie vissute, immagini e produzioni grafiche curate dai bambini/e delle classi elementari e medie.
- memoria e arte, ovvero il concetto di memoria in chiave artistico espressiva, interpretato dai ragazzi/e dell'Accademia delle Belle Arti
- postazione video, per la visione di testimonianze e interviste, condotte dagli studenti di Architettura dell'Università Roma 3.
- incontri con personaggi della cultura e dello spettacolo con affinità alla storia del Centro Storico.
- realizzazioni multimediali basate sulla ricerca di suoni e musiche legate alla storia del Municipio.

Così, la mostra diviene da una parte un evento culturale interessante, con l'esposizione di fotografie inedite e altro materiale raccolto, dall'altra un "luogo" di incontro che si riempie di significati e che riconduce a una dimensione umana tutti quei valori identitari che fanno parte del nostro passato.


Info segreteria@nuovabauhaus.it / www.nuovabauhaus.it

"Itagliani": ultimo appuntamento con i martedì creoli a Palazzo Valentini. Oggi ultimo giorno.


"Itagliani": ultimo appuntamento con i martedì creoli a Palazzo Valentini

Due mesi di incontri con le scritture migranti: è stato questo “Itagliani”, la serie di seminari creoli organizzati dalla Provincia di Roma - Assessorato alle politiche culturali, in collaborazione con il Dipartimento di Italianistica e Spettacolo dell'Unversità La Sapienza di Roma.

Martedì 27 aprile alle ore 17:30, presso la Sala della Pace di Palazzo Valentini, ci sarà l’ultimo appuntamento previsto nell’ambito del progetto culturale che vede protagonisti scrittori migranti o riconosciuti come “itagliani”, cioè nuovi cittadini del mondo che scrivono in lingua italiana.

Il 27 aprile sarà il turno di Christiana de Cladas Brito, presentata dalla Professoressa Nora Moll, che parlerà del suo percorso come autrice migrante e leggerà brani di alcuni suoi racconti. L'incontro è aperto al pubblico.

Christiana de Caldas Brito, narratrice brasiliana, vive a Roma e ha pubblicato numerosi racconti (editi da Lilith, Oédipus, Cosmo Iannone) e il romanzo 500 temporali, Cosmo Iannone 2006.

“Itagliani – Seminari creoli” è un’iniziativa pensata e coordinata dal professor Arnaldo Gnisci de “La Sapienza” e realizzata grazie al sostegno dell’Assessorato alle Politiche Culturali della Provincia di Roma.

“La Provincia di Roma – ha detto a tal proposito l’assessore alle Politiche culturali Cecilia D’Elia – nella realizzazione del progetto intitolato ‘Itagliani’ ha preso un impegno importante: contribuire a far vedere la realtà di un presente, il nostro, fondato su identità plurali, nel quale si è cittadini della propria comunità locale, italiani, europei e si convive col mondo, a casa propria e nella rete, tramite le nuove tecnologie”.

“L’Italia - ha aggiunto l’assessore D’Elia – è cambiata ed è mutato anche il senso dell’essere italiani e della nostra letteratura. Gli scrittori migranti in tal senso ci servono da guida, più di chiunque altro”.

PROMEMORIA 27 aprile 1992 - Nasce la Repubblica Federale di Jugoslavia, formata da Serbia e Montenegro dopo la secessione di Slovenia e Croazia


Nasce la Repubblica Federale di Jugoslavia, formata da Serbia e Montenegro dopo la secessione di Slovenia e Croazia.
La Repubblica Federale di Jugoslavia (Savezna Republika Jugoslavija) fu uno stato indipendente dell'Europa, formatasi il 27 aprile 1992 dall'unione delle repubbliche di Serbia e Montenegro (compreso le regioni autonome di Vojvodina e Kosovo), uniche disposte a continuare un'esperienza federativa dopo la dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.
Nel 2003 cambiò la sua natura da federazione a confederazione, assumendo ufficialmente il nome di Serbia e Montenegro. In seguito al referendum del 21 maggio 2006, poi, la Repubblica del Montenegro è diventata nuovamente uno stato indipendente, ponendo fine, di fatto, alla Serbia e Montenegro.

Storia
La Repubblica federale socialista di Jugoslavia si disintegrò tra il 1991 e il 1992, a seguito dell'indipendenza di Slovenia, Croazia, Macedonia e Bosnia-Erzegovina. Le altre due repubbliche jugoslave, Serbia e Montenegro, rappresentate al Parlamento di Belgrado da 60 deputati, formarono il 27 aprile 1992 una nuova federazione denominata Repubblica federale di Jugoslavia[1], la cui struttura e nome vennero ridefiniti nel 2003, quando divenne Unione Statale di Serbia e Montenegro.
Nonostante le guerre civili nelle vicine Croazia e Bosnia Erzegovina, la Serbia rimase in pace fino al 1998, benché il governo di Slobodan Milošević e le istituzioni sostenessero, più o meno ufficialmente, i Serbi di Croazia e di Bosnia, in guerra aperta con le altre nazionalità, armando e consigliando le loro truppe.
Tra il 1998 e il 1999, continui scontri in Kosovo tra le forze di sicurezza serbo-jugoslave e l'Esercito di liberazione albanese (UÇK), riportati dai media occidentali, portarono al bombardamento della NATO sulla Serbia (Operazione Allied Force), che durò per 78 giorni. Gli attacchi vennero fermati da un accordo, firmato da Milošević, che prevedeva la rimozione dalla provincia di ogni forza di sicurezza, inclusi esercito e polizia, rimpiazzati da un corpo speciale internazionale su mandato delle Nazioni Unite. In base all'accordo, il Kosovo rimaneva sotto la sovranità formale della Repubblica federale di Jugoslavia.
Slobodan Milošević, legittimo presidente federale, rimase al potere per circa un anno dopo il conflitto del Kosovo. In seguito alle elezioni presidenziali dell'autunno 2000, e le successive dimostrazioni popolari, fu costretto ad ammettere la sconfitta elettorale. Il 6 ottobre si insediò come presidente della Repubblica federale di Jugoslavia Vojislav Koštunica, lo sfidante di Milošević. Con le elezioni parlamentari del gennaio 2001, Zoran Đinđić divenne primo ministro. Đinđić venne assassinato mentre era in carica a Belgrado il 12 marzo 2003, da persone vicine al crimine organizzato. Subito dopo l'assassinio venne dichiarato lo stato di emergenza e la presidente del parlamento, Nataša Mićić, assunse le funzioni di primo ministro facente funzioni.
Nel 2002 il parlamento federale di Belgrado raggiunse un accordo su una ristrutturazione della Federazione, che attenuasse i legami fra Serbia e Montenegro. La Jugoslavia cessava così anche nominalmente di esistere, divenendo Unione di Serbia e Montenegro.

26 aprile, 2010

Arriva la PEC, Campidoglio in prima fila


Arriva la PEC, Campidoglio in prima fila
Roma, 26 aprile – PEC, ossia Posta Elettronica Certificata. Consente di inviare alle pubbliche amministrazioni, e di ricevere da queste, documenti di ogni genere, dalle richieste d'informazioni ai certificati, con lo stesso valore legale di una raccomandata con ricevuta di ritorno. La PEC, avviata oggi ufficialmente dal ministro Brunetta, è già una realtà al Comune di Roma. Già partita per 22 tipi di certificati anagrafici on line (tra cui nascita, matrimonio, residenza), ora il Campidoglio la estenderà a breve ad altri servizi. Qualche settimana e chi avrà attivato la PEC tramite il nostro portale potrà iscrivere in questo modo i bambini agli asili nido, rivolgersi ai servizi sociali e all'Avvocatura comunale. Lo ha annunciato il sindaco Alemanno, nel corso della conferenza stampa con cui il Ministro ha presentato la posta elettronica certificata.

E' in corso – ha detto il Sindaco – "uno sforzo per portare tutto in rete, con la massima velocità". Obiettivo, "fare dell'amministrazione una casa di vetro con massima trasparenza e tempi certi" . E con il sistema digitale, ha proseguito Alemanno, "non si spreca né carta né benzina".

Al Comune di Roma, informa l'assessore ai Servizi Tecnologici Enrico Cavallari, si comincia subito con i certificati anagrafici: "i cittadini romani potranno inviare una PEC, ovvero un'e-mail di Posta Elettronica Certificata, all'indirizzo anagraferoma@postacertificata.gov.it". "Una volta attivata la propria PEC presso un ufficio postale", precisa l'assessore, "per richiedere un certificato anagrafico al Comune il cittadino dovrà seguire questa procedura: scaricare dal portale capitolino il modulo di richiesta; compilarlo indicando il certificato desiderato; allegare il modulo all'e-mail certificata". A quel punto, "il personale dell'Anagrafe inoltrerà digitalmente alla PEC del cittadino il certificato richiesto entro 24 ore".

"Il lancio della PEC", prosegue Cavallari, "rientra nell'attività di 'dematerializzazione' dei documenti prevista nel piano di e-government 2012". Passo precedente, "il protocollo d'intesa firmato a luglio 2009 dal Campidoglio e dal Ministero dell'Interno per lo snellimento delle procedure burocratiche". Attualmente, ricorda l'assessore, "il servizio di certificazione anagrafica on line è disponibile anche sul portale istituzionale del Comune, previa registrazione". Con la PEC si offre "un'altra possibilità per raggiungere l'amministrazione e per usufruire dei servizi". La logica che sta dietro l'operazione: "fare in modo che l'utenza abbia più strade percorribili, in modo da poter scegliere quella che più si addice alle proprie attitudini e preferenze". Per questo è al vaglio "anche la possibilità di comunicare con la cittadinanza via sms o attraverso il digitale terrestre".

Su scala nazionale, la posta certificata parte per 50 milioni di italiani maggiorenni, dotati di codice fiscale. Il servizio è voluto dal Ministero per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione ed è realizzato da un gruppo d'imprese costituito da Poste Italiane, Telecom Italia e Postecom che gestirà la PEC per quattro anni.

La posta elettronica certificata è gratis. Le caselle contengono fino a 500 mega, oltre mille pagine di documenti. Coinvolte tutte le pubbliche amministrazioni: Governo, Comuni, altri enti locali, Inps, Agenzia delle Entrate.

Obiettivo del Ministero della Pubblica Amministrazione, arrivare a 10 milioni di caselle PEC attive entro uno o due anni, per poi estendere il sistema alle aziende dei servizi pubblici locali (acqua, luce, gas). Ad oggi sono 9-10 mila gli uffici pronti: tutti quelli centrali, 60-70% dei Comuni capoluogo e delle Province, il 50-60% delle Asl. Entro l'anno si prevede di arrivare al totale. Al momento i servizi pubblici on line per i cittadini sono in Italia pari al 58%, percentuale che ci pone al 17° posto tra i paesi dell'Unione Europea.

Per informazioni: numero verde gratuito 800104464 (da cellulare 199135191) e il numero verde del Formez 800254009.

E' online il portale di Roma Servizi per la Mobilità Srl


www.agenziamobilita.roma.it .
E' online il portale di Roma Servizi per la Mobilità Srl, l'Agenzia che, su incarico del Comune, si occupa di pianificare e controllare i processi che regolano mobilità e trasporti nella Capitale e di darne informazione a cittadini e turisti.
Il sito è raggiungibile all'indirizzo www.agenziamobilita.roma.it e viene lanciato a pochi mesi di distanza dal varo della società, nata il 1 gennaio 2010 a seguito della scissione per ramo d'azienda da Atac Spa, attuale gestore unico.

La nuova piattaforma online, vuole essere uno strumento di comunicazione sul web utile per tutti coloro che devono spostarsi in città per motivi di lavoro, di studio di svago o per qualunque altra ragione.
In poche parole il web al servizio di chi vuole conoscere il modo migliore per muoversi a Roma, magari scegliendo di farlo in modo sostenibile.
Sono infatti disponibili anche le connessioni web con http://carsharing.roma.it e http://bikesharing.roma.it i due servizi di mobilità sostenibile gestiti dall'Agenzia.

Numerosi i servizi offerti a chi naviga all'interno del sito: news in tempo reale sulla viabilità, sulla rete di trasporto e sulle aree di sosta a Roma, notizie sui progetti ambientali promossi dall'Amministrazione comunale, come ad esempio le informazioni sulle piste ciclabili della città, oltre, naturalmente, ad una serie di servizi interattivi.

Per ogni tema esiste una pagina dedicata per chi è interessato ad approfondimenti: dai luoghi e costi dei Parcheggi a mappe e orari della Zt; alle sezioni Ultim'ora, con le notizie quotidiane che scorrono in tempo reale; Primo Piano dedicata ad informare sui grandi temi legati alla mobilità; Approfondimenti, all'interno della quale è possibile ottenere informazioni nel dettaglio su campagne di comunicazione di lunga durata (come i cantieri della Stazione Tiburtina, della Nuova Circonvallazione Interna, il Nodo di Termini.

Disponibile, infine, un'area interamente dedicata ad Atac Mobile (www.atacmobile.it), lo strumento che informa in tempo reale, tramite palmari, cellulari e web, gestito dalla Centrale Operativa di Roma Servizi.
Il software è scaricabile gratuitamente; all'utente restano solo i costi del proprio traffico dati.
Sempre presente lo "storico" servizio del Calcola percorso, che indica gli itinerari delle linee di bus e tram semplicemente inserendo punto di partenza e destinazione.
Sono naturalmente online anche il servizio interattivo di richiesta dei permessi per la sosta nelle strisce blu, quello per l'accesso o il transito nelle Ztl, per i contrassegni per le persone con disabilità e per la permessistica dei bus turistici che vogliono entrare e sostare nella Capitale.

PROMEMORIA 26 aprile 1986 - Disastro di Chernobyl


Disastro di Chernobyl: A Chernobyl, in Unione Sovietica, l'esplosione in una centrale nucleare provoca trentuno vittime. Nei giorni seguenti una nube radioattiva contaminerà buona parte dell'Europa, Italia compresa. Le conseguenze sulla popolazione locale dureranno per decenni.
l disastro di Černobyl' (in ucraino: Чорнобильська катастрофа, Čornobyl's'ka katastrofa, in russo: Чернобыльская авария, Černobyl'skaja avarija) è stato il più grave incidente nucleare della storia, l'unico al livello 7 (il massimo) della scala INES dell'IAEA.
Avvenne il 26 aprile 1986 alle ore 1:23:44 presso la centrale nucleare V.I. Lenin di Černobyl' (Russo: Чернобыльская АЭС им. В.И.Ленина, Ucraino: Чорнобильська АЕС), in Ucraina vicino al confine con la Bielorussia, allora repubbliche dell'Unione Sovietica. Nel corso di un test definito "di sicurezza" (già eseguito senza problemi di sorta sul reattore n°3), furono paradossalmente violate tutte le regole di sicurezza e di buon senso portando ad un brusco e incontrollato aumento della potenza (e quindi della temperatura) del nocciolo del reattore numero 4 della centrale: si determinò la scissione dell'acqua di refrigerazione in idrogeno ed ossigeno a così elevate pressioni da provocare la rottura delle tubazioni di raffreddamento. Il contatto dell'idrogeno e della grafite incandescente con l'aria, a sua volta, innescò una fortissima esplosione e lo scoperchiamento del reattore.
Una nube di materiali radioattivi fuoriuscì dal reattore e ricadde su vaste aree intorno alla centrale che furono pesantemente contaminate, rendendo necessaria l'evacuazione e il reinsediamento in altre zone di circa 336 000 persone. Nubi radioattive raggiunsero anche l'Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia con livelli di contaminazione via via minori, raggiungendo anche l'Italia, la Francia, la Germania ecc.
Il rapporto ufficiale[1] redatto da agenzie dell'ONU (OMS, UNSCEAR, IAEA e altre) stila un bilancio di 65 morti accertati con sicurezza e altri 4 000 presunti (che non sarà possibile associare direttamente al disastro) per tumori e leucemie su un arco di 80 anni.
Il bilancio ufficiale è contestato da associazioni antinucleariste internazionali fra le quali Greenpeace che presenta una stima di fino a 6 000 000 di decessi su scala mondiale nel corso di 70 anni, contando tutti i tipi di tumori riconducibili al disastro secondo lo specifico modello adottato nell'analisi[2]. Altre associazioni ambientaliste, come il gruppo dei Verdi del parlamento europeo, prendono le distanze dal rapporto Greenpeace, che considerano una boutade con tuttavia il merito di segnalare il problema, e pur concordando sulla stima dei 65 morti accertati del rapporto ufficiale ONU, se ne differenzia e lo contesta sulle morti presunte che stima piuttosto in 30 000 ~ 60 000[3].

25 aprile, 2010

Un gran bel film da vedere specialmente oggi: L’uomo che verrà!


L’uomo che verrà

Alle pendici di Monte Sole, sui colli appenninici vicini a Bologna, la comunità agraria locale vede i propri territori occupati dalle truppe naziste e molti giovani decidono di organizzarsi in una brigata partigiana. Per una delle più giovani abitanti del luogo, la piccola Martina, tutte quelle continue fughe dai bombardamenti e quegli scontri a fuoco sulle vallate hanno poca importanza. Da quando ha visto morire il fratello neonato fra le sue braccia, Martina ha smesso di parlare e vive unicamente nell'attesa che arrivi un nuovo fratellino. Il concepimento avviene in una mattina di dicembre del 1943, esattamente nove mesi prima che le SS diano inizio al rastrellamento di tutti gli abitanti della zona.
L'eccidio di Marzabotto è uno di quegli episodi che premono sulla grandezza della Storia per stringerla dentro alla dimensione del dolore del singolo. Per raccontare quella strage degli ultimi giorni del nazifascismo nella quale vennero uccisi circa 770 paesani radunati nelle case, nei cimiteri e sui sagrati delle chiese, Giorgio Diritti si affida a un proposito simile a quello del suo precedente Il vento fa il suo giro: partire dalla lingua del dialetto per raccontare una comunità e dal linguaggio del cinema per costruire un messaggio sull'identità culturale. Rispetto al lungometraggio d'esordio, L'uomo che verrà si confronta direttamente con la memoria storica e tende a ricostruire la storia del massacro in modo strategico ma senza risultare affettato, puntando sul lato emozionale ma mai ricattatorio della messa in scena. Non più il punto di vista di uno straniero che tenta di confondersi e integrarsi con quello di una comunità ostile, ma quello di un piccolo membro di una collettività, Martina, che si congiunge e si scambia con quello di tutte le vittime della strage. Per rendere questa idea, Diritti riscopre la fluidità delle immagini e, lontano dal facile realismo delle immagini sgranate girate con macchina a mano, costruisce scene a volte statiche e a volte in movimento, inquadrature fisse e piani sequenza, ma sempre modulati in funzione dei movimenti e delle emozioni della comunità rurale. La funzione patemica si concede un solo, brevissimo ralenti durante la scena dell'esecuzione, e delega il suo lavoro a delle semi-soggettive a lunga e media distanza dall'evento. La “visione con” di queste inquadrature diviene “con-divisione” di punti di vista e di emozioni sulla tragedia: dietro a quelle nuche che affiorano dai margini delle inquadrature fino ad occludere la visibilità degli scontri, c'è il progetto di una personificazione dello sguardo nella strage, l'idea che dietro ad ognuna di quelle morti ingiustificabili ci sia sempre un corpo e un punto di vista. Sguardi nella tragedia che si fanno sguardi sulla tragedia, per il modo in cui questo visibile parziale richiede il nostro coinvolgimento ottico ed emotivo. La distanza che fin dall'inizio pone l'antico dialetto bolognese si annulla così grazie alle scelte di messe in scena di Diritti, che elabora un modo di vedere la guerra dove non c'è bisogno di suddivisioni manichee o di una crudeltà pittoresca per comprendere da che parte stare. Per capire che i “partigiani” di oggi sono quelli che sanno collocare il proprio sguardo sul passato in prospettiva di un futuro.

Attenzione alle truffe!!!!


Attenzione alle truffe attraverso i cellulari.

L'intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per il 25 aprile 2010


Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al 65° anniversario della Liberazione

Milano, 24 aprile 2010
Signora Sindaco, Signor Presidente della Provincia, Signor Presidente della Regione, Signori rappresentanti del Comitato Antifascista e di tutte le associazioni partigiane e combattentistiche, Signor Presidente del Consiglio, Onorevoli parlamentari, Autorità, cittadini di Milano,
si può facilmente comprendere con quale animo io abbia accolto l’invito a celebrare a Milano il 65° anniversario della Liberazione. Con animo grato, per la speciale occasione che mi veniva offerta, con viva emozione e con grande rispetto per quel che Milano ha rappresentato in una stagione drammatica, in una fase cruciale della storia d’Italia. E tanto più forte è l’emozione nel rivolgere questo mio discorso al paese dal palcoscenico del glorioso Teatro La Scala, che seppe risollevarsi dai colpi distruttivi della guerra per divenire
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espressione e simbolo, nel mondo intero, della grande tradizione musicale e culturale italiana.
Si, viva e sincera è la mia emozione perché fu Milano che assunse la guida politica e militare della Resistenza. Nel gennaio del 1944, il Comitato di Liberazione Nazionale lombardo venne investito dal CLN di Roma – nella prospettiva di una non lontana liberazione della capitale, e di una separazione dell’Italia settentrionale dal resto d’Italia – dei poteri di “governo straordinario del Nord”. Esso si trasformò così in Comitato Nazionale di Liberazione per l’Alta Italia e si mise all’opera per assicurare la massima unitarietà di orientamenti e di direttive al movimento di liberazione. Più avanti – superata la crisi dell’inverno 1944 e avvicinandosi la fase conclusiva della lotta – si costituirà, per assicurare anche sul piano militare la necessaria unitarietà di direzione, il Comando generale del Corpo Volontari della Libertà : lo guiderà il generale Raffaele Cadorna. Seguono ben presto i piani pre-insurrezionali, che vedono al primo posto il cruciale obbiettivo della difesa degli impianti dalle minacce di distruzione tedesche, e infine i piani operativi per l’insurrezione, soprattutto nelle tre città-chiave della Resistenza nel Nord, Torino, Milano, Genova.
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Nel piano di Milano, di lì irradiandosi le direttive per tutta la periferia, è previsto l’impiego di 32 mila partigiani. L’insurrezione si prepara come sbocco, sempre più maturo, dello sviluppo – con l’approssimarsi della primavera, e al prezzo di duri sforzi e sacrifici – delle azioni partigiane (2 mila nell’area di Milano tra febbraio e aprile) ; essa non è dunque la fiammata di un giorno glorioso, ma il frutto di una lunga, eroica semina e di una sapiente organizzazione finale.
Genova è la prima ad insorgere, per decisione presa dal CLN già la sera del 23 aprile ; il piano si snoda attraverso momenti drammatici e prove magnifiche da parte delle squadre partigiane, e si conclude la sera del 25 con la firma, da parte del generale Meinhold, dell’atto di resa delle forze armate germaniche alle Forze Armate del Corpo Volontari della Liguria e, per esse, al Presidente del CLN di Genova. Ne dà l’annuncio alla radio Paolo Emilio Taviani, tra i protagonisti dell’insurrezione, con le solenni parole : “Per la prima volta nella storia di questa guerra un corpo d’Esercito si è arreso dinanzi alle forze spontanee di popolo”.
A Milano, la decisione viene presa, l’ordine viene impartito, per il 25 aprile – in rapporto con le notizie provenienti da Genova – dal Comitato insurrezionale :
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Sandro Pertini, Emilio Sereni, Leo Valiani. Cade, già nel pomeriggio del 24, prima vittima, Gina Galeotti Bianchi, dirigente dei Gruppi di difesa delle donne, la partigiana Lia, ricordata e onorata proprio giorni fa alla Camera dei Deputati. La mattina del 25 Sandro Pertini, già impegnatosi in audaci azioni di attacco, accorre alla fabbrica CGE, dinanzi ai cui cancelli due operai, precedentemente rinchiusi a San Vittore, sono stati trascinati e brutalmente uccisi anche per intimorire le maestranze : Pertini parla ai lavoratori nel piazzale portando l’appello del Comitato insurrezionale. La sera del 26 Milano è praticamente liberata. Gli ultimi reparti tedeschi capitoleranno all’arrivo in città delle divisioni partigiane dell’Oltrepo pavese.
In quei tesissimi giorni, si consumeranno a Milano anche gli ultimi tentativi di impossibili trattative cui si erano mostrati ambiguamente disponibili i capi fascisti. E a Milano si compì poi il tragico epilogo dell’avventura mussoliniana, in uno scenario di orrore che replicò altri orrori inscenati nello stesso luogo di Piazzale Loreto. La guerra era finita, con la vittoria delle forze alleate ; e insieme era finita, con la sconfitta del fascismo repubblichino, anche la guerra civile fatalmente intrecciatasi con la Resistenza.
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Nel Campo della gloria al Cimitero maggiore verranno raccolti i resti mortali, verranno scolpiti i nomi, di 4.134 cittadine e cittadini milanesi caduti per la libertà tra l’8 settembre 1943 e la primavera del ’45, di 2.351 partigiani del Corpo Volontari della Libertà.
Ho voluto partire da un sommario richiamo a drammatici eventi, a memorabili momenti della storia della Resistenza – per quanto più volte e più puntualmente ripercorsi nelle celebrazioni del 25 aprile – perché mai in queste celebrazioni, e dunque nemmeno in quella di oggi, si può smarrire il riferimento ai fatti, al vissuto, a quel che fu un viluppo di circostanze concrete, di dilemmi, di scelte difficili, di decisioni coraggiose e costose, di sconfitte e di successi ; non si può mai smarrire il riferimento a tutto ciò, rinunciare a ricostruire e tramandare costantemente quelle esperienze reali, se non si vuole ridurre il movimento di Liberazione a immagine sbiadita o ad oggetto di dispute astratte.
Nella mia rapida rievocazione del ruolo di Milano in quegli eventi, è risuonato il nome di Sandro Pertini. E non c’è migliore occasione di questa per ricordarlo a vent’anni dalla scomparsa. Perché il suo nome spicca in tutto il percorso della Resistenza, tra quelli che da Milano la guidarono, come protagonisti del Comitato di
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Liberazione Alta Italia, del Comando del Corpo Volontari della Libertà, del Comitato insurrezionale.
Fu combattente instancabile, senza eguali per slancio, audacia, generosità, a cominciare dalla partecipazione – all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre – al disperato tentativo di resistere ai tedeschi nel cuore di Roma, a Porta San Paolo, dopo che il Re è fuggito a Pescara e la capitale è stata militarmente abbandonata. Pertini è lì, reduce da lunghi anni di carcere, di confino e di esilio ; è lì anche da vecchio combattente, medaglia d’argento, della prima guerra mondiale. Ne uscirà capo dell’organizzazione militare del Partito socialista per l’Italia centrale occupata.
Ma già il 15 ottobre viene arrestato, insieme con Giuseppe Saragat e altri socialisti, invano interrogato per due giorni e due notti in Questura, rinchiuso a Regina Coeli (inizialmente nel braccio tedesco), fino a quando tutto il gruppo dei sette socialisti poté evaderne grazie a un piano ingegnoso che ebbe tra i suoi registi un grande patriota, poi eminente giurista e uomo pubblico, Giuliano Vassalli.
Pertini riprese così il suo posto nella lotta contro l’occupazione tedesca, cui si dedicò, da Roma, in tutti i primi mesi del ’44 : il 3 aprile Vassalli fu trascinato
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nella famigerata via Tasso e sottoposto ad ogni violenza dalle SS. Nel mese successivo si avviano colloqui al più alto livello in Vaticano con il comandante delle SS in Italia per evitare la distruzione della capitale (e da quei contatti scaturì anche la liberazione di Vassalli). Il progetto dell’insurrezione a Roma viene accantonato ; Pertini sceglie allora, a metà maggio, di partire per Milano, perché “lassù” – disse – “c’era tanto da fare e da combattere”. E da Milano si muoverà per portare il suo contributo e il suo impulso in tutto il Nord.
A luglio è chiamato a Roma per consultazioni politiche : ma si ferma a Firenze per partecipare all’insurrezione fino a liberare la città dai tedeschi. Giunto a Roma, freme per tornare al più presto a Milano: e per raggiungere quella meta compie un viaggio quanto mai avventuroso, in aereo fino a Digione in Francia, e poi valicando con una guida il Monte Bianco. Di lì a Cogne e a Torino, e finalmente a Milano, in tempo per contribuire a organizzare e guidare la fase finale della guerra di Liberazione.
L’immagine conclusiva del suo impegno – come poi dirà la motivazione della medaglia d’oro al valor militare – di “prezioso e insostituibile animatore e combattente” della Resistenza, è rimasta consegnata alla fotografia che
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lo ritrae mentre tiene il suo primo discorso, dopo decenni di privazione della libertà, il 26 aprile 1945 a Piazza del Duomo.
E’ stato – dobbiamo dirlo – un onore per l’Italia, un onore per la Repubblica, avere tra i suoi Presidenti Sandro Pertini.
L’omaggio che oggi gli rendo, anche con forte sentimento personale per il rapporto che ci fu tra noi, vorrei fosse però incitamento ed auspicio per un nuovo, deciso impegno istituzionale, politico, culturale, educativo diretto a far conoscere e meditare vicende collettive ed esempi personali che danno senso e dignità al nostro essere italiani come eredi di ispirazioni nobilissime, di insegnamenti altissimi, più forti delle meschinità e delle degenerazioni da cui abbiamo dovuto risollevarci. Un impegno siffatto è mancato, o è sempre rimasto molto al di sotto del necessario. Abbiamo esitato, esitiamo a presentare in tutte le sue luci il patrimonio che ci ha garantito un posto più che degno nel mondo : esitiamo per eccessiva ritrosia, per timore, oltre ogni limite, della retorica e dei miti, o per sostanziale incomprensione del dovere di affermare, senza iattanza ma senza autolesionismi, quel che di meglio abbiamo storicamente espresso e rappresentiamo.
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E questo amaro discorso vale per le grandi pagine e le grandi figure del processo che condusse, 150 anni fa, all’Unità d’Italia ; così come per le più luminose pagine e figure dell’antifascismo e della Resistenza. Perfino a Sandro Pertini, che pure è stato Presidente amato e popolare, non abbiamo – al di là di quel che con affetto lo ricorda nella sua terra natale – saputo dedicare un memorial, un luogo di memorie, come quelli che in grandi paesi democratici (si pensi agli Stati Uniti d’America) onorano e fanno vivere le figure dei maggiori rappresentanti della storia, per quanto travagliata, della nazione.
Eppure, l’identità, la consapevolezza storica, l’orgoglio nazionale di un paese traggono forza dalla coltivazione e valorizzazione di fatti, di figure, di simboli, in cui il popolo, in cui i cittadini possano riconoscersi traendone motivi di fierezza e di fiducia.
Naturalmente, l’impegno che sollecito, riferito alla Resistenza, esige – per dispiegarsi pienamente, per ottenere riscontri positivi e suscitare il più largo consenso – la massima attenzione nel declinare correttamente il significato e l’eredità della Resistenza, in termini condivisibili, non restrittivi e settari, non condizionati da esclusivismi faziosi.
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Guardiamo, per intenderci, a quel che si legge nel Diario di Benedetto Croce, alla data del 26 aprile 1945 :
“Grande sollievo per la rapida liberazione dell’alta Italia dai tedeschi senza le minacciate e temute distruzioni, e per opera dei patrioti e partigiani, che è gran beneficio, anche morale, per l’Italia”.
Poche essenziali parole, con le quali il grande uomo di pensiero e di cultura liberale scolpì il valore della conclusione vittoriosa della Resistenza. Valore nazionale, per il “gran beneficio anche morale” assicurato all’Italia restituendole piena dignità di paese libero, liberatosi con le sue forze, di concerto con la determinante avanzata degli eserciti alleati ma senza restare inerte ad attenderne il trionfo. Chi può negare che l’apporto delle forze angloamericane fu decisivo per schiacciare la macchina militare tedesca, per scacciarne le truppe dal territorio italiano che occupavano e opprimevano? Certamente nessuno, ma è egualmente indubbio che il generoso contributo italiano, contro ogni comodo e calcolato attendismo, ci procurò un prezioso riconoscimento e rispetto.
E ho citato Benedetto Croce perché le parole, prive di ogni ombra di retorica ma così significative e lineari, di un’eminente figura dell’Italia prefascista, lontanissima
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dalle correnti ideali e politiche che attraversarono più ampiamente il moto resistenziale e che sarebbero risultate maggioritarie al momento della nascita della Repubblica, danno il segno di un’obbiettiva definizione del 25 aprile come storica giornata di riscatto nazionale, al di là di ogni caratterizzazione di parte.
Che cosa era in effetti accaduto in quei venti mesi tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945? Che cosa era accaduto a partire dal momento della presa d’atto – con l’armistizio – della disfatta in cui era culminata la disastrosa guerra voluta da Mussolini al fianco della Germania hitleriana? Che cosa era accaduto da quello che fu il momento del collasso dello Stato sabaudo fascistizzato e di un generale, pauroso sbandamento del paese, ma anche il momento dei primi segni di una nuova volontà di resistenza al sopruso e all’oppressione, di ritrovamento della propria fierezza e identità di italiani?
Era accaduto che nell’esperienza della partecipazione alla Resistenza, in tutte le sue forme ed espressioni, si era riscoperto, recuperato, rinnovato, un sentimento, un fondamentale riferimento emotivo e ideale che sembrava essersi dissolto. Praticamente dissolto, come aveva detto – già mesi prima della caduta del fascismo – lo stesso
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Benedetto Croce, in uno scritto che circolò clandestinamente :
“Risuona oggi, alta su tutto, la parola libertà ; ma non un’altra che un tempo andava a questa strettamente congiunta : la patria, l’amore della patria, l’amore, per noi italiani, dell’Italia.
Perché?
Perché ... la ripugnanza sempre crescente contro il nazionalismo si è tirata dietro una sorta di esitazione e di ritrosia a parlare di ‘patria’ e di ‘amor di patria’.
Ma se ne deve riparlare, e l’amor della patria deve tornare in onore appunto contro il cinico e stolido nazionalismo, perché esso non è affine al nazionalismo, ma il suo contrario.”
Ebbene, con la Resistenza, di fronte alla brutalità offensiva e feroce dell’occupazione nazista, rinacque proprio l’amore, il senso della patria, il più antico e genuino sentimento nazionale. “Le parole ‘patria’ e ‘Italia’” – scrisse poi una sensibilissima scrittrice, Natalia Ginzburg – che erano divenute “gonfie di vuoto”, ci apparvero d’un tratto senza aggettivi e così trasformate che ci sembrò di averle udite e pensate per la prima volta.” E Carlo Azeglio Ciampi ha richiamato autobiograficamente il momento del “collasso dello
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Stato” nel settembre ’43, quando lui e tanti altri “trovarono nelle loro coscienze l’orientamento”, perché in esse “vibrava profondo il senso della Patria”.
Personalmente, ho più volte ribadito come non ci si debba chiudere in rappresentazioni idilliache e mitiche della Resistenza e in particolare del movimento partigiano, come non se ne debbano tacere i limiti e le ombre, come se ne possano mettere a confronto diverse letture e interpretazioni : senza che ciò conduca, sia chiaro, a sommarie svalutazioni e inaccettabili denigrazioni. E’ comunque un fatto che anche studiosi attenti a cogliere le molteplici dimensioni del fenomeno della Resistenza, compresa quella di “guerra civile”, non ne abbiano certo negato o sminuito quella di “guerra patriottica”.
D’altronde, le “lettere dei condannati a morte della Resistenza” restano la più ricca, drammatica testimonianza delle motivazioni patriottiche dell’impegno e del sacrificio di tanti partigiani, soprattutto giovani partigiani.
E quando parlo di tutte le forme e le espressioni di partecipazione alla Resistenza, attraverso le quali si è compiuta una vera e propria riscoperta del senso della patria e della nazione, mi riferisco in special modo alla
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rilevantissima componente costituita dal concorso dei militari al moto di liberazione, di riconquista della libertà e dell’indipendenza del paese : dai contingenti militari regolari chiamati a durissime prove all’indomani dell’armistizio – a Cefalonia, per non ricordare che un luogo-simbolo di quelle manifestazioni di eroico senso dell’onore e coraggio – agli ufficiali e ai soldati che si unirono alle formazioni partigiane, alle centinaia di migliaia di internati in Germania in campi di concentramento, alle nuove forze armate che si raccolsero nel Corpo Italiano di Liberazione. A queste ultime ho dedicato lo scorso anno la cerimonia del 25 aprile a Mignano Montelungo, che fu teatro, nel dicembre 1943, di un’aspra battaglia e costituì “il battesimo di sangue del rinato Esercito italiano”. Quell’azione dei nostri soldati fu esaltata dal Generale Clark, Comandante della V Armata americana, come esempio di determinazione per liberare il proprio paese dalla dominazione tedesca : “un esempio – egli disse – per i popoli oppressi d’Europa”.
Naturali portatori, nella Resistenza, del senso della patria e della nazione furono i militari, e tra essi quelli che si unirono alle formazioni partigiane, che si collocarono nelle strutture clandestine del movimento di
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Liberazione. Ne furono portatori anche in termini di continuità, sia pure nel travaglio della partecipazione a una guerra antitetica a quella precedentemente combattuta. Un travaglio che si coglie nella lettera indirizzata alla moglie dal generale Giuseppe Perotti all’indomani della condanna a morte decretata dal Tribunale Speciale, e alla vigilia della fucilazione al Martinetto in Torino : egli scrive di un esito tragico, che “non so come classificare”, di un “destino imperscrutabile” che comunque lo conduce a morire in guerra. In quegli stessi giorni, il più giovane capitano Franco Balbis, arrestato e fucilato, il 5 aprile 1944, insieme col generale Perotti e con altri, tutti membri del Comitato Militare Regionale Piemontese, scrive alla madre di offrire la sua vita “per ricostruire l’unità italiana” dopo aver servito la Patria “sui campi d’Africa”, e chiede che si celebrino “in una chiesa delle colline torinesi due messe”, nell’anniversario della battaglia di Ain El Gazala e di quella di El Alamein, nelle quali aveva valorosamente combattuto.
Emerge in effetti da tante di quelle estreme motivazioni del proprio impegno e del proprio sacrificio, come nella scelta di schierarsi fino in fondo con la Resistenza avessero finito per confluire ideali di
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liberazione sociale, visioni universalistiche, aspirazioni a “un mondo migliore”, consapevolezza antifascista, sete di libertà, e amore per l’Italia. E l’elemento unificante non poteva che essere questo, l’attaccamento alla propria terra, alla Patria, la volontà di liberarla. Ritorno sulle parole del capitano Balbis : “ricostruire l’unità italiana”, come supremo obbiettivo per cui sacrificare la vita.
Si, vedete, amici, il 25 aprile è non solo Festa della Liberazione : è Festa della riunificazione d’Italia. Dopo essere stata per 20 mesi tagliata in due, l’Italia si riunifica, nella libertà e nell’indipendenza. Se ciò non fosse accaduto, la nostra nazione sarebbe scomparsa dalla scena della storia, su cui si era finalmente affacciata come moderno Stato unitario nel 1861, con il compimento del moto risorgimentale.
Gli storici hanno analizzato anche l’aspetto del ricollegarsi della Resistenza al Risorgimento, ne hanno con misura pesato i molti segni, nella pubblicistica politica, nelle dichiarazioni programmatiche, negli stessi nomi delle formazioni partigiane, nello spirito che animava i militari deportati e internati in Germania. E se hanno poi potuto apparire abusate certe formule, e poco fondate le facili generalizzazioni, resta il fatto che la memoria del Risorgimento, il richiamo a quell’eredità –
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per quanto venisse assunto ambiguamente anche dall’altra parte – fu componente importante della piattaforma ideale della Resistenza.
Si trattò di un decisivo arricchimento di quella che era e rimase la matrice antifascista della guerra di Liberazione : nel più ampio e condiviso sentimento della Nazione, nel grande alveo della guerra patriottica si raccolsero forze che non erano state partecipi dell’antifascismo militante e fresche energie rappresentative di nuove, giovanissime generazioni. E questa caratterizzazione più ricca, e sempre meno di parte, della Resistenza si rispecchiò più tardi nel confronto costituente, nel disegno e nei principi della Costituzione repubblicana.
Se nella Costituzione possono ben riconoscersi – come dissi celebrando il 25 aprile due anno orsono a Genova, e come voglio ripetere – anche quanti vissero diversamente dai combattenti della libertà i drammatici anni 1943-45, “anche quanti ne hanno una diversa memoria per esperienza personale o per giudizi condivisi”, è perché la Carta approvata nel ’47 sancì – dandovi solide basi democratiche – una rinnovata identità e unità della nazionale italiana.
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Mi auguro che in questo spirito si celebri il 65° anniversario della Liberazione e Riunificazione d’Italia. “Il nostro paese ha un debito inestinguibile” – da detto un anno fa in un impegnativo discorso a Onna in Abruzzo il Presidente del Consiglio – “verso quei tanti giovani che sacrificarono la vita per riscattare l’onore della patria...........”: ricordando con rispetto “tutti i caduti”, senza che “questo significhi neutralità o indifferenza”. Si tratta in effetti di celebrare il 25 aprile nel suo profondo significato nazionale ; ed è così che si stabilisce un ponte ideale con il prossimo centocinquantenario della nascita dello Stato unitario.
Mi si permetterà, credo, di ignorare qualche battuta sgangherata, che qua e là si legge, sulla ricorrenza del prossimo anno. Siamo chiari. Se noi tutti, Nord e Sud, tra l’800 e il 900, entrammo nella modernità, fu perché l’Italia si unì facendosi Stato ; se, 150 anni dopo, siamo un paese democratico profondamente trasformatosi, tra i più avanzati in quell’Europa integrata che abbiamo concorso a fondare, è perché superammo i traumi del fascismo e della guerra, recuperando libertà e indipendenza, ritrovando la nostra unità.
Quella unità rappresenta oggi, guardando al futuro, una conquista e un ancoraggio irrinunciabili. Non può
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formare oggetto di irrisione, né considerarsi un mito obsoleto, un residuo del passato. Solo se ci si pone fuori della storia e della realtà si possono evocare con nostalgia, o tornare a immaginare, più entità statuali separate nella nostra penisola. Come bene intesero tutte le correnti e le figure di spicco del Risorgimento, l’Italia è chiamata a vivere come nazione e come Stato nell’unità del suo territorio, della sua lingua, della sua storia. Se non si consolidasse questa unità, finiremmo ai margini del processo di globalizzazione – che vede emergere nuovi giganti nazionali in impetuosa crescita – e anche ai margini del processo di integrazione europeo.
Un’Europa sempre più integrata e assertiva sulla base di istituzioni comuni è la sola dimensione entro la quale gli stessi Stati nazionali più forti del nostro continente potranno far valere insieme il loro patrimonio storico, la loro capacità di contribuire allo sviluppo di un più giusto e bilanciato sviluppo globale il cui baricentro si sta assestando lontano da noi. Ma non c’è nessuna contraddizione tra l’imperativo dell’integrazione, la salvaguardia della diversità delle tradizioni e delle culture nazionali, il rafforzamento della coesione e dell’unità nazionale di ciascuno Stato membro dell’Unione.
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Per contare in Europa e per contare nel mondo di oggi e di domani, la nostra unità nazionale resta punto di forza e leva essenziale. Unità nazionale che non contrasta ma si consolida e arricchisce con il pieno riconoscimento e la concreta promozione delle autonomie, come d’altronde vuole la Costituzione repubblicana : quelle autonomie regionali e locali, di cui si sta rinnovando e accrescendo il ruolo secondo un’ispirazione federalistica.
Questa è la strada per far crescere di più e meglio tutto il nostro paese, in vista di obbiettivi che mai come ora ci appaiono critici e vitali per garantire innanzitutto il diritto al lavoro e prospettive di futuro per le giovani generazioni.
La complessità dei problemi che si sono venuti accumulando nei decenni dell’Italia repubblicana – talvolta per eredità di un più lontano passato – esige un grande sforzo collettivo, una comune assunzione di responsabilità. Questa esigenza non può essere respinta, quello sforzo non può essere rifiutato, come se si trattasse di rimuovere ogni conflitto sociale e politico, di mortificare una naturale dialettica, in particolare, tra forze di maggioranza e forze di opposizione. Si tratta invece di uscire da una spirale di contrapposizioni
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indiscriminate, che blocca il riconoscimento di temi e impegni di più alto interesse nazionale, tali da richiedere una limpida e mirata convergenza tra forze destinate a restare distinte in una democrazia dell’alternanza.
All’auspicabile crearsi di questo nuovo clima, può contribuire non poco il diffondersi tra gli italiani di un più forte senso dell’identità e unità nazionale. Così ritengo giusto che si concepisca anche la celebrazione di anniversari come quello della Liberazione, al di là, dunque, degli steccati e delle quotidiane polemiche che segnano il terreno della politica. Le condizioni sono ormai mature per sbarazzare il campo dalle divisioni e incomprensioni a lungo protrattesi sulla scelta e sul valore della Resistenza, per ritrovarci in una comune consapevolezza storica della sua eredità più condivisa e duratura. Vedo in ciò una premessa importante di quel libero, lungimirante confronto e di quello sforzo di raccoglimento unitario, di cui ha bisogno oggi il paese, di cui ha bisogno oggi l’Italia.

25 Aprile nel Municipio Roma V: I MARTIRI DI PIETRALATA



Nel calendario delle iniziative in ricordo del giornata della Liberazione i rappresentanti della maggioranza del Municipio Roma V depongono una corona d’alloro presso la lapide dei Martiti di Pietralata all’interno del complesso della casa circondariale di Rebibbia. Hanno presenziato all’iniziativa oltre al Vice Presidente del Municipio Roma V Antonio Medici anche il consigliere Roberto Chiappini

Questa in sintesi la storia dei Martiri di Pietralata

I MARTIRI DI PIETRALATA
I Martiri che qui commemoriamo appartenevano ad una delle prime bandearmate di Patrioti che si erano andate
formando in città a poco più di un mese dai combattimenti che l'8 settembre del1943 avevano visto soldati e civili
impegnati nella eroica, sanguinosa e sfortunata difesa della Capitale.
Il 20 ottobre 1943, mentre l'oppressione nazista si faceva sempre più feroce, aquattro giorni dal rastrellamento del
ghetto diretta da Kappler quando 1022 ebrei furono deportati, una quarantina di Partigiani che avevano le basi neiquartieri popolari di Pietralata e San Basilio, assaltarono la caserma adiacente al Forte Tiburtino.
Loro, e qualche civile che li accompagnava, tutta gente del luogo, volevano impadronirsi di armi, viveri e medicinali
abbandonati dai militari italiani l'8 settembre.
A guardia c'era uno sparuto reparto tedesco, il cui comandante reagì bloccando l'ingresso, sparando con armi
leggere e chiedendo rinforzo.
Un paio di plotoni di SS furono inviati a cogliere i partigiani alle spalle.
Dopo un breve e impari combattimento che procurò alcuni morti anche tra le SS.,
i Partigiani dovettero ripiegare, ma 22 restarono prigionieri.
Fatti sfilare, legati l'uno all'altro, lungo una strada della Borgata di Pietralata, 3 riuscirono a liberarsi e fuggire, gli altri vennero rinchiusi nel castello della tenuta di Casal dè Pazzi, nel pressi di Montesacro. Restarono nel cortile tutta la notte, sotto la minaccia di due
mitragliatori.
Trasferiti la mattina del 21 nel grande edificio della tenuta Talenti, che si affaccia sulla Nomentana, subirono un breve processo, senza essere interrogati.
Basato soltanto su alcune deposizioni dei militari germanici, in tedesco, senza interpreti. Non fu nemmeno detto loro, o non capirono, che dieci, scelti a caso, erano stati condannati a morte dal
tribunale militare.Furono tutti riportati a Casal dè Pazzi e rinchiusi, 10 in una cantina del castello, 9 in uno stanzone a piano terra. Nel pomeriggio, questi vennero fatti salire su un autocarro, scortato da una squadra motorizzata di SS e condotti, percorsa la strada Casal dè Pazzi, nella zona di Rebibbia.
Giunti al di la della prominenza del terreno, a lato della via
Tiburtina, furono muniti di attrezzi e costretti a scavare
una fossa lunga 3 metri e larga 2, profonda più di un metro.
I militari tedeschi dissero che sarebbe servita per
costruire uno sbarramento anticarro corredato da una
mina, e poiché il terreno era pietroso, fecero esplodere
alcuni candelotti di dinamite per facilitare il lavoro che
peraltro durò fino a notte fonda illuminato da torce
elettriche.
Scavata la fossa, i nove prigionieri furono ricondotti nel
castello di Casal dè Pazzi.
All'alba del giorno successivo, gli altri 10 Partigiani furono
fatti uscire dalla cantina e salire su un autocarro, bendati,
legati i polsi dietro la schiena, scortati da SS e da militi
collaborazionisti della PAI "Polizia Africana Italiana".
L'automezzo venne fatto sostare a un centinaio di metri
dalla fossa e i prigionieri spinti a camminare uno per volta,
sempre bendati e legati, scortati da un soldato tedesco e
uno della PAI, al di là della prominenza del terreno, sul
luogo dell'esecuzione celato alla vista della strada.
A bordo dell'automezzo, in attesa di scendere, c'era un
ragazzo quattordicenne, Guglielmo Mattiocci, che era
stato catturato con una bomba a mano tedesca infilata
nella cintura dei pantaloni che portava corti sopra il
ginocchio. Era l'unico cui erano stati tolti la benda dagli
occhi e i legacci ai polsi. Indossava un paio di stivali di
cuoio lucido nero, da Ufficiale dell'Esercito Italiano, in
ottimo stato. E proprio quegli stivali avevano destato
l'interesse di un soldato delle SS durante il tragitto.
Su suggerimento di un milite della PAI il ragazzo se li sfilò
e li offrì al militare tedesco. Questi prese gli stivali e gli
risparmiò la vita spingendolo infondo all'autocarro. Scorse
un ciclista che stava pedalando lungo la strada, scese dal
camion, gli ingiunse di alzare le mani puntandogli il fucile,
o bendò, gli legò i polsi e lo condusse aal posto del ragazzo.
Completò così il numero di coloro che dovevano essere
soppressi.
Uccisi i dieci prigionieri, coperta di terra la fossa, le SS vi infilarono un pezzo di miccia, facendone uscire un tratto per scoraggiare chiunque ad avvicinarsi a quella che volevano sembrasse una mina pronta ad esplodere. Solo dopo qualche giorno il comando germanico fece affiggere i manifesti che annunciavano l'esecuzione di "dieci comunisti” condannati a morte dal tribunale militare perché appartenenti ad una banda che aveva aperto il fuoco contro le truppe dell'esercito tedesco".
Comunicato riportato da "il Messaggero" il 29 ottobre.
Guglielmo Mattiocci, il ragazzo scampato alla morte, fu ricondotto scalzo nel castello di Casal dè Pazzi e la sera, con gli altri 9 Partigiani, trasferito a Regina Coeli, dove
sarebbero rimasti fino al 4 gennaio del 1944, per essere deportati, quel giorno, su un carro bestiame piombato,
in un lager tedesco con 470 patrioti detenuti nei luoghi di segregazione romani.
Dei 10 Partigiani rimasti il 20 ottobre 1943, 4 non ressero alle privazioni, 6, con Mattiocci riuscirono a ritornare a Roma, allucinai e scheletriti, qualche mese dopo la fine della guerra.
Dalle loro descrizioni i Carabinieri riuscirono a trovare il posto dove erano stati condotti i Partigiani da uccidere,
e qui, scoprirono la fossa comune,
Furono identificate le 10 vittime, e anche quella dell'uomo in bicicletta nonostante fosse privo di documenti.

I nomi incisi sulla Lapide che gli abitanti di Pietralata,San Basilio e Tiburtino Terzo collocarono il 16 febbraio 1947 sono:
Orlando Accomasso di 30 anni, Andrea Chialastri 37 anni, Lorenzo Ciocci anni 19, Mario De Marchis anni 22, Giuseppe Liberati anni 20, Angelo Salsa anni 18, Marco Santini anni 39, Mario Splendori anni 38, Vittorio Zini anni 36 e quello del passante Fausto Iannotti di età imprecisata.